Calla @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Febbraio/2006]

451

Bella serata per essere figlia del solito caotico giorno infernale (sabato). Serata aperta dai nostri amici TV Lumiere. La band umbra ha un sound corposo, pastoso, nero che conferma quanto di buono ci avevano presentato in quelle occasioni sopra citate. Bravissimi. I Calla piacciono. Perchè parlano poco. Il trio di Brooklyn ci prende per mano verso l’orizzonte. Ma quella linea non la oltrepassano. Non vanno oltre. La loro musica costeggia il conosciuto. Al limite. La storia di Aurelio Valle, Sean Donovan e Wayne Magruder del resto parla chiaro. Le origini tra le crepe dell’arido Texas a volte ritornano pressanti. ‘Collision’ (premiato con il terzo posto nel nostro personalissimo referendum 2005) è certamente un gradino sotto al mastodontico ‘Scavengers’ pubblicato da un’entusiasta messia come Michael Gira sulla sua ricercata Young God Records (2001). Ma il livello rimane alto. Da buoni professionisti quali sono, i tre americani vedono bene di riproporre quasi tutto il nuovo album, riuscendo a catturare la numerosa audience convenuta all’altare. L’inizio non riesce a dare la scossa. Poi il continuo diluire tra ipnosi psych (quanto sono stati fondamentali i Gun Club?) e oscurità care ai fratelli Reid piuttosto che al guru Nick Cave, confezionano un’atmosfera satura di “suono” capace di stordire ed annientare i sensi. Aurelio Valle, quando sente il feedback proveniente dal pubblico, comincia a spiccicare qualche “grazie tante”, preferendo (giustamente) concentrarsi/alienandosi mentalmente dal palco. Il suo fare sospeso e straniante si avvicina (in modo abbastanza palese) ad uno dei personaggi più curiosi, abili e di culto del panorama indie statunitense: Joe Pernice. Un peccato davvero che non sappiate chi sia… non è così luridi ignoranti? E’ un finale dettato da un crescendo costante. Tutto si annulla. E come per incanto cala spettrale il profumo di una delle band più importanti degli ultimi 20 anni. I Jesus & Mary Chain si impossessano dell’anima dei tre. Mentre il drumming diventa monotono nel suo pesante incedere, mentre Donovan percuote il basso senza sosta, mentre il Valle ammanta di effetti la sua amata chitarra. Se non conoscete almeno un album della discografia di William e Jim Reid levatevi di torno e lasciate posto agli altri. Lasciate godere la mente di chi, in uno squarcio di rimembranza, ha vissuto l’epopea seminale dei ragazzi di Glasgow. Tornano per un meritato bis a due pezzi raccontato dalla bottiglia di Jack Daniels che Aurelio Valle mostra come un vessillo. Concerto inappuntabile di una band che gioca a memoria. Le derivazioni così conclamate tolgono, però, qualche punto all’ideale votazione finale. Un’inezia certo. Ma per noi fondamentale.

Emanuele Tamagnini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here