Chk Chk Chk + Stereolad @ Monk [Roma, 26/Febbraio/2016]

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Nic Offer non è certo il primo. Che nell’età più urgente, quella della condizione “punk”, viene neutralizzato, quindi folgorato e successivamente illuminato dai padroni cosmici del kraut tedesco (una delle poche cose per le quali valga ancora la pena vivere). In singolare contesto John Lydon può essere considerato uno dei pionieri in termini di traslazione umana e cognitiva ma la storia musicale degli ultimi 40 anni ne è piena di esempi come questi che riconducono all’origine di quel suono, al seme. La coscienza toccata fin nel profondo al massimo della propria esplosione creativa. Nasce così a distanza di parecchi anni la voglia di convogliare quell’amore (un po’ represso?) e qualche diritto d’autore verso la casa che una volta fu degli Stereolab. Un omaggio (deviato) spiccatamente francofono tradotto come Stereolad. Si apre proprio così il ritorno romano dei californiani a cui ho sempre manifestato pubblicamente enorme sentimento positivo (la prima volta fu in un concentrantissimo e stipatissimo Brancaleone nel paleozoico 2004). Ricordi, storie che si intrecciano e che hanno come nuova colonna sonora il sesto ‘As If’ che li ha confermati orchestra punkfunk (tutto attaccato) senza rivali, collettivo trascinante dentro simboliche braghe di tela. Effeminatezza costretta in un vestitino sixties, Nic Offer e gli altri cavalieri aprono lo show romano a colpi di motorik, dando il meglio e ritornando alle radici della propria esistenza. L’eccezionale frontman non si risparmia (mai) e il tributo ad una delle più grandi formazioni dell’intera decade ’90 (alla quale mandiamo quotidianamente un pensiero alimentando una speranza di rivampa che cancellerebbe di colpo quell’odioso “indefinite hiatus”) si consuma intensissimo e reiterato compresa la chiusura dedicata ad uno dei manifesti (french)pop della band londinese: ‘Lo Boop Oscillator‘. Pausa e poi la dozzina di brani a nome Chk Chk Chk. Improvvisamente il Monk si trasforma in un franchising dello Studio 54. Il punk funk (qui anche staccato va bene) sincopato è stato mascherato con il groove della dance dell’epoca con la testa a far capolino sugli anni ’80. La vocalist di colore che accompagna gran parte del set è una forsennata medusa che (man)tiene alta la pressione mentre l’atmosfera ora è pervasa dai balearic beat che ci proiettano accaldati su una di quelle isole del tanto agognato arcipelago. La conseguenza è ritrovarsi quindi in mezzo alla house più totale con il tarantolato Nic che conferma di essere uno dei più straordinari performer in circolazione. Microfono in bocca, passeggiate sulle prime file, arrampicate in solitaria, centrifughe, petto nudo, in un orgiastico finale dove fanno nuovamente capolino i marciapiedi della New York settanta/ottanta e la lezione ibrida dei mai troppo incensati Konk. E finalmente “I feel so free”.

Emanuele Tamagnini

Foto di Andrea Lucarini

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