Chelsea Wolfe @ Init [Roma, 20/Aprile/2012]

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La bellezza dell’oscurità, omaggiata da due voci femminili e dalle loro magnetiche figure. A Valentina Fanigliulo alias Mushy il compito di aprire la serata: accompagnamento di un chitarrista, tappeti sonori post rock e arpeggi su cui s’innesta la sua voce, acuta, potente ma sempre sotto controllo. Impressionante nondimeno, ipnotica, cupa: ninne nanne apocalittiche per rimanere svegli. Zola Jesus il paragone più frequente, francamente non mi spiego cosa abbia in meno di miss Danilova, meriterebbe davvero attenzione. Invece, la sala dell’Init è ancora mezza vuota, si riempirà di lì a poco.

Cambio di palco, salgono tre musicisti (un chitarrista, un batterista e un bassista/tastierista) e poi lei, Chelsea Wolfe, pelle chiara, occhi di ghiaccio, pochi misurati sorrisi, voce gentile e cortese quando saluta il pubblico e chiede più volume all’addetto al mixer. L’impressione, fin da subito, è che dal vivo il suono sia molto più incisivo, quel batterista dagli occhi a mandorla utilizza i battenti e il tutto diventa più muscolare, un accento di “durezza” in più al variegato mondo della Wolfe, evidente già dall’intro del primo brano ‘Movie Screen’: la sua voce, eterea e avvolgente (a voler essere totalmente onesti, l’unico difetto alle mie orecchie è un riverbero appena eccessivo), alcuni suoi vocalizzi registrati e trattati da pochi effetti, poche note di chitarra distorta tenute per secondi, i piatti letteralmente graffiati, altri pochi e misurati effetti dalla tastiera e un incedere che cattura e affascina, valga lo stesso anche per ‘Tracks (Tall Bodies)’ o ‘Mer’, qui dall’andamento ancora più imperioso, o la funerea ‘Widow’, una miscela di folk e drone a tinte dark. L’altro lato di Chelsea è dato da brani come ‘Demons’, proprio infernale – questo intendevo quando parlavo di un suono più incisivo: già trascinante su disco (sempre lo splendido ‘Apokalypsis’ pubblicato lo scorso anno), diventa enorme dal vivo, un selvaggio rock’n’roll tempestato d’oscurità. Inoltre, non mancano alcune vere e proprie sfuriate, schegge strumentali dai drumming scatenati e chitarre sovrapposte. Per l’unico bis, una versione di ‘Halfsleeper’ che condensa tutta la bellezza di un concerto di Chelsea Wolfe: una prima parte affidata unicamente alla sua voce e alla chitarra da lei stessa suonata, poi un crescendo d’intensità con i tre musicisti tornati ai rispettivi strumenti fino al climax e alla chiusura finale, con un bacio a due mani rivolto al pubblico, tra i feedback degli strumenti. Magari l’Apocalisse avesse davvero la voce e l’aspetto di Chelsea Wolfe.

Piero Apruzzese