Chris Cornell @ Alpheus [Roma, 7/Luglio/2009]

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L’incipit non è dei migliori. L’esigua vendita dei biglietti causa lo spostamento del luogo del concerto: dal suggestivo teatro di Ostia Antica all’Alpheus, a due passi dal Gazometro. In sintesi: i partecipanti erano troppo pochi per Ostia e troppo numerosi per la seconda location. Tant’è. Fa caldo, l’aria è umida, irrespirabile nonostante i condizionatori. Ci addensiamo sotto il palco appena udiamo degli arrangiamenti di archi che eseguono ‘Black Hole Sun’, ma sono solo campionamenti. Dal buio parte una musica, una sorta di jingle. Sale sul palco tutta la band che lo accompagna. Infine, arriva “lui”: snello, abbronzato (no, non stiamo parlando del Presidente Obama, eh!), slanciato, col suo volto angelico ma non troppo. In altre parole: Chris  Cornell, ex glorioso Soundgarden e, successivamente, ex Audioslave.

Le premesse sono le aspettative di chi sa quanto abbia dato al rock alternativo l’ex capellone di Seattle e di pregiudizi ne abbiamo tanti. Apertura affidata, neanche a dirlo, al brano ‘Part Of Me’ prodotto da Timbaland, seguito dal singolone ‘Scream’, sempre dall’omonimo terzo album solita. Non è il Cornell dei Soundgarden, né tantomeno dei vecchi Temple Of The Dog. È un Cornell ripulito e mainstream, “disintossicato” da  Timbaland, assolutamente distante dal rock. Non il migliore che conosciamo, nonostante una voce ed una presenza scenica impeccabili. Un omaggio al defunto Michael Jackson (oggi si sono svolti i funerali, ma  il brano era contenuto in tempi non sospetti nel secondo album solista ‘Carry On’ del 2007). La cover di ‘Billie Jean’ in versione blues è straziante, commovente, disperata. Poi siamo rincuorati da un tuffo nel passato con ‘Hunger Strike’ dei già citati Temple Of The Dog (straordinario progetto dedicato allo scomparso Andrew Wood dei Mother Love Bone, ndr), brano che eseguiva a due voci con Eddie Vedder in quell’unico album omonimo (1991). La voce è sempre perfetta, ha quei toni acuti, “plantiani” quasi, anzi, diremo che è persino migliorata in ogni dettaglio melodico, armonico. Pieno di adrenalina e di voglia di comunicare col suo pubblico. È la volta di ‘Spoonman’, acclamata, cantata, ballata a furor di popolo. Variazione, jam session, poi  un assolo granitico di batteria e ancora il refrain. Il nostro prosegue con i pezzi degli Audioslave: ‘Doesn’t  Remind Me’, ‘Be Yourself’ e il tiro sempiterno di ‘Cochise’. In acustico da solo sul palco con la sua chitarra:  ‘Fell On Black Days’, ‘You Know My Name’ direttamente dalla colonna sonora di “007-Casino Royale” priva di orpelli, ‘Arms Around Your Love’,  particolarmente ispirato durante l’esecuzione di quest’ultima. Il pubblico è vibrante, partecipa con entusiasmo e canta quasi tutti i pezzi a squarciagola. Clima da stadio. È un uomo perfetto, ha una vocalità strepitosa, possiede un bellissima “figura”, è sexy e ha dei lineamenti levigati. Ma la vera “bellezza” risiede nello stupore e, dunque, nel difetto. Chiude la  performance con un altro brano del passato: ‘Burden In My Hand’ targato Soundgarden ‘Down On The Upside’ (1996). Il bis è l’occasione per regalare al suo pubblico un altro storico pezzo dei Temple Of The Dog: ‘Say Hello To Heaven’, poi di nuovo il singolo di “Casino Royale” ‘You Know My Name’ stavolta in versione elettrica, esplosiva. Infine, più bella che mai: ‘Black Hole Sun’, nonostante quindici anni compiuti non ha perso lucentezza né smalto. Tuttavia, la perfezione di Cornell stanca e possiede rari slanci vibranti. Dovrebbe sporcarsi volto, mani e ugola. Soprattutto dovrebbe ritornare a fare rock, come ha dimostrato questa sera quando ha eseguito i suoi vecchi splendidi pezzi. Forse potrebbe osare di più artisticamente parlando. Invece, di lui, nonostante l’ottima prova vocale e l’entusiasmo della serata, non restano che le ceneri dei leggendari, oramai, Soundgarden. L’odore di una reunion è in agguato.

Mariagloria Fontana

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