Chinese Man @ Monk [Roma, 1/Giugno/2019]

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Ci volevano i Chinese Man per portare la bella stagione a Roma. Dopo un mese di maggio desolante, piovoso, grigio e triste, l’arrivo di giugno ha fatto tornare la temperatura ai suoi standard del periodo negli anni precedenti, e sin da subito gli effetti si sono visti sull’umore. Usciamo di casa con maggior piacevolezza in questo sabato libero, ci possiamo addirittura permettere di andarcene in giro a maniche corte fino all’ora di cena, cosa impensabile sino a pochi giorni prima, e soprattutto senza vestiti impermeabili, vera piaga del maggio appena passato, prima di metterci in macchina e tagliare la città per raggiungere il Monk. Sin dalla sua apertura abbiamo sempre frequentato questo locale senza alcuna sosta ed è sempre risultato al primo posto, nelle classifiche di fine anno, come quello nel quale siamo andati a vedere più concerti. Ceniamo abbastanza bene nella Sala Camini e guardiamo la finale di Champions League sullo schermo opportunamente posizionato tra lo spazio in cui abbiamo mangiato e quello dove andremo ad assistere al concerto. Abbiamo visto moltissimi live al Monk, dicevamo, ma mai nessuno che si avvicinasse a quello dei Chinese Man, collettivo francese, di Marsiglia per essere più precisi, una sottigliezza che a loro dire conta molto, attivo dal 2004. Hanno fondato un’omonima etichetta discografica nel 2005, con la quale hanno iniziato a produrre i loro primi dischi in vinile. Nati come trio, hanno poi aggiunto al gruppo membri su membri, non solo musicisti tout court, per restare alla loro lingua d’origine, ma scratcher, breakbeater, designers, moviemakers. Questo miscuglio di anime si nota sin da subito, intorno alle 23, quando oltre ai tre fondatori, posizionati nella parte più arretrata del palco, ci sarà spazio per i rapper del gruppo A State of Mind, anche conosciuto con l’acronimo A.S.M. e per Youthstar, storico collaboratore e Mc della scena drum & bass.

Il concerto è sold out da alcuni giorni e l’entusiasmo è lampante, bastano pochi minuti e tutti i fan sono già nel clima giusto per vivere una grande serata. Il live è iniziato da nemmeno dieci minuti quando vengono date istruzioni agli spettatori per partecipare a una coreografia per la quale tutti si abbasseranno quasi in ginocchio, per poi rialzarsi di colpo. L’esecuzione verrà perfetta visto che a parte qualcuno disposto sui lati della sala, in gran parte gente che ha avuto o ha problemi fisici, come l’esperienza ci ha insegnato, tutti gli altri si applicano ed eseguono. Ci sorprende come non ci sia stata una fase di studio, ma sin da subito i fan si siano proiettati nel mondo di questa crew francese. Parlare di hip hop, come spesso è stato fatto per loro, risulta piuttosto limitante. Nei Chinese Man c’è infatti la capacità di mescolarlo al funk, al trip hop tanto caro ai Massive Attack, alla dance, ma anche alla world music. Utilizzano dei vecchi samples e il loro lavoro di ricerca porta quasi sempre ad ottimi risultati, apprezzati anche a livello mainstream visto che un loro brano, ‘Get Up’, è stato inserito di recente in uno spot pubblicitario proprio qui in Italia, scelto da un nuovo operatore telefonico che è entrato in quella scena esattamente un anno fa. Il pezzo, con il featuring di Ex-I, Lush & Plex Rock, è uno dei più famosi, e quando parte c’è la consueta ovazione. Ma si vede che gli spettatori stasera non sono dell’ultima ora, né semplici curiosi attirati da una pubblicità, visto che non smetteranno di cantare, muoversi e interagire con i ragazzi sul palco se non per qualche secondo. Oltre alla musica anche i visual sono parte integrante della performance, accompagnando le parole e la musica, con dei riferimenti visivi ai brani che ci ricordano il metodo usato dai Massive Attack, visti in concerto qualche mese fa. Ci sarà spazio per pezzi tratti dall’intera discografia della band, composta da sette dischi concentrati tra il 2007 e il 2017, e per i diamanti come ‘I’ve Got That Tune’, ‘Miss Chang’, ‘Wolf’ e ‘Liar’, questi ultimi due tratti dal più recente, si fa per dire avendo già due anni, ’Shikantaza’. L’energia e il coinvolgimento del pubblico durerà dall’inizio alla fine e, nonostante i fondatori del collettivo avessero dichiarato di volersi dedicare più alle produzioni e meno ai concerti, salvo andare in tour per due anni consecutivi, l’impressione che abbiamo avuto è che questo progetto funzioni a meglio se recepito in questo modo, piuttosto che ascoltato nelle proprie private stanze, o isolati dalle proprie cuffie. Ragione per cui consigliamo a quelli che si sono persi il concerto per via del sold out di affrettarsi a prendere i biglietti la prossima volta e a quelli che ci sono stati stasera di tornarci, ma questo, di certo, non c’è bisogno che glielo diciamo noi.

Andrea Lucarini