Chk Chk Chk @ Angelo Mai [Roma, 23/Maggio/2012]

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Ad otto anni dalla (mia) prima volta al Brancaleone e dopo tanto movimento compulsivo in mezzo tornano a Roma gli indemoniati californiani (di nascita) ma newyorkesi d’adozione Chk Chk Chk, la band dei/dai/con i tre punti esclamativi, la band che ha saputo tracciare una linea retta unendo i puntini (probabilmente esclamativi anch’essi) tra Can, Clash, A Certain Ratio e Gang Of Four, rilanciando di fatto l’epopea brillantemente underground del punk funk insozzato dalla maleodorante “grande mela” di fine ’70. Se i seminali Liquid Liquid hanno segnato la via, se il sangue negroide delle ESG è ancora attaccato su quei muri lerci, se la no-wave copulava e destrutturava il post-punk con nicchiosa naturalezza, se i Bush Tetras erano Dei, se i Konk imbastardivano ogni cosa con l’anima latina ed una line-up “aperta” al talento, se la Ze Records e la 99 erano le piccole label di questo epicentro per pochi artistoidi-eletti, se tutto questo ben di Dio negli ultimi dieci anni (almeno) è stato reso accessibile e dunque sdoganato alla grande massa da dancefloor patinato con i risvoltini da pescatore ai pantaloni e la barbetta stancamente incolta, ecco dicevo se tutto questo è entrato nella bocca di tutti (e uscito dal culo di tanti altri), se tutto questo è ormai quotidianamente oggetto di disserzioni gastromusicali, se anche le zappe hanno capito che tra dance-punk e punk-funk non vi è nessuna differenza, se Nic Offer e compagni sudati tirano più di un carro di buoi, ecco che grande – grandissimo – merito va anche e soprattutto ascritto ai !!! (proprio loro, la band dei tre punti esclamativi).

A piccoli passi prima del grande passo. La serata è, destino vuole, proprio all’ombra della solennità di Caracalla (intese come terme), laddove qualche mese fa eravamo stati affumicati e umidicci testimoni della rivampa dei Vaselines (da pronunciarsi sempre “vaselins”). ‘No Fun Intended’ dovrebbe essere il titolo del nuovo album (quinto) in uscita via Warp (a gennaio?) già anticipato dall’ottimo aprisingolo ‘Byron’. Ma questioni tecniche a parte è bello vedere come la serata sia finalmente all’insegna dell’agognato frescomistolino primavera a cui partecipa convinta e attenta una gran bella massa che alla fine riempirà per intiero la sala principale del club per destinazione. Mentre si attendono le undici post-meridiane per riabbracciare i Chk Chk Chk, l’attesa è lenita da un fantastico Dj set di autore a me ignoto che nel buio dal fondo del palco griffa la propria bravura con un crescendo di electro funk che raggiunge il proprio apice coinvolgente quando di seguito piazza ‘Stand Up’ di Pitchben (remixata da Tiger & Woods) e ‘Moon Jocks And Prog Rocks’ dei norvegesi Mungolian Jetset (remixati anch’essi…). Miglior partenza non poteva esserci. Il nostro punto d’osservazione strategico è la tribunetta posto in alto per respirare e per non rimanere seduti (impossibile) all’arrivo dei nostri beniamini che si materializzano alle ventitre ora svizzera. Nic Offer ha un rotolino di adipe in più che tenterà per tutta la serata di contenere dentro una camicetta a quadri dal bottone ribelle, ma non ha perso un respiro della sua istrionica verve coreografica che getta subito in pasto al pubblico, come detto finalmente ricettivo, partecipe, miracolosamente poco incline alla conventicola e alla passerella dal doppio-bacio di quart’ordine.

I Chk Chk Chk, il sestetto dei Chk Chk Chk per la precisione, è un combo (collettivo)(ensemble)(formazione)(banda)(gruppo) che suona, oggi, con un’ossessione percussiva meno accentuata e frequente rispetto al passato (recente), o meglio con un’ossessione percussiva meno asciutta, meno ficcante, meno scarna, meno tribale (va bene?), essendosi magnificamente attestato, avendo trovato cioè una dimensione all’interno, nel cuore del groove dove poter giganteggiare a livelli eccelsi. I Chk Chk Chk e i loro tre punti esclamativi marchiati sulla pelle rappresentano alla perfezione un mondo (funk) di derivazioni e suoni che dal “nero” passano al “bianco” e dal “bianco” ritornano al “nero” (dove per nero e per bianco si intenda l’UOMO). Possibilmente più cattivi, più cerebrali, più taglienti ma certamente senza mai dimenticare un’anima che non si vuole far diventare elettrificata e patinata (scelte di vita come quelle dei Rapture ad esempio) ma che si vuole invece far rimanere selvaggia, adrenalinica, strumentalmente intercambiabile. Come accade sovente in concerti del genere l’andamento (naturale) è un’escalation graduale, una parabola ascendente che quasi lentamente ti chiede permesso, per poi scuoterti e alla fine scatenarti in un’orgia di battiti cardiaci da grande transumanza euforica.

Nic si concede i suoi soliti face to face scendendo tra il pubblico più di una volta, dimenandosi con un ancheggio da infarto, il suo proverbiale “charleston punk funk”, gestualità impossibile da riprodurre se non sotto effetto eccitazione guidata e sicuramente alterata. Ma le alterazioni sono solo quelle che la band concede diventando ad un certo punto dell’esibizione, a metà per essere precisi, un’orchestra devastante da cui è impossibile sottrarsi, da cui è impossibile non farsi attirare. Per questo non capisco quelle decine di persone che si godono il concerto seduti come fossero ad una rappresentazione teatrale-domenicale-pomeridiana, di quelle ad alto tasso di effetto scassaminchia, cincischiando, parlottando, fumando come stessero nel salotto di casa propria (“fumati sto cazzo” esclamo all’ennesima boccata che s’infila nelle mie delicate nari). Ma avendo finito le bestemmie proprio la scorsa settimana (c’è una tassa sembra anche su quelle) non me ne curo e continuo a battere il battibile per tenere un tempo che ormai si è fatto saturo, festaiolo, micidiale, universale. Che abbiano fatto quel pezzo piuttosto che quell’altro importa nulla (sapete come la penso) figuriamoci ad un concerto del genere, così Nic indossa un casco, poi un cappellino, poi scende ancora, poi cantando ringrazia la città, si arrampica, urla, si chiude la camicia battagliando col solito bottone, si asciuga, esce-rientra, mentre dietro a lui non c’è più una band semi-mischiata come accadeva in passato, ma una semi-rigorosa formazione che suona come Dio ha indicato al momento della creazione di un palco e di uno spartito. Un’ora e mezza senza soste equivale a tre ore di concerto scassaminchia proprio come quelle rappresentazioni teatrali della domenica pomeriggio. Un’ora e mezza di Chk Chk Chk ti allena la vita. E ti prepara al grande passo (!!!).

Emanuele Tamagnini

Guarda ‘Must Be The Moon’

5 COMMENTS

  1. Grande!!
    Anche noi andammo ad un concerto (Summer Student Festival) un paio di giorni prima del grande passo!!
    Porta bene!!!
    Vaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

  2. Giuda porco, sapevo che dovevo esserci! Anche solo per dare calci ai puzzoni fumatori camuffandoli da passi di danza punk funk beat.

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