Chain & The Gang @ Evol Club [Roma, 13/Febbraio/2018]

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Ian Svenonius is back in town! Ad un paio di mesi dalla performance solista con il progetto Escape-ism, svoltasi sempre all’Evol Club, l’eccentrico artista statunitense ritorna per condurre le pulsioni psycho rock’n’roll dei suoi Chain & The Gang. Si tratta della quarta band fondata dal folletto di Washington DC nell’arco della sua carriera musicale, dopo The Nation Of Ulysses, The Make Up e Weird War. Una formazione dall’organico variabile, che dal 2008 ruota intorno alla libertà espressiva dell’istrionico frontman, assecondandolo nelle attività live e nella pubblicazione dei cinque album in studio realizzati. L’ultimo di questi è uscito per Dischord nel settembre del 2017, si chiama “Experimental Music” e ne conferma il valore assoluto con ritrovato entusiasmo. L’anno scorso la band ha pubblicato anche una raccolta dal titolo “Best Of Crime Rock”, contenente reinterpretazioni di brani autografi precedenti ed il “Live At Third Man Records”, registrato sotto la supervisione di Jack White, grande estimatore di Svenonius. Un suono di matrice garage e blues, con deviazioni psicotiche e venature post punk, in una miscela abrasiva e viscerale. Il resto è tutto nel carisma e nell’espressività fuori dal comune di un performer unico, figlio di un incesto tra James Brown e Mick Jagger.

Questa sera la formazione che lo accompagna è del tutto femminile ed è composta da: Francy Graham alla chitarra elettrica, Fiona Campbell alla batteria, Shelly Sevant al basso e Amanda Perkins alla seconda voce. Hanno un loro stile acerbo ed indossano tutte dei completi rosa pastello maculati come quello del leader. Alle 23:15 le musiciste prendono posto e una breve intro di basso e batteria fa da sfondo alla presentazione di Svenonius. Accolto da un bell’applauso, il cantante raggiunge il palco direttamente dalla sala e comincia ad incitare il pubblico. “I See Progress” da inizio ai convenevoli. Lui prende subito possesso della transenna ed inizia ad instaurare il suo colloquio continuo con i presenti, che non impiegheranno molto a lasciarsi coinvolgere. “Certain Kinds Of Trash” mostra un bel groove e la chitarrista si fa apprezzare con un buon solo. “Why Not” è un boogie scarno ed efficace, dal forte sapore sixties. Svenonius racconta molto tra un brano e l’altro, sia in maniera seria che ironica, contestualizzando il messaggio espresso nelle canzoni. Si comporta d’autentico mattatore e lancia call and response, che pian piano raccolgono sempre maggiore partecipazione. “Devitalize” è un garage di spessore, che sfoggia un fuzz d’assalto e cori perfetti. Un divertente siparietto con uno spettatore precede l’impatto rock di “Reparations”, mentre “Logic Of Night” è uno strano blues a due voci con impennate acide. Il gruppo non brilla per tecnica, ma ha un impatto più che dignitoso e risulta funzionale alla liturgia del buon pastore. Lui dal canto suo gode particolarmente a dir messa e si mostra un attore consumato nella drammaturgia del rock’n’roll. Ha un’agilità invidiabile e in alcuni momenti sembra doversi muovere il doppio anche per sopperire alla staticità delle comprimarie. “Mum’s The Word” ha un bel tiro sorretto dal basso distorto, con il pubblico, che gestito a dovere, canta il coro nel ritornello. Lo speech centrale diventa ironico e surreale e oramai s’è instaurato un vero e proprio dialogo tra palco e sala. Lui interpreta tutto il mestiere di cui è capace, prima che la band confezioni un finale garage di gran fattura. “Three Made A Fool Out Of Me” è surf rock e sixties beat, con una seconda voce che trasuda svogliatezza wave. Il fascino dei contrasti è insito nella lezione di grandiosità sbilenca e contagiosa. “Livin’ Rough” ha un beat funk sincopato immerso in una pozza di post punk. “Trash Talk” è un rockabilly ricco di sentimento e letizia e vede anche la chitarrista aggiungersi ai cori. “Detroit Music” è un funk rock acido con attitudine punk e prevede di nuovo la partecipazione assistita del pubblico, invitato e guidato nei cori durante l’esecuzione. La chiusura è affidata a “Come Over”, che ha negli accenti dei pattern di rullante e timpano la peculiarità distintiva. Quindi escono di scena e lo stesso frontman si sporge dall’alto dei camerini per scaldare l’audience, incitando al bis. Dunque c’è poco d’attendere e con la coinvolgente e narrativa “Deathbed Confession”, si chiudono al meglio sessantacinque minuti di show.

Cristiano Cervoni

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