Califone @ Monk [Roma, 10/Giugno/2017]

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Il progetto Califone nasce a Chicago nel 1998 dalle ceneri dei Red Red Meat, band con una profonda propensione avanguardistica allo smembramento della cultura e della tradizione indie-rock americana, che in sei anni di vita ha realizzato quattro album per la Sub Pop. Uno strano connubio tra impulso schizoide, intellettualismi lisergici e rock-blues destrutturati, che trovarono il loro compimento negli album “Jimmywine Majestic” del 1994 e “Bunny Gets Paid” del 1995. Il frontman Tim Rutili battezzò il suo nuovo progetto solista, prendendo il nome dalla Califone International, nota azienda americana produttrice di attrezzatura audio. Da one-man band ben presto divenne una sorta di gruppo aperto, in cui iniziarono a confluire i vecchi compagni di viaggio Ben Massarella, Tim Hurley e Brian Deck, oltre alla collaborazione di altri musicisti della scena “post” di Chicago. L’intento iniziale era quello di creare un folk-rock viscerale e atipico in chiave moderna, che sapesse riappropriarsi delle proprie radici popolari, destrutturandole fino ad attualizzarle. Un approccio più tradizionale ma mai scontato, li ha portati nel tempo ad avvicinarsi all’operato di gente come Will Oldham, Jeff Tweedy, Lou Barlow e Howe Gelb. A Roma hanno suonato diverse volte. La precedente fu all’Init nel dicembre del 2013, in occasione dell’uscita di “Stiches”, ultimo album di inediti pubblicato dalla Dead Oceans nel settembre dello stesso anno. Oggi sono in tour grazie alle ristampe in vinile per Dead Oceans dei primi dischi della band, incisi originariamente su Thrill Jockey. Tra questi spiccano soprattutto “Roomsound” del 2001, “Quicksand/Cradlesnakes” del 2003, “Heron King Blues” del 2004 e “Roots & Crowns” del 2006. I cinque musicisti salgono sul palco pochi minuti dopo le 23. In questo tour la band è composta da: Tim Rutili chitarre, piano Roland e voce principale; Ben Massarella alle percussioni; Brian Deck alla batteria; Ross Andrews alla chitarra solista e ai cori; Wally Boudway al basso, banjo, Farfisa e cori. Le prime note di “Trout Silk” ci introducono alla serata in maniera quasi indolente, per poi crescere in un finale ipnotico. Rutili e Andrews sono seduti sulle sedie per tutta la durata del brano ricurvi sulle loro chitarre. La voce è quasi sussurrata. “Bottles and Bones (Shade & Sympathy)” ci mostra tutta la dinamica di cui i nostri sono capaci. I chitarristi si alzano in piedi e il brano parte dritto (la scelta da parte dei due di eseguire in piedi i brani più tirati e seduti quelli più d’atmosfera caratterizzerà tutto lo show), per poi implodere fino a rimanere sospeso e riaccendersi nella parte finale. “Fisherman’s Wife” parte roots, sfiora il puro traditional americano per poi abbandonarsi ad un finale psych morbido e fluttuante. “Porno Starlet Vs. Rodeo Clown” si apre con il banjo e la chitarra slide, cresce con drumming di spazzole e percussioni leggere e puntuali, chiudendosi sulle note del flauto dolce suonato da Andrews. “Tayzee Nubb” si apre con gli accordi del piano elettrico su un tappeto di Farfisa e diventa una notevole ballata d’atmosfera dal crescendo lisergico. “Slow Rt. Hand” è un blues che si poggia sul banjo, l’acustica e lo slide in un crescendo percussivo di indubbia efficacia. “St. Augustine (A Belly Full Of Swans)” è un funk educato, introdotto dalla 12 corde di Rutili, ma si trascina un po’ su sé stesso non decollando se non nel finale. “Wade In The Water” è una ballata che si elettrifica improvvisamente fino a strabordare in un susseguirsi di cambi ritmici e d’atmosfera per poi sfumare rimanendo solo sulle voci. “Rattlesnakes Smell Like Split Cucumbers” rinnova la formula doc di banjo, acustica, slide e buoni sentimenti. “New Black Tooth” e una commistione tra il post rock di Chicago, il delta blues e lo psych tardo sixties, dilatato, stropicciato ed incessante. Questa bellissima esecuzione chiude la prima parte del concerto, incentrata esclusivamente su “Roomsound” del quale hanno rispettato anche l’esatta sequenza dei brani. Richiamati a gran voce dal centinaio di presenti entusiasti, risalgono sul palco per donarci una lunga appendice di bis. Il primo è “3 Legged Animals”. Boudway si siede dietro la batteria e Deck si accomoda insieme a Massarella alle percussioni. Durante l’esecuzione Rutili sbaglia a cantare la strofa, interrompe il brano chiedendo scusa, ne approfitta per dissetarsi e fa riprendere tutto da capo. Per “All My Friends Are Funeral Singers” riprendono il loro posto abituale e piazzano una grande esecuzione. “Bells Break Arms” parte in drone atmosferico puntellato dal piano elettrico, per poi compiersi nella parte vocale e in un crescendo psych tribale ed ipnotico. La riproposizione di “Gauze” dei Red Red Meat è una delle eccellenze della serata e ci riporta nei territori classici della band, scomodando paragoni con il maestro Neil Young. Una versione meravigliosa di “The Orchids” degli Psychic Tv chiude magistralmente lo show. Gran classe. Un’ora e cinquanta di dinamiche perfette, cura della timbrica e gusto per gli arrangiamenti. Rutili e soci frullano mille sfumature diverse sapendo essere sempre avvolgenti, freschi e propositivi, specialmente nelle aperture melodiche e nelle parti vocali. Peccato solo per i volumi una po’ al di sotto del dovuto soprattutto sulle voci e il gran caldo di giugno, avvertito in parte nella sala nonostante l’areazione perfettamente funzionante.

Cristiano Cervoni

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