Christian Fennesz & Giuseppe La Spada @ Teatro Palladium [Roma, 17/Ottobre/2010]

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Giornata uggiosa, preamboli d’autunno. L’aria è umida, l’elettricità potrebbe propagarsi in un istante nell’atmosfera. E non ci sarebbe nulla di meglio che assorbila, questa elettricità, dinanzi ad uno stereo, o meglio ancora, in un luogo pubblico, a un concerto. Ben si accostava, dunque, la serata al Palladium dominata dalle chitarre e il drum pad delle Lilies On Mars e la chitarra, i laptops, il mixer e quant’altro fosse servito per Christin Fennesz e Giuseppe La Spada ad esibirsi con l’elettronica e la visual art. Il concerto era inserito all’interno del programma di Roma Europa Festival, uno scenario che cerca di raccontare le trasformazioni del presente artistico attraverso l’arte contemporanea e i suoi protagonisti di fama internazionale.

Il live è stato aperto dalle Lilies On Mars, che si sono esibite, per circa trenta minuti, con la grazia, la delicatezza delle voci e le tempeste strumentali, che più le si addicono. Hanno eseguito brani del loro debut album, ‘Lilies On Mars’ (Autoproduzione/Watermark, 2008). L’ultimo pezzo vede sul palco anche Fennesz, a proporre quel brano, ‘The Seventh String’, con il quale le LOM si erano aggiudicate la vittoria di REWF (Roma Europa Web Factory) 2010. Un sound che a tratti ricorda le Lali Puna, ma più energico e d’impatto shoegaze. I “Gigli su Marte” sono: Lisa Masia, Marina Cristofalo e Matthew Parker, le due sarde sono cresciute artisticamente a Londra e hanno fatto parte delle MAB, band post-punk, fortemente voluta da Franco Battiato per la collaborazione nell’album ‘Il vuoto’ e nel film ‘Niente è come sembra’. Si volta pagina, ma non atmosfere cariche, con la musica di Fennesz e le immagini di Giuseppe La Spada. Duo che aveva già lavorato insieme con quel guru elettronico di Ryuichi Sakamoto, ai tempi dell’album ‘Cendre’ (2007). Artefici, questa volta, di un viaggio ad alto volume e definizione tra le acque di tre isole: Islanda, Giappone e Sicilia. Da un lato, la chitarra, ora melodica, ora distorta, dietro quel muro sonoro di “rumori” sintetici e fortemente acidi. Dall’altro, le immagini che scorrono cercando il sincrono con la musica, così alle volte lo si ottiene, in quel gioco paziente, certosino e quasi divertito di pause, rewind, play. Una performance coinvolgente, peccato per la durata… fosse persistito qualche decina di minuti in più avrebbe sicuramente facilitato all’ascoltatore l’ingresso nel gioco artistico, e permesso di assorbirlo da rilassato e di goderselo. Tempo concesso, per quest’ultima fase, non c’è stato o per lo meno, per me, è stato insufficiente.

Lina Rignanese

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