ChameleonsVox @ Traffic [Roma, 12/Dicembre/2013]

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Qualche anno fa il post-punk per me era una delle cose più belle del mondo. Ricordo l’avidità con cui macinavo ascolti, leggevo articoli, guardavo liste di pietre miliari e gemme nascoste. Fra i miei dischi preferiti c’era e c’è ‘Script of the Bridge’ dei Chameleons, uscito nel 1983. La band di Manchester con il suo esordio lasciava una traccia indelebile nel panorama musicale inglese, vero e proprio manifesto di un’epoca e di un sound che è tuttora irripetibile, nonostante i vari tentativi – quasi mai riusciti – di revivalismo (forse con l’unica eccezione “americana”: ‘Turn on the Bright lights’ degli Interpol). La reunion sotto il nome ChameleonsVox, in cui figurano della formazione originale Mark Burgess e John Leaver, è di scena al Traffic di Roma. Pieno di fiducia mi reco con il Ribeca al concerto, speranzoso di trovarmi una band efficace almeno quanto lo furono i coevi Echo & the Bunnymen al Circolo degli Artisti. La fila all’ingresso sin dalle 22 lascia intuire che la serata sarà positiva per il Traffic. L’età del pubblico è piuttosto eterogenea, anzi direi che sono sicuramente di più le persone nei loro “anta” che i ventenni. L’apertura del concerto è affidata ai romani Avant-Gard, band che segue pedissequamente le tradizioni post-punk e dark-wave degli anni ’80, senza offrire particolari novità. Sicuramente un ottimo antipasto per gli appassionati del genere, un po’ meno per chi non ha sposato la causa del genere in questione (di quelli che l’hanno sposata ce ne erano davvero tanti). Proiettati di fuori dal desiderio di un’ultima (gelida) boccata d’aria prima dell’inizio del concerto ci si rende conto di quanto la serata sia stata fortunata in termini di botteghino, e di quale sbalzo climatico ci aspetta al rientro nella sala.

Dopo un po’ di attesa finalmente i ChameleonsVox attaccano. Vedere Mark Burgess dal vivo fa veramente un grande effetto. La sua voce ha una potenza straordinaria, tanto che passo il primo pezzo incantato a guardarlo cantare sicuro dentro il microfono. Il problema è che sembra da solo. Sì, per tutto il concerto ho avuto l’impressione che Burgess fosse nella band sbagliata, accompagnato da persone con l’attitudine sbagliata, con i suoni sbagliati, i volti sbagliati. Anche lo stesso John Leaver alla batteria (ma era veramente lui?) non sembrava essere uno dei membri fondatori, quanto piuttosto un grigio turnista prestato per una notte al post-punk. Oltretutto, e temo sarò pedante perché lo dico di quasi tutti i concerti in cui vado, le chitarre a volumi alti mancano tanto, tanto, tanto agli ascoltatori, soprattutto se ci sta una batteria ottantiana bella presente sotto. Inutile specificare che sono i pezzi di ‘Script of the Bridge’, su tutte ‘Don’t Fall’ e ‘Monkeyland’, a rimarginare in parte la ferita aperta da un concerto che mi aspettavo molto più coinvolgente, tenuto in piedi da un grande frontman vecchio stile, come li facevano una volta in Inghilterra. Io purtroppo ho ancora nell’orecchio il mio amico che mi strilla “Dove sono le chitarre?”, e le sue minacce di non accomodarmi nel fare un report di maniera per dribblare le solite miopi critiche. In effetti il concerto ha deluso, ma va anche detto che c’era tanta gente estremamente soddisfatta e coinvolta. Forse quando sarò più grande anche io riuscirò a dire che mi è piaciuto un concerto che avrei potuto seguire interamente al bancone del bar. Devo ammetterlo, se avessero fatto ‘Less than Human’ li avrei perdonati.

Luigi Costanzo

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