Cat Power + Oneida @ La Palma [Roma, 19/Maggio/2003]

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La serata è calda, e il locale è pieno: una folla divisa tra i curiosi attratti dal tam tam degli Oneida e gli adoranti seguaci del verbo crepuscolare di Cat Power (con un leggero sbilanciamento delle presenze a favore di quest’ultima). Primi in scaletta, però, i parigini Women And Children (WAC), decisamente assimilabili alla lunga sequela degli epigoni velvettiani, che proprio questo mese pubblicano il loro nuovo disco per la Darla Records. Gli Oneida, originari di Brooklyn (come i Liars, con cui hanno collaborato, e gli Yeah Yeah Yeahs), salgono poco dopo sul palco, e da subito è chiaro che, benché assimilati alla attuale scena newyorkese più in vista, non sembrano condividere l’atteggiamento da “star” che abbiamo avuto modo di constatare in altre formazioni come gli Interpol o i Calla. Viceversa, appaiono semplicemente tre ragazzi pieni di salute e di voglia di suonare, allegri e disposti ad un continuo, informale, interscambio con il pubblico. Il loro set trasformista combina prolisse suggestioni psichedeliche con uno scapestrato chitarrismo garage punk. Con la stessa disinvoltura con cui mutano la line up, scambiando bassi con chitarre e chitarre con piani elettrici, si lanciano in una slabbrata acida fuga ossessiva che si confonde in scenari mutevoli sovrapponendo i territori del noise con quelli dello stoner e delle sbandate sonico-sintetiche dei Suicide; in ‘People Of The North’ toccano l’apice trasmettendo l’immagine più potente, quella di essere dei moderni Doors. A parte questo, nessuno sembra condividere con me l’opinione della somiglianza musicale con gli El Guapo di ‘Super/System’ (Dischord): sebbene gli Oneida siano enormemente meno robotici e più tradizionalmente chitarristici, la contiguità dei timbri del synth e del cantato mi sembra palese, oltre ad una certa cadenza ritmica “ferroviaria” che mi pare abbastanza omologa. Chiudono l’ottima performance con una brano, di cui ignoro il titolo, consistente in una stremante ripetizione corale di un mantra tribalistico che sembrava un “dai dai dai dai dai…”: una prova di forza strumentale e di rara capacità di iperventilazione polmonare, che è diventato subito il motto mio e dei miei amici, che però mi ha anche convinto a non comprare il loro ultimo disco, optando piuttosto per il favoloso split con i Liars (2002) ed il sicuro pregio di ‘Anthem Of The Moon’ (2001).

Decisamente di tutt’altro tono l’esibizione attesissima di Chan Marshall, aka Cat Power, in tour in Italia per presentare il suo ultimo album ‘You Are Free’ (2003, Matador/Self). E, laddove il disco poteva apparire come una reinvenzione in chiave folk del gergo grunge dei Pearl Jam, il live è di una pasta diversa, con la cantautrice che si alterna alla chitarra e al piano, ciondolante e appesa alla sua stessa voce, immersa nella vastità crepuscolare di arrangiamenti che molto richiamano le atmosfere di Tom Waits e Nick Cave. Il suo timbro inconfondibile, sommesso, si adagia languidamente sul tappeto sonoro fosco prodotto dalla band, disegnando, per oltre un’ora, un oscuro e monocorde tramonto lunare, un panorama scarsamente vario, ma anche suggestivo. Nel finale si lascia spazio alle cover, tra le quali spiccano ‘We’re Going To Be Friends’ degli White Stripes e la dylaniana ‘Knocking On Heavens Door’. C’è stato grande entusiasmo nel pubblico, ipnotizzato ed estasiato per tutta l’esibizione: è evidente che il personaggio è sinceramente apprezzato, soprattutto dagli amanti di un certo cantautorato ricercato. Alla fine, a sipario calato, c’è stato anche un episodio singolare, condito da una punta di feticismo/divismo: Cat, che non ha concesso bis, è uscita dal backstage e si è sdraiata sul pavimento e si è lasciata circondare, sorridendo, di presenze anelanti autografi e adoratori eccitati; qualcuno provava anche imbarazzo, qualcun’altro forse mortificazione e senso di colpa percependo, forse con maggiore sensibilità, il dramma sottinteso alla sconcertante impudica icona supina nella polvere del locale.

Alessandro Bonanni

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