Chikinki @ Zoobar [Roma, 20/Dicembre/2005]

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Ultimo concerto pre natalizio per il sottoscritto. L’attivissima Grinding Halt apre le porte ad una delle ultime sensazioni britanniche in fatto di new wave of new wave. Prima di assistere allo show del quintetto bristoliano salgono sul palco quattro ragazzi romani conosciuti come Shine. Due chitarre, basso e batteria a ricamare preziose trame post brit pop, quelle venate di malinconia, ma anche sorprendenti passaggi che non possono non appartenere allo spartito di Jeff Buckley (artista che dal 1997 ad oggi ha lasciato un’impronta indelebile, se ancora non ve ne foste accorti). Piacciono davvero molto quando tirano senza freni e non è un’esagerazione (passatemi la licenza poetica) definirli i piccoli grandi Doves capitolini. Dopo circa 40 minuti lasciano il palco ai cinque headliner. Chi legge da tempo queste pagine conosce benissimo la mia posizione riguardo l’ondata scaturita dal crollo della diga Strokes three years ago. Ma non per questo arrivo prevenuto all’esibizione degli autori del terzo lavoro ‘Lick Your Ticket’ (comprendiamo anche l’EP di debutto). L’immagine è quella stropicciata che il genere impone. L’armementario strumentale anche – 3 tastiere e 2 campionatori – le movenze fisiche pure. C’è il nerd tastierista che scatta tarantolato chino sui suoi attrezzi, c’è il chitarrista spettinato di suo e c’è il lungo cantante (niente male come presenza scenica) che si cimenta nelle ormai note mosse spastiche (comprese quelle facciali) che resero grandi gli ensemble post punk della prima ondata (i concittadini del Pop Group compresi). Propongono praticamente tutto l’album recentemente sfornato e come succede in questi casi, ad essere accolti con furore, sono ovviamente i singoli noti e i pezzi più orecchiabili. Echi vicini di rintocchi Blue Oyster Cult (‘Ether Radio’ assomiglia assai alla leggendaria ‘Don’t Fear The Reaper’!) ma anche coetanei come Bloc Party (soprattutto), Strokes, Libertines (almeno nell’attitudine velatamente punky) e devozione nemmeno tanto nascosta per la creatura di Bobby Gillespie. Il concerto scivola via abbastanza veloce, ci sono due-tre episodi da ricordare, quando cioè la band pesta sull’acceleratore e Browne dà il meglio di sè abbracciando idealmente il pubblico (un paio di volte scende e lo fa sul serio). Come gli “altri”, queste giovani leve, rendono più in studio che dal vivo. Nel caso dei ragazzi di Bristol parla chiaro la produzione di Steve Osborne (U2 e New Order ad esempio) ed il missaggio del mitico Alan Moulder (Smashing Pumpkins tra i tantissimi). Un concerto divertente per una serata frizzante e serena. Infiocchettato come un dono natalizio. Il prossimo test ci porta già con la testa agli Art Brut. Lasciamo che a morire per ultima sia sempre la speranza.

Emanuele Tamagnini

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