Cass McCombs @ Monk [Roma, 9/Febbraio/2017]

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Cass McCombs è quello che molti vorrebbero essere. Cantautore, californiano, con un bel nome e un bel volto, apprezzato dalla critica, adorato dai fan. Tutto ciò nonostante scelte di vita che, se fatte da altri, avrebbero avuto come unico esito quello di essere trattato come uno che ha un mondo nel cuore, ma non riesce ad esprimerlo con le parole, per citare Fabrizio De Andrè quando canta di ‘Un Matto’. Ha vissuto per anni praticamente da homeless, senza averne motivo né bisogno, un vero e proprio ribelle senza una causa. Si è spostato dal suo stato d’origine, uno di quelli che più che un punto di partenza sono soliti rappresentare un arrivo, per quelli che sono attratti da un certo tipo di lifestyle a stelle e strisce, evidentemente non il suo. Nonostante una vita che lui stesso è andato a complicarsi, è invecchiato piuttosto bene, apprezzato dal gentil sesso e stimato da quello che, per esclusione, è rude. La sua carriera artistica è giunta all’ottavo LP, ‘Mangy Love’, licenziato dalla Domino Records, un piacevole gioiellino di songwriting con piacevoli, sebbene poco originali, soluzioni musicali, e la sua promozione è lo spunto per tornare in Italia dopo lunga assenza. L’opinione di chi conoscevamo, tra quelli che avevano assistito ai suoi live, non era unanime: chi lo aveva adorato, chi sopportato a malapena, quindi abbiamo deciso di dirigerci al Monk per il nostro esordio annuale, per andarci così a creare la nostra personale opinione.

Cass McCombs è quello che molti vorrebbero essere e ha quello che molti vorrebbero avere: Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) in apertura e vari, considerati, musicisti tra il pubblico. Dopo aver mostrato la Tessera Arci, tassello indispensabile per accedere al locale di Via Giuseppe Mirri, percorriamo il viale che porta in direzione dell’agorà del locale. Il freddo è tanto, ma nessuno sembra dargli peso, tantomeno uno che sul palco è un Ragazzo Morto e negli scaffali delle librerie un ottimo disegnatore. Inserire Viterbini come opening act è stata una saggia mossa, visto che appena sale sul palco, accompagnato dai suoi due sodali, la folla che era sparsa per il locale si concentra frettolosamente sotto di lui, ormai ben avviato con la propria carriera solista che non gli ha però fatto accantonare quella del duo power rock prima menzionato e con il quale si è fatto conoscere. Passeremo una gradevole mezz’ora, con il picco raggiunto con ‘El Manisero’, colorato pezzo di world music. Dopo i suoi saluti e la meritata selva di applausi, ci vorranno circa dieci minuti prima che McCombs, chitarra a tracolla, faccia la sua comparsa, coadiuvato dalla band, il cui bassista, limitandoci a un mero giudizio estetico, sembra essere il perfetto mix tra la buonanima David Foster Wallace e lo zombie Gianluca Grignani. Senza troppi fronzoli si parte con ‘Bum Bum Bum’, pezzo come molti altri, tra quelli che proporrà stasera, tratto dall’ultima fatica in studio. Le liriche sono l’elemento portante del lavoro di un artista spesso paragonato a Daniel Johnston per le espressioni a tratti disturbanti inserite nei suoi brani. Ce lo troviamo di fronte e non sembra somigliare neanche da lontano a quel tormentato artista che ci eravamo immaginati ascoltandolo in solitudine. Escludendo qualche riuscita melodia, per la quale ci troviamo a battere il piede a tempo, null’altro ci scuote nel corso di questo live, breve e monotono. Le parole scambiate col pubblico sono poche e rapide, scelta condivisa da molti cantautori storyteller, visto che il loro messaggio è totalmente inserito all’interno dei brani. Dopo undici pezzi tra alti e bassi la scaletta regolare si chiude con ‘County Line’, seguita dagli applausi che si dividono in convinti, poco convinti e di cortesia, preludio al solito entra (nelle quinte) ed esci (sul palco) che porta all’encore, composto da un solo brano, ‘Big Wheel’, degna di una tale considerazione da parte dell’artista da essere nel titolo di un suo LP, titolato ‘Big Wheel and Others’, come se il resto fosse solo contorno. Il brano ha più senso per McCombs che per noi, che usciamo poco convinti dell’esibizione. Può capitare che quando ci si trova di fronte a quello che molti vorrebbero essere, ci si renda conto che le caratteristiche che prese singolarmente risultano invidiabili, non per forza migliorano il quadro, se cumulate. La vita non è matematica, e tante volte, anche se ci rimaniamo male, è bello ricordarcelo.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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