Cannibal Corpse @ Circolo degli Artisti [Roma, 1/Marzo/2007]

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Come passa il tempo. Ci siamo invecchiati ridendo delle copertine dei Cannibal Corpse e sentendo i racconti di chi li aveva visti a Roma al Frontiera una decina di anni fa (un mio amico mi parlò addirittura di una specie di karaoke con i testi scorrevoli organizzato a quel concerto per far cantare il pubblico, a cui però non ho mai creduto). Erano i tempi in cui il metal estremo si chiamava solo death metal e, salvo rare eccezioni, non si spingeva quasi mai al di fuori dei confini della Svezia e della Florida. Ma i gruppi nascevano come funghi e le linee evolutive dei sottogeneri iniziavano a diramarsi nelle diverse direzioni: mentre gli antichi nordeuropei scoprivano la melodia e le tastiere prendevano piede, al contrario nel Nuovo Mondo la musica estrema si andava configurando con le caratteristiche ipertecniche tipiche del brutal death metal. Fra le numerose band della East Coast accomunate dalla sonorità oltre che dal suffisso (Suffocation, Immolation, Incantation), i Cannibal Corpse restano a tutt’oggi i leader incontrastati del genere, a causa forse anche dello scalpore che le tematiche affrontate nei testi e nelle copertine hanno suscitato nei contraddittori benpensanti d’oltreoceano. Ed eccoli qui. A distanza di anni si ripresentano al nostro amato Circolo con la formazione dell’ultimo disco. Senza ovviamente il carismatico Chris Barnes, ormai profugo da molti anni, ma freschi del loro decimo LP da studio, dal titolo come sempre di chiara ispirazione stilnovista: “Kill”. Le premesse sono quasi commoventi per quanto ricordano i tempi andati. Chi se lo aspettava? Non si trova parcheggio, la folla si ammassa sperando che il cartello “sold out” ben in vista sia solo un deterrente. E invece è tassativo, non c’è più neanche un biglietto. Duecento persone venute da tutto il centro sud si disperano per la delusione di non poter entrare. Non c’è niente da fare per nessuno, ma entriamo alla chetichella e ci buttiamo nel carnaio. Già, nel carnaio… I primi pezzi trascinano subito il pubblico nella morbosità sanguinolenta dei più squallidi B-movie che caratterizza tutta la produzione del combo newyorchese. L’acustica è buona, anche se ci sistemiamo per forza di cose in fondo alla sala visto che la gente occupa anche le scalette che portano sul soppalco. Si arriva rapidamente ai classici come “I Cum Blood” e “Fucked With A Knife”, presentati in sequenza dal cantante con dedica rispettivamente ai maschietti e alle femminucce del pubblico. Si alternano pezzi da quasi tutto il repertorio, da “Vomit The Soul”, l’unico tratto dal secondo disco “Butchered At Birth”, passando per i lavori successivi, rappresentati tutti, ciascuno da uno o due brani. Fra quelli riconosciuti possiamo citare “I Will Kill You” e “Disposal Of The Body” (da “Gallery Of Suicide”), “Make Them Suffer” e “Five Nails Through The Neck” (da “Kill”), “Dormant Bodies Bursting” (da “Gore Obsessed”), “Devoured By Vermin” (da “Vile”), “Stripped, Raped And Strangled” (da “The Bleeding”) e ovviamente la “hit” “Hammer Smashed Face” (da “Tomb Of The Mutilated”) – resa famosa dalla singolare apparizione della band nel film “Ace Ventura L’acchiappanimali” – che precede il finale con “Stripped, Raped And Strangled”. Tutto questo è durato un’ora e un quarto, senza i bis che forse un po’ tutti si aspettavano, ma la sequenza dei pezzi ha perfettamente rappresentato l’intera discografia. L’esecuzione è impeccabile, la violenza della musica fa perfettamente pendant con i testi, ma l’ironia che traspare dall’atteggiamento della band è palese anche se non a tutti evidente. Il pubblico esplode alla presentazione di ogni titolo, le pareti tremano e il pavimento sobbalza. Alla fine però usciamo col sorriso sulle labbra, niente di più, dopo aver visto le nostre aspettative confermate dall’esibizione di un gruppo simpatico ma che in quasi vent’anni di attività non si è mai spinto più di tanto oltre i canoni da cui è partito.

Simone Serra

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