Chromatics @ Circolo degli Artisti [Roma, 7/Giugno/2012]

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Johnny Jewel ci è riuscito. A synthetizzare attraverso i nuovi* Chromatics l’anima e l’estetica degli altri due suoi progetti Glass Candy e Desire. John David P. (così si faceva chiamare qualche anno fa) è il nuovo signore della notte e dell’electro a cinque stelle. Ma è sicuramente sbagliato riferire il traguardo raggiunto al fortunato-culto cinematografico “Drive” perchè il genio danese di Refn aveva già scoperto e avvinghiato Jewel-Glass Candy all’epoca del capolavoro “Bronson” tradotto dal fantastico fascino di ‘Digital Versicolor’. Una collaborazione dunque lunga un triennio che continuerà probabilmente anche in futuro che ha certamente stimolato e destato la curiosità di molti-ssimi creando (loro malgrado) l’inevitabile tossico hype da prima pagina patinata. I Chromatics riscrivono l’oscurità metropolitana essendosi cibati – dichiaratamente – di John Carpenter e Claudio Simonetti (Goblin), modernizzando tormenti e donne velate, saturando l’impalpabile, affrescando il vuoto di sentimenti wave (i Joy Division non sono mai stati un segreto, vi basterà riprendere quel pezzo di chitarra di ‘Healer’/da ‘Night Drive’ per scoprire un omaggio a ‘Shadowplay’). Del resto Jewel in un momento di egocentrismo in pasta di celluloide era ricomparso proprio qualche mese fa anche in veste solista con lo psuedonimo Symmetry (quindici anni dopo l’altra sua scappatella solitaria a nome Twenty Six), rilasciando ‘Themes For An Imaginary Film’ architettato su due ore di movimenti “dark e cinematic”. Si diceva dei nuovi* Chromatics. Bisogna infatti riferirli a quelli dell’ultimo quinquennio, quelli stampati dall’Italians Do It Better (che Jewel ha co-fondato con l’amico DJ Mike Simonetti), quelli da ‘Night Drive’ in giù tanto per intendere e non confonderci con gli “altri” ormai sepolti tra i solchi dei primi due lavori senza dubbio “diversi” (per line-up e sonorità) seppur assolutamente non disprezzabili.

La musica ideale e aggiungerei perfetta per il ballo da club, da semi-grosso club, ma comunque la musica “danzabile” che andrebbe divulgata fin dalle scuole inferiori è, per chi scrive a quest’ora di notte, la mistura perfetta delle ultime due formazioni a cui ho avuto il piacere (voluto) di assistere live: Chk Chk Chk (1) e appunto Chromatics (2). Le traiettorie compulsive del funk e delle sue mille+una lacerazioni ibridanti (1) unite all’electrowave cristallina e reiterata made in Jewelandia (2). Impossibile non lasciarsi trascinare giù nel vortice. Poco dopo le 23 questa considerazione comincia a prendere corpo, mentre il corpo (il fisico) comincia a prendersi le proprie responsabilità. Il quartetto di Portland non sfigurerebbe neanche al cospetto delle notti raccontate dal gigante Michael Mann, tanta è la bravura a ricreare immersioni a tinte forti, come viene testimoniato dall’apertura dedicata a ‘Tick Of The Clock’ (guarda video), seguita a scia dal singolo-title track ‘Kill For Love’ (solo una piccola ammaliante goccia in un mare di quasi ottanta minuti – guarda video) e in sequenza da una breve ma destabilizzante setlist che include in compressione tutti quei pezzi sicuramente più “accessibili” in un’esibizione da consumarsi sull’ora di durata.

Ruth Radelet non ha il carisma e la bellezza di Ida No e probabilmente neanche la verve vocale ma in questa dimensione è perfetta così. In simbiosi con il resto del gruppo e incastrata tra quel neroseppiametropolitano ormai assurto a nuovo colore riconoscibile dei Chromatics. Anche questo show è in splendido crescendo ma molte persone non sembrano accorgersene preferendo rimirarsi l’ingessatura di fresco conio che probabilmente si son colati addosso prima di pagare il biglietto. Del resto il pubblico di questa città è fatto così, se non balla preferisce fumare, se non fuma preferisce parlare, se non parla preferisce stare a casa. In ogni caso una gran rottura di enormi coglioni. Nulla inficia lo spazio a noi vitale e neanche lo spazio di quei sessanta minuti che i quattro consumano in eccellente stato di grazia. Salutano con la cover-feticcio ‘Running Up That Hill’ che ci ricorda quanto sia stata considerevole l’opera di una certa Kate Bush e tornano per un altro paio di brani tra cui spicca l’immortale bellezza di ‘Into The Black’ cover-manifesto che ci ricorda quanto seminale e immenso sia ancora oggi Neil Young. Così mentre sotto il nome (un po’ triste) di “The Drive Tour”, i College, gli Anoraak e gli Electric Youth (tutti presenti nella soundtrack del culto di cui sopra) si lanciano in una serie di appuntamenti dal vivo per cavalcare un’onda apparentemente senza fine, i Chromatics salgono agli onori della cronaca ritagliandosi magnificamente un posto al sole. O al cospetto della luna se preferite.

Emanuele Tamagnini