Carla Bozulich + Gowns + Father Murphy @ Init [Roma, 21/Novembre/2007]

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Una breve salita. Un parcheggio di fortuna. E fuori le mani assumono la forma di una pesca rossa. Non è tardissimo ma il freddo punge sadico ogni protuberanza lasciata scoperta dal vestiario. E’ buio. E’ nero. E’ una serata affascinante. Tremendamente affascinante. A partire dall’apertura destinata al trio trevigiano dei Father Murphy nome dietro al quale agiscono Federico Zanatta (si legga Madcap Collective), Vittorio “GVitron” Demarin (si ascolti Gomma Workshop) e Chiara Lee. Una mezz’ora di rappresentazione viscerale. Aperta da un potenziale singolo come ‘We Know Who Our Enemies’ dove risalta la litania vocale di Zanatta e il controcanto “distante” della Lee. Quest’ultima alle prese con una tastiera giocattolosa che alterna ad altri piccoli artifici sonori pseudo casalinghi. Mentre solenne la batteria detta il tempo di una sorta di messa sbilenca e obliqua. Demarin si produce poi (nella parte finale) anche alla viola e all’improvviso l’aria si fa più folk e allentata. Come se i Cranes avessero chiuso in un magazzino i Pixies per pestarli a sangue sotto gli occhi compiaciuti dei Dead Can Dance.

Un breve cambio di palco. Il locale è accogliente anche per i coraggiosi astanti che curiosi hanno voluto presenziare ad un evento così avvolgente. Finalmente qui le band arrivano cariche e ricche di merchandising. Qualche faccia nota. Qualche chiacchiera per ravvivare una voglia di conventicola mai sopita.

La California dei Gowns non risponde ai canoni stereotipati appiccicati al nostro distorto immaginario culturale. La California dei Gowns è racchiusa nel debutto ‘Red State’. La California dei Gowns è formalizzata da Ezra Buchla (ex Mae-Shi – il loro terzo album ‘HLLLYH’ uscirà, slittato, a febbraio 2008), che ha sulle spalle un cognome ingombrante essendo figlio di quel Don Buchla pioniere ed inventore delle prime “forme” di sintetizzatori, e dalla biondissima Erika M. Anderson (ex Amps For Christ, quelli condotti dal guru del metal noise Henry “Bastard” Barnes). Con loro a completare il quartetto anche un baldo batterista ed un barbuto bassista che silenziosamente conquistano il palco. Buchla è il sosia totale di Elijah Wood, per camminare usa un bastone, figura impalpabile che nasconde qualche anfratto di sofferenza riversato su un sintetizzatore “particolare”, su vari laptop e Monome controller, sulla voce sussurrata e rantolata, su una viola a rappresentare il filo d’unione con il proto-noise low tone e radicale dell’esperienza seminale dei Velvet Underground. La Anderson è una ragazzona “americana” (che oggi si fa chiamare EMA e debutta con il bellissimo ‘Past Life Martyred Saints’). Caschetto biondo e chitarra in spalla (ha partecipato anche al progetto delle “100 chitarre” promosso da Glenn Branca). Un viso paffuto della provincia più estrema ed isolata. Quel South Dakota disseminato di cimiteri, di gioco d’azzardo tentato ai dadi e di sinistri ricordi di serial killer. La sua altezza da valchiria a poco a poco calamita attenzione e qualcosa in più. In un italiano stentato ma decifrabile ringrazia e si presenta. Il set del quartetto della Bay Area inizialmente è letteralmente entusiasmante. Partenze diradate, ammalianti, che saettano all’improvviso in territori drone melodici, squarci spiralati. Assorbenti. La Anderson barcolla. Ora è impossessata dal demone di Nico. La parte centrale è ostica. Tempi lunghi. Pause. La chitarra viene lanciata in terra. Problemi con i pedali. I Gowns continuano la loro fotografia paesaggistica sonora. Fermano il tempo con un finale decisamente pop. Alla maniera dei Gowns e della loro personale California.

Altra breve pausa quando sta per scoccare l’una di una notte trasfigurata. La prossima protagonista è seduta dietro allo stand dei suoi lavori. Intanto scambio qualche chiacchiera tecnica con il batterista dei Gowns. Acquisto ‘Red State’ in versione americana, quella europea (con un brano differente) non ha il packaging cartonato che a me piace tanto.

Un quarto di secolo trascorso nei sobborghi dell’anima. Giù nel profondo di un tunnel a fari spenti. Da New York a Los Angeles. Dolorose interferenze captate nella gotica oscurità di una metropoli. Di quelle metropoli. Umidi, maleodoranti vicoli narrati e calpestati come in un film di Abel Ferrara. Carla Bozulich è l’angelo della vendetta. Gli occhi segnati da una vita di sregolatezza ed eccessi nocivi. La droga. La prostituzione. Il matrimonio con Nels Cline (Wilco). La personale addiction di un’artista senza compromessi così fisicamente evocativa da lasciare inermi sensi e pulsazioni. Ma non solo. Le esperienze passate – Neon Veins, Invisible Chains, Ethyl Meatplow, The Geraldine Fibbers, Scarnella – unite al recente viaggio su Constellation dal titolo ‘Evangelista’ (prima produzione non canadese dell’etichetta), rendono l’aura intorno alla Bozulich così sacrale da sembrare irreale. Così irreale da trasmutarsi in surreale. Una sacerdotessa e la sua musica. Che oscilla come un pendolo. Che rapisce come in un’ultima depravata fusione di corpi e liquidi seminali. Ad accompagnarla c’è un gruppo “stellare”: Tara Barnes bassista silfide, la leccese Anna Troisi manipolatrice (scalza) ai sintetizzatori immersa in un delizioso corpetto nero, Mirko Sabatini mirabile batterista (già collaboratore tra i tanti con Ikue Mori, Mike Patton e Trevor Dunn) ed il maestro Francesco Guerri al violoncello. Lei è vestita di nero con evidenti parigine verde smeraldo. Mentre in sottofondo l’aria di un’opera lirica rende ancor più solenne il momento. Evocativa. Sepolcrale. Territori spaziosi di un post rock malato che fanno da coreografico calore all’interpretazione fisica. Viva. Teatrale dell’artista americana. Non è un caso che ‘Evangelista’ abbia usufruito anche del coinvolgimento di membri di Godspeed You! Black Emperor, A Silver Mt. Zion e Black Ox Orkestar. La notte è quasi fonda. Il segno inciso è forte. Forse indelebile. Serata da circolettare di rosso. Come le ultime luci che incontro sulla strada.

Emanuele Tamagnini

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