C+C =Maxigross & Miles Cooper Seaton @ Monk [Roma, 3/Febbraio/2017]

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Primo appuntamento stagionale con la Rome Psych Fest Nite al Monk, una lunga scia psichedelica che in una serie di eventi, culminerà in autunno nella seconda edizione del festival. Per presentare Miles Cooper Seaton dirò soltanto che gli Akron/Family, soprattutto grazie ai primi tre dischi del periodo in cui incidevano per la Young God di Michael Gira, sono tra i tesori ben custoditi nelle pieghe dell’anima di chi scrive.   Invece, per i meno avvezzi alle “questioni musicali italiche di nicchia”, vale la pena raccontare bene la storia dei C+C=Maxigross, band di notevole spessore e di respiro internazionale, da non confondere con la quasi omonima catena di supermercati. Nascono come collettivo nel 2009 in una baita nei pressi di Vaggimal sulle prealpi della Lessinia, fra le province di Verona e Trento. Le loro improvvisazioni di folk psichedelico e armonie vocali dal sapore sixties prendono forma nell’EP ‘Singar’ uscito nel 2011. Nel 2012 vincono il premio della fondazione Arezzo Wave che li porta negli Stati Uniti per un minitour, con una tappa nel prestigioso CMJ Music Festival di New York., Nel 2013, con la preziosa coproduzione di Marco Fasolo, elettrificano il suono e pubblicano ‘Ruvain’, aggiudicandosi il premio PIMI al MEI come miglior autoproduzione italiana. Quindi si imbarcano nel lungo tour che per un anno e mezzo li vedrà calcare, oltre a tutto lo stivale, anche numerosi palchi europei e farsi gradita proposta in festival del calibro del Primavera Sound, dell’Eurosonic, del Fusion Festival e del Reeperbahn. L’esperienza live e la maturità conseguita in questi mesi convoglieranno in ‘Fluttuarn’, disco che nel novembre del 2015 segnerà la cifra stilistica della band in una corposa e sfaccettata gemma di pop psichedelico, che li porterà di nuovo in tour e ad esibirsi, stavolta come ospiti, nella line-up del Primavera Sound. Agitatori culturali molto legati alla loro terra e non solo per l’uso dell’antica lingua cimbra nei titoli dei loro dischi, producono diverse realtà locali e da tre anni organizzano il Lessinia Psych Fest. Galeotta fu la prima edizione nel giugno del 2014, in cui invitano a suonare il polistrumentista in pausa dagli Akron/Family. L’incontro risulta speciale. Le affinità tra i percorsi e le influenze musicali sfociano in jam estenuanti dentro i Vaggimal Studios. In seguito il californiano sarà ospite in alcuni brani del già citato ‘Fluttuarn’ mentre gli italiani faranno da backing band nel suo esordio solista ‘Phase in Exile’, realizzato nel 2016.

Quindi decidono di mettere su una scaletta basata su questi due dischi, oltre a qualche inedito e poche cover, unendo le forze in un sestetto per le ultime 15 date dell’infinito tour dei veneti (che avevano inserito un secondo batterista poco prima dell’estate). Ai presenti stasera basta poco per capire che non sarà un concerto qualsiasi, quando entrando trovano la strumentazione montata a terra nella sala, su espressa richiesta della band. Si è tutti sullo stesso piano. L’idea di base della performance è quella di creare un’unione forte e totale tra musicista e pubblico, come spiegherà un Cooper in grande forma, non solo alla voce e alla chitarra, ma anche come intrattenitore nelle pause concesse alla musica. L’apertura è affidata al duo degli Orange 8, che in una mezzoretta disegnano con gusto piccoli affreschi psichedelici raffinati e cerebrali per chitarre, voci, elettronica, kazoo e percussioni. Più eterei e sospesi che in passato, ma sempre di gran classe. Il cambio palco è veloce. L’ingresso della band è anticipato dal bassista, che in penombra accende un fascio di foglie di salvia bianca, ad emulare un antico gesto purificatore dei Nativi d’America. I sei musicisti senza palco (due chitarre, due batterie, synth e basso) suonano con perizia tecnica, energia e coinvolgimento emotivo. Nell’ora e mezza di durata di questo “rito collettivo”, masticano rock nell’accezione più ampia del termine, portandolo dalle praterie americane, ad echi quasi post-rock, dalle ritmiche tribali africane, alle spesse nebbie d’Albione. I brani dai dischi vengono sporcati e sfilacciati in code strumentali ora acide ed ora più languide, ma senza concessioni particolari alle sfumature pop e alle armonie vocali a cui ci avevano abituato. Un suono denso e spesso ma nel nome dell’amore. Freak’n’Roll! L’emozione arriva al pubblico, che ne avverte la genuinità, la fa propria e la restituisce al mittente. Il finale è un crescendo continuo. Nell’ultimo brano prima dei bis chiedono a tutti di avvicinarsi ulteriormente fino a sfiorarli in un abbraccio ideale. Si tratta di uno dei tre inediti della serata, quello dedicato dai C+C al lungo iter burocratico intrapreso con successo da Cooper per potersi trasferire a vivere in Italia. La situazione visivamente diventa quasi da concerto Hardcore old school, ma si balla senza pogo o stage diving. Tra gli altri due inediti c’è stato anche un brano in italiano cantato da uno dei due batteristi, solo per questa occasione alla chitarra. Veniamo alle cover scelte. La prima che hanno suonato è stata una bella versione di ‘I’m on Fire’, che Cooper ha disannunciato specificando di non amare Springsteen, ma di fatto questo brano per lui è come un’ossessione. Le altre due sono state i bis finali. Hanno eseguito un’insospettabile ‘Amarsi Un Po” di Battisti, che il pubblico spiazzato canta tra il divertito e l’incredulo, per poi chiudere con una versione del tradizionale ‘I Know You Rider’ degna dei migliori Grateful Dead, sul cui incipit Cooper invita tutti i presenti a schioccare le dita a tempo. Il pubblico ne vorrebbe ancora, ma la band oramai ha speso tutto e con soddisfazione comune si chiude la terzultima data di questo tour. Un viaggio che sta per giungere alla fine, ma che sarà sicuramente l’inizio di una nuova e prolifica avventura artistica.

Cristiano Cervoni

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