Camera 237 + København Store + La Calle Mojada @ Sinister Noise Club [Roma, 9/Novembre/2007]

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Il freddo taglia le pieghe della pelle. E’ vento del nord. Chissà di quale nord. Forse quello glaciale che accomuna i gusti della gente convenuta ad una preziosa serata firmata Sporco Impossibile al fianco della neonata etichetta capitolina 42 Records. Tre gruppi apparentemente distanti tra loro. Ma legati da un minimo comun denominatore strumentale. Emozionale. Cerebrale. Una giusta amalgama perfettamente assemblata in fase di organizzazione. C’è gente vispa. C’è movimento femminile. C’è curiosità. Ci siamo noi. Come sempre no?

I romani La Calle Mojada sono destinati a fare gli onori di casa. L’attesa per il loro debutto discografico a questo punto diventa spasmodica viste le ottime premesse lasciateci nei precedenti live e in quel brano – “Rohmer” – incluso nella compilation ep “Clouds” della Raise Records che vive riflesso in “If I Told You” dei Televise. Cinque brani è lo spazio concesso al trio che però, in questa occasione, non riesce a ripetere gli exploit di quel passato recente di cui sopra. Il potenziale singolo funziona sempre. Gli arpeggi chitarristici anche. Ma la scarsa vena vocale di Marco Poloni abbassa notevolmente il “tono” dell’esibizione che non riesce a guizzare come dovrebbe. L’atmosfera Kozelekiana dunque si intravede solo in lontananza. Come in lontananza rimangono quegli orizzonti apparentemente carichi di foschia dove però è possibile leggere sempre giù nel profondo, a scoprire la “melodia”.

Puntualissimi sulla tabella di marcia salgono il gradino che separa il palco dal pavimento i piacentini København Store quasi pronti al debutto su 42 Records (in scuderia anche Cat Claws e Fake P). Quartetto strumentale ricco di effetti, strumenti a rimorchio e soprattutto ricco di percussioni se è vero che alla tradizionale batteria si aggiungono un altro paio di “pezzi” posizionati fronte stage. L’esplosività dei musicisti è fragorosa. Ai riverberi prettamente shoegaze si fondono effetti e mirabilie condotti da un bassista tuttofare mentre i due batteristi danno vita ad una gioiosa festa in sincro davvero stupefacente. Vitali. Come se i Notwist fossero vissuti tra le nebbie scozzesi. Come se tutta l’elettro-emozione nord europea venisse convogliata in uno spartito rarefatto. Allungato. Dove trascinanti appaiono le code che spiralano ogni brano proposto. Dove la punta dell’iceberg non può che essere “PostCore” brano che si candida come uno dei più belli (parola abusata ma usiamola Dio santo!) dell’annata tricolore. Piccola grande sorpresa. Piccola grande meraviglia. Frastornante. Appagante.

Quando la risalita al piano superiore si scontra con un tremendo sbalzo termico la serata si avvia alla conclusione con i cosentini Camera 237 autori un paio d’anni fa di un ottimo album come “Vectorial Maze”. Si muovono tra le austerità del più classico post rock di matrice slintiana e i fluidi orizzonti della Scozia dei Mogwai. L’ideale iconografico kubrickiano impasta suoni e situazioni. Forse troppo calligrafici. Forse troppo esecutori. Danno ascolto alla propria concezione stilistica prima ancora che al cuore. Il post rock ha ormai bisogno di guardare oltre. Magari risiede in questa personale affermazione l’approccio ostico del quartetto che comunque mantiene una coerenza ed una proprietà di “linguaggio” sonoro davvero invidiabili.

I comodi divanetti del club ostiense servono per trattenere la stanchezza virulenta che ormai serpeggia tra noi convenuti. Qualche risata. Qualche sguardo furtivo alle proiezioni murali. Qualche storia. Poi fuori a sfidare il vento gelido da camposanto che attraversa come in un lungo corridoio tutto il viale ormai avvolto dalla notte. Ormai avvolto dal cristallo vivo.

Emanuele Tamagnini

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