Caribou + Battles @ Villa Ada [Roma, 23/Giugno/2011]

1749

Gran bella serata al Laghetto di Villa Ada nell’ambito del festival “Villa Ada incontra il mondo”, serata mite e per fortuna non troppe zanzare voraci in questo appuntamento di inizio estate, sul palco un doppio set con i Battles e Caribou. Sottolineo la bontà dell’impianto, decisamente all’altezza e con volumi giusti, capaci anche di coprire il vociare dei classici vicini che sono là giusto per bearsi di quanto sia figo fare filmati con l’Iphone e organizzare proprio lì per lì una trasferta ad un festival con gruppi fighi figamente imperdibile per bearsi anche lì di quanto sia figo fare filmati con l’Iphone e organizzare una ulteriore trasferta figa – che belli certi indieglam così indiemente vestiti a cui non frega indiemente un cazzo di chi sia la band indie sul palco, l’importante è ciucciare indiemojito.

Sul palco spicca il solito crash alto due metri del drumset di John Stanier è là in mezzo al palco, Ian Williams si sistema in mezzo a un paio di synth e campionatori e subito inizia a crearsi sample vari da rimandare qui e là, marchio di fabbrica del modus operandi dei Battles, Konopka è il cecchino infallibile creatore di giri di basso che contrastino e si amalghimino al potente drumming di Stanier, stasera all’apparenza più sobrio di altre volte. L’attacco è con ‘Africastle’, in mezzo praticamente tutto l’ultimo disco, ‘Gloss Drop’ e nessuna concessione al passato di formazione a quattro, né i brani geometrici dei primi EP, né le “hit” di ‘Mirrored’. I pezzi cantati da Kazu Makino, Mathias Aguayo, Gary Numan vengono proposti con le voci registrate e i volti degli ospiti virtuali fanno capolino su due pannelli (non si vedrà invece il faccione spiritato di Yamantaka Eye nella conclusiva ‘Sundome’). L’idea geniale con l’abbandono di Tyondai Braxton è stata reinventarsi un po’ cazzoni, con alcuni pezzi dalle atmosfere caraibiche, estive, melodie coinvolgenti che fan muovere il pubblico -impossibile restar fermi su ‘Wall Street’-, interpretati qui e là dagli stessi musicisti con qualche passetto di danza, ben diversi dai Battles più freddamente funambolici (ma non meno eccelsi) visti in azione un lustro fa al Brancaleone. Konopka che prende per due volte il microfono per ringraziare il pubblico e Roma la dice lunga, vista l’aurea di riservatezza del personaggio. ‘Gloss Drop’ è un buon disco che rende meglio dal vivo e in un contesto del genere esplode in tutto il suo valore.

Così come dal vivo esplodono letteralmente i brani di Dan Snaith alias Caribou. Non son un grande appassionato dei suoi dischi, non da dedicarmici a continui ascolti quantomeno, ma l’approccio dal vivo, con tanto di scatenata full band al seguito, mi colpisce alquanto e, come me, tutti i presenti pronti a saltare, batter le mani, lasciarsi coinvolgere dal matematico canadese che canta, armeggia con manopole varie, suona le tastiere e s’accomoda pure alla batteria. L’approccio più fisico dovuto ai tre strumentisti (particolarmente a un batterista – drum machine con cui il Caribou ingaggerà un paio di duelli all’ultimo beat) aggiunge muscoli a pezzi già trascinanti ma che forse non avrebbero lo stesso impatto se proposti unicamente con loop e basi preregistrate. Il delirio su una acclamata ‘Odessa’ e una scatenatissima ‘Sun’ (che chiude il concerto) evidenziano l’apprezzamento del pubblico, che Snaith ringrazia più volte – ringrazia calorosamente anche i Battles per il loro set. A dover trovare proprio un difetto, la voce, vuoi per il troppo riverbero, vuoi per una non preciso mixaggio, non arrivava pulita e, anzi, a tratti risulta un po’ fastidiosa. Dettagli. Snaith è un performer con i controcazzi ed un suo concerto è una gran bella esperienza, nella cornice del laghetto di Villa Ada ancora meglio. Anche per gli indiefighetti di cui sopra, che tra un mojito e l’altro, si son almeno divertiti zompettando, ballando e chiedendosi ogni tanto “Ma chi è questo che suona allora?”.

Piero Apruzzese