Calla @ Init [Roma, 7/Aprile/2003]

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Dopo l’hardcore dei Concrete, dopo il massiccio entusiasmante post-core, la strillata vocalità e l’isteria matematica dei Notorius de “La danza dei nervi”, ora ci sono i Fever: immaginate qualcosa che, fin dalle prime quattro note, faccia pensare ai Pink Floyd, che utilizzi le timbriche strumentali dei Tarantula Hawk, che condivida l’attitudine psichedelica degli Archive, che abbia una voce che ricorda i The Music e che suoni insaziabilmente brit. Suppongo che possa sembrare piuttosto bizzarro, invece la risultante di tutto questo è un’interessante processione psicotropica, lenta e con aperture abissali. A dirla tutta mancava un po’ di groove, il che può essere imputanto tanto alla mancanza del basso nella line-up (sostituito dal synth) quanto ad un lavoro non impeccabile al banco mixer. Da approfondire. Di bene in meglio, si passa agli Acre, resisi ancora più coesi rispetto agli esordi (documentati, in esclusiva, è bene dirlo, su queste pagine): la loro macchina matematica, con gli ingranaggi ben oliati, va che è una bellezza. Stridenti, acidi, violenti e raffinati. Vi dico solo questo, che il mio ignaro fratellino, in tutta ingenuità, mi ha detto: sembrano gli Zu con le chitarre. No, semmai quelli sono i Three Second Kiss… e fino ad un certo punto.

E finalmente sento questi Calla, in tour europeo per promuovere il nuovo terzo disco ‘Televise’. Di loro ho letto le cose più encomiastiche: che condividono il lato sperimentale dei Radiohead, che producono le visioni desertiche dei Calexico, che scomodano il post punk dei Gang Of Four, che hanno fatto proprio l’espressionismo dark dei Joy Division; li ho visti associati di volta in volta a Sonic Youth, Kyuss, Yo La Tengo, Mogwai, Nick Cave; in generale sono considerati una delle band più interessanti in circolazione e sono acclamati in modo pressoché unanime dalla critica. E che si tratti di un fenomeno, o perlomeno di trend, lo testimonia la presenza demenziale del super-nerd Erlend Oye (uno dei due Kings Of Convenience), che si aggira per l’Init sorridendo da dietro i ridicoli occhialoni quadrati: aveva suonato il giorno prima al Brancaleone e mi hanno detto che è stato uno spettacolo scadente/divertente; è in promo anche lui per un side-project solista che ha coinvolto, tra gli altri, gli astri nascenti dell’electro: i romani Jolly Music). Canzoni di due accordi, suonate da chi segue un tempo diverso dal nostro, come se sul palco le regole che governano le ore e i minuti fossero indugianti, in punta di piedi. Sostanzialmente una guitar band in sordina, con la batteria in fondo al palco, che forse neppure c’è. Hanno suono, suono da vendere, suono di amplificatori con le valvole che bruciano, suono del legno stagionato rovinato e sporco degli anni ’60. Una specie di versione sussurrante dei Jesus And Mary Chain o forse dei loro emuli contemporanei, i BRMC, con qualche feedback saltuariamente debordante dalle strutture di semplici canzoni che il pubblico sembra già conoscere, o almeno recepire con entusiasmo. Gente smaliziata, che sa far suonare gli strumenti, mestieranti insomma questi Calla, basta vedere Aurelio Valle (origini indiane, suppongo…) aggiustarsi continuamente, di un nonnulla, i livello dei potenziometri dei pedali con la punta del piede, costantemente attento al suono, con l’orecchio teso ad ogni sussulto del suo giocattolino Fender (a quando risalente?). Eppure, guardandoli, ho la sensazione che non siano i tre bei ragazzetti americani dal look spettinato newyorkese, ma delle vecchie volpi, degli scaltri cinici prototipi di una qualche nuova specie di prodotto da vendere, velleitari artefatti da mtv. Pochi convenevoli, pochi grazie strascicati, due bis, e poi il gesto dell'”annamosene” rivolto dal leader agli sguardi interrogativi della band. Qualcosa di più per ringraziare il pubblico romano per l’improbabile entusiamo, che francamente non mi aspettavo, potevano anche farla. Dove siano finite le sperimentazioni, i Kyuss, i Mogwai, etc. individuati nella musica dei Calla dai mie autorevoli e sicuramente più professionali colleghi, proprio non lo so: io più di questo “normale” indie-pop molto ben suonato non ho sentito. Non è stato affatto un brutto concerto, beninteso, ma nulla di così trascendentale come l’hype me lo aveva prefigurato.

Alessandro Bonanni

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