Caribou @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Novembre/2010]

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Nessun dettaglio lasciato al caso. Rigore artistico sembra essere la parola d’ordine del 32enne canadese Daniel Snaith. Un matematico regalato alla musica (Einstein si dice fosse un raffinato violinista). Dalla tesi “semplicemente” chiamata “Overconvergent Siegel Modular Symbols” alle prime produzioni come Manitoba. Nome alquanto greve che fortunatamente viene cambiato nel più zoologico e leggiadro Caribou. Garbo ed armonia magnificamente avvolgenti nel pluri-acclamato ‘Andorra’ che ha conferito al ragazzo dell’Ontario credibilità, stima, un Polaris Music Prize e discreto successo da salotti (semi)buoni. Forse è per questo che con il recente ‘Swim’ le sonorità si sono spostate su territori molto più elettro-dance, rimanendo comunque su standard altissimi, decisamente lontani da qualsiasi ammiccamento commerciale. Daniel legge e si appassiona alla storia dell’Europa di un paio di secoli fa (da qui la ragione di un brano come ‘Odessa’), rimane rapito da Roberto Bolaño, ascolta James Blake e ha un debole per la nuova regina del dubstep Ikonika, impara a nuotare a 30 anni suonati e ce lo ricorda stampandolo sulla copertina del disco, si affida agli amici di sempre (Kieran Hebden e Junior Boys) per remixare alcuni nuovi brani, torna con piacere in Italia (lui che vive da tempo a Londra) dopo l’ultima “vacanza” siciliana d’agosto.

Caribou è l’esperienza. Cerebrale prima che sentimentale. Cardiaca prima che razionale. Il quartetto si presenta in shirt bianca, una sorta di inno alla purezza del suono che di lì a poco sfocerà in un concerto da ricordare. Supportati alle spalle da un cerchio di caleidoscopica attrazione, sempre in movimento, si posizionano con uno stage plan “guscio” alla Tortoise. Racchiusi e ravvicinati. Da questo epicentro nasce il nuovo suono. Il suono di ‘Swim’ elevato ad una reale ennesima potenza. Il club casilino è praticamente sold out. Praticamente una massa umida pronta a trasformarsi in bolgia. Il pubblico “taglia” ogni estrazione, sociale, di età, di passione musicale. Daniel il matematico ha ormai perduto quasi tutti i capelli ma non certo la genialità di guardare oltre, di evolversi, di superare barriere, ma soprattutto non ha avuto timore di abbandonare un passato recentissimo che gli avrebbe dato egualmente successo.

Lo show in technicolor aiutato da strobo mai invadenti, non ha una pausa che sia una, incessante ascensione alla volta celeste. Trasporati d’incanto in mezzo alle sonorità che renderebbero indimenticabile un Sonar Festival, Snaith e compagni bombardano la sala con una fusione spettacolare di modernissimo psych rock, elettronica fluida e mutevole, (club)dance reiterata da fare invidia a qualsiasi band finocchietta dedita alle sonorità trippy-new(new)rave, uscita dalla terra d’Albione negli ultimi dieci anni almeno. Caribou nuovo signore della techno, che rielabora e riarrangia quasi improvvisando sul palco, multistrumentalizzando lo show e trasformandolo in una sorta di unica-prolungata operazione di remixaggio. Classe e talento. Ormai siamo definitivamente trasportati nella sconosciuta dimensione parallela. ‘Andorra’ e ‘Swim’ sembrano far parte di unica release, di un’unica sessione di registrazione. Dopo un’ora, mentre fuori piove, arriva il flauto, arriva ‘Odessa’, ed è il preludio al delirio generale, che si protrae nell’indimenticabile bis. L’ipnotica ossessione di ‘Sun’ viene centralmente dilaniata da un break “chimico” che scuote e rende la sala una compatta onda saltellante. E’ la mezzanotte. E’ la fine. E fortunatamente questa volta non ci sentiremo in colpa per non aver usato a grande richiesta aggettivi come “carini”, “timidi”, “freschi”, “divertenti”. Fanculo. Altro livello. Livello assoluto.

Emanuele Tamagnini