Charalambides + Marissa Nadler @ Traffic [Roma, 8/Aprile/2008]

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Qualche tempo fa, in occasione dell’uscita di ‘The Saga Of Mayflower May’ [Eclipse Records], scrissi la mia sul buon folk al femminile tra le pagine di Nerds Attack!, inglobando Marissa Nadler in un contesto in cui figurava anche il nome dell’estremista nel settore [insieme a molte altre] Josephine Foster. Ascolti che vanno dosati per il loro integralismo nel genere e l’attitude agreste e antichizzata. E perché per quanto bella sia la campagna, per quanto salutare sia la tisana, il finocchio selvatico, le more, la lavanda, il frastuono al quale siamo fortemente attaccati inevatibilmente poi ci viene a mancare. Marissa arriva a Roma ed io vado a farmi avvolgere dalle fibre naturali e dal torpore ovattato del suo cantare, perché ho voglia di luce soffusa e riverbero ancestrale nonché di carta ingiallita dal tempo. Sembrerò visionaria ma come fai a non pensare a tutto questo quando ti imbatti anche nella sua persona fisica? Il capello è lungo, sciolto e ondulato, il vestito è totalmente lungo, morbido, di chiffon, fuori piove e lei porta i sandali e a questo punto il mio scialle da quacchera di lana mista starebbe meglio su di lei. Troviamo Marissa già sul palco e in piena performance ma poco ci vorrà affinché la nostra attenzione si concentri pienamente nella sua direzione. Le luci sono calde, rosse come il succo aspro di lucidi chicchi di melograno. La sua voce fluttuante e doppia è un nastro che avvolge i pochi presenti ma che riesce a lasciarti un occhio aperto e attento. Gioco di immaginazione e vedo Marissa incorniciata dagli stessi nastri tenuti tra il becco di cardellini e colibrì, frazioni di voce che ricordano Elizabeth Frazer [oso], pacatezza retrò che evoca il nome della “riportata alla luce” Linda Perhacs [oggi il suo allucinato, solitario album ‘Parallelograms’ non passerebbe certo inosservato, cavalcherebbe quell’onda che passa in momenti strani, fuori da ogni previsione. Ma sarebbe comunque senza-tempo.] e la languida nostalgia a ricordarmi di Sybille Baier. Non c’è quindi nulla di nuovo, a voler fare nomi non si finirebbe mai ma Marissa Nadler è l’apparizione di qualche spirito campestre che sa fare bene quello che fa, che genera quella luce crepuscolare nel buco nero della città… di notte, mentre piove.

E ora tocca ai Charalambides. Mai visti dal vivo, mai esplorati, solo un nome appuntato da tempo tra le cose “da ascoltare”, quindi questa per me sarà la giusta occasione e il muro sarà l’amico migliore. Mentre Watt, preda del sonno e dell’uncinato punto interrogativo sopra la sua testa, genererà poco a poco un canyon sotto i suoi piedi, inghiottito dal linoleum del Traffic, scenderà sempre più giù. Surreale. Ma il lavoro sarà rifinito dai due, le grotte scavate dai vocalizzi stridenti e carsici di Christina, dallo psicotico suonare di Tim sono fori emotivi nei quali nascondersi in un momento in cui non sai se le ossa accettano o rifiutano, quindi vai giù e sei molle, ti tiri su per cercare coinvolgimento e ritoni giù, inevitabilmente. Non sai se ciondolare o rimanere affascinato da qualcosa che non individui prontamente e che guardi solo da lontano. A tratti mi ridestano con schizzi di energia, a tratti si prendono invece gioco del mio lieve sonno. Quella dei due è un’espulsione catartica di drammatico psych-folk, bivalve e carnivoro ma è necessario leggere – prima – il foglietto illustrativo, per il dosaggio più che altro. Da riconsiderare, mi riproporrò di riprovare.

Mary Notarangelo

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