Cat Power @ Auditorium [Roma, 8/Luglio/2013]

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Charlyn è fatta così. Artista vera. Autentica. Schietta. Genuina. 41 anni e il sangue sudista nelle vene. Di Atlanta, cresciuta in una famiglia innamorata e mischiata con la musica. “My mom loved Ziggy Stardust and was called always called Ziggy”. Padre (pianista) e patrigno “divisi” invece tra gospel, blues, soul e psichedelia, ed un giro “vicino” alla Charlie Daniels Band e ai fratelli Allman, tanto che la piccola Charlyn si ritrova sovente ai concerti di queste band e soprattutto in mezzo ai parties che animano il “dopo” di ogni show. A vederla così sembra la sceneggiatura di “Almost Famous”, ma non si tratta di finzione. A 16 anni il distacco dalla madre che non incontrerà più fino ai 24, a 18 quello con il patrigno. Quindi i primi passi nel mondo musicale e solo per caso l’adozione dello pseudonimo Cat Power, niente da spartire con i gatti, se è vero che il nome “Cat Diesel Power” campeggiava su un cappellino da camionista indossato da un tizio incontrato per caso dentro una pizzeria. New York. I suoi vent’anni. La scena sperimentale. Le correlazioni preziose con Man Or Astro-Man? e God Is My Co-Pilot, l’incontro con Steve Shelley, i primi album. Ma a segnarla nell’anima sono le relazioni amorose e personali. Un passo indietro. Famiglia a parte, quando ad Atlanta lavora come cameriera il suo storico boyfriend soccombe all’AIDS, come molti dei suoi amici, risucchiati all’inferno dal massimo momento d’esplosione della malattia. E’ il primo duro colpo nervoso per Charlyn. Tra la metà degli anni ’90 e gli albori del nuovo millennio si susseguono numerose relazioni tutte “sbagliate”, tutte naufragate prima del tempo. Nel 2006 il breakdown più grave. Esaurimento nervoso, pensieri suicidi, un limite a cui la Marshall arriva condotta da uno stress sproporzionato rispetto alla sua fragilità psichica e da un abuso massiccio di alcool (l’adorazione per lo scotch) e farmaci. Dopo ‘The Greatest’ il ritorno con ‘Jukebox’ e nel 2011 l’annuncio della relazione con l’attore Giovanni Ribisi (il padre Albert Ribisi negli anni ’60 fa parte dei People! band californiana ricordata per il singolo ‘I Love You’) ma anche questa volta la speranza di un rapporto duraturo si dissolve come neve al sole. Durante la lavorazione di ‘Sun’ il punto che segna la rinascita dell’artista: “I cut my hair off three days after the break-up, got on a plane to France, and finished the shit”. Ma il “bentornato” tarda ad arrivare. Altri ostacoli si frappongono alla sua strada tutta in salita. Le difficoltà economiche e a fine 2012 l’intervento medico per curare un pericoloso angiodema la costringono a rimandare il tour. Che fortunatamente arriva con il nuovo anno. E allora bentornata Charlyn.

La pioggia ha evidentemente fatto ritardare i check. C’è una gran folla. C’è tanta inteligencia. C’è una parte “bene” di chissà quale dimora di Dio. C’è estrema curiosità. La storia va letta, semmai studiata, conosciuta prima ancora. Eppure sembra che molte di queste persone, stasera non abbiano fatto nessuna di queste semplici cose. Vedremo più avanti perchè. In solitaria, di fretta, quando ancora il pubblico è alle prese con la ricerca del posto numerato e intento ad asciugare i sedili con dei fogli di carta tempestivamente serviti dal personale dell’Auditorium, Scott Matthew inizia il suo set, proponendo cover incluse nel suo imminente nuovo album (leggi). In acustico, voce potente, rielaborazioni sincere, certamente di maniera, da ‘To Love Somebody’ a ‘I Wanna Dance With Somebody’ fino alla più riuscita ‘No Surprises’. Dentro finisce anche uno dei suoi “singoli”, ‘In The End’, figlia abbastanza chiara di ‘Tears In Heaven’ di Eric Clapton. Applausi e il palco rimane vuoto. L’umidità è a livello defcon 5. Ma rimango concentrato. Esattamente dieci anni dopo quella piccola-grande serata de La Palma (locale romano da tempo defunto), quando veniva supportata dai reiterati-impareggiabili Oneida (leggi), ritrovo Charlyn con estrema emozione ed estrema eccitazione. Alla spicciolata fanno il loro ingresso i quattro musicisti che l’accompagnano. Poi nel buio, con indosso un giubbotto di pelle sul retro del quale campeggia il suo logo (appicciato ovunque, magliette ufficiali comprese), entra lei, visibilmente già estraniata (sembra) dal resto del mondo attorno. L’intro scandisce l’arrivo di ‘The Greatest’ (guarda video). E’ già follia. Cat Power penetra e trafigge cuore, testa e anima, con una voce profonda, abrasiva, di straordinaria bellezza. Ed il finale sontuoso è il preludio ad un concerto unico. Enorme. Di un’intensità mai vista.

Aggrappata ai due microfoni, passeggia orizzontalmente per il palco, caracollando, trascinando una gamba, che è poi il trascinare la propria vita. Sopravvissuta e viva al tempo stesso grazie alle sue forze e all’amore delle persone accanto. La voce è roca e flebile quando parla e ringrazia. Magnetica in quei passi senza ordine apparente. Un viaggio a scandagliare i tormenti e i fantasmi. Un autentico esorcismo del dolore. Parlare dei brani mi risulta sempre difficile, figuriamoci dopo un’esibizione del genere. Impossibile toglierle gli occhi di dosso. Quello che invece sovente fanno alcuni impietriti, imbellettati, incravattati, improfumati, inanimati, imbustati, inadeguati personaggi dalle fattezze anatomiche (dotati cioè di olimpiche facce di cazzo), che evidentemente si aspettavano una cantante d’opera o di musica leggera dall’ugola gorgheggiante. Ogni momento sembra essere l’ultimo. Ogni pezzo ha una forza dirompente senza pari. Sconvolgente. L’universo a parte di ‘King Rides By’, il gorilla che campeggia alle spalle di ‘Always On My Own’, una spettrale e totale versione di ‘Angelitos Negros’ portata al successo da Roberta Flack nel 1969 (e presente in ‘Jukebox’), ‘Cherokee’, quella ‘Nothin’ But Time’ (guarda video) accompagnata dalle immagini del video che ha come protagoniste due ragazze che sfrecciano ad Albuquerque in sella alle loro BMX, quanto ancora? Poi ad un certo punto il break. Si ferma. Fa segno con le mani che non sente. Sente male. Cominciano lunghi minuti di colloqui con tutti i musicisti e con il fonico di palco. Poi è lei stessa ad annunciare che non ha sentito nulla, che ha sentito tutto male, si scusa, sembra ripensarci. Scende dal palco. Ed esce. I musicisti continuano a suonare una sorta di “tappeto” riempi qualcosa. Il pubblico la chiama. Passano i minuti. Alcuni di quelli giunti al Teatro dell’Opera si alzano e se ne vanno. Io guadagno tempo e vado a comprarmi una maglietta. Allo stand del merchandise, posto all’esterno della Cavea, ci sono due signore “di quelle”, piene di gioielli e oro, truccate come neanche una drag queen, che si lamentano con la povera ragazza addetta alle vendite: “Dovrebbero ridarci i soldi, ma che si fa così?”. Io la guardo stupito come un panda davanti ad un cocomero parlante, d’istinto vorrei risponderle “ma se ne vada affanculo babbiona” e invece molto educatamente le rispondo: “Signora, fin qui ha fatto un concerto eccezionale… cosa vuole?”. Lei abbassa gli occhi, scuote la testa e se ne va con l’amica dalla borsa firmatissima. Cat Power rientra. Mi butto nel parterre. Le facce olimpiche qui pullulano e sembrano proliferare ad ogni angolo. Una gentilissima singora di giovane età ma di vecchio cervello, mi intima di abbassare le braccia, alzate non di molto sopra la testa per catturare qualche immagine-video che vedrete da queste parti, ma lo fa dandomi di fatto una pacca-schiaffo sulla spalla con l’intento di togliere lei l’apparecchiatura. Riprendo a filmare e dopo cerco l’educanda che invece si posiziona accanto a me, cinta da un compagno figlio di qualche fiore appassito e ancora (nel 2013) con la sciarpetta al collo comprata al negozio del bangla sotto casa.

La gente si è ormai assiepata ai bordi del palco. Non è un bis. E’ un’altra parte di concerto. L’intensità forse è andata perduta? Neanche per sogno. Nella sua sfilacciata, surreale bellezza, questo finale è da ricordare. Non fosse altro perchè arriva ‘Shivers’, brano firmato dal compianto Roland S. Howard, brano dei Boys Next Door di Nick Cave. Come non amare questa artista? Che avrebbe fatto la fortuna di una come Vivienne Westwood nella Londra di fine ’70, che sta facendo la nostra con un’attitudine selvaggia, legata e prossima al confine dell’autodistruzione (mentale prima ancora che fisica). Claudicante continua a sistemare casse e a parlottare con i quattro musicisti, poi il gran finale la vede impegnata a lanciare magliette (tante) e fiori bianchi sulle note del piano di ‘Ruin’ (guarda video). A qualcuno dalla spiccata “erre moscia” nobiliare questo non va bene, “una cosa triste” dice un olimpionico da poco medagliato, la cosa triste è averti visto qui, credimi. Visibilmente sfiancata, ringrazia a mani giunte, battendosi il petto, salutando come uno scout. L’ultimo applauso. Momenti di commozione e stupore. Tutto e il contrario di tutto. Tutta l’essenza di un’artista pura. Vinta e rimersa dalle sabbie mobili della propria esistenza. Ardente e lancinante. Ti voglio bene Charlyn.

Emanuele Tamagnini