Califone + Micah P. Hinson @ Circolo degli Artisti [Roma, 8/Febbraio/2007]

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[Alla Scala]
Probabilmente molti lo hanno pensato. Altri lo hanno fermamente creduto. Di essere a Piazza della Scala. Pronti per una passerella sul tappeto rosso che conduce dentro il prestigioso teatro. Di rosso ci sono però sono le luci che confezioneranno, di lì a poco, le suggestive atmosfere “allungate” dei Califone. Pubblico da posto a sedere. Pubblico eccitato. Pubblico a tratti spiritato. O forse solo un pubblico attento e voglioso di gustarsi le performance. Come quella applauditissima del giovane Micah Paul Hinson che torna a Roma per la seconda volta nel giro di qualche mese. E che rapisce (fin troppo) i presenti. Partono ripetuti “Ssshhh” a chi osa bofonchiare nell’oscurità. Scatti repentini e sguardi assassini a chi osa far squillare un cellulare. Atmosfera tesa ma assolutamente non giustificata. Nulla, però, quando i soliti/immancabili tre-quattro coglioni si accendono beati una sigaretta. Evidentemente non siamo al Teatro alla Scala di Milano.

[Maicapihenson]
Se Micah P. Hinson fosse un lurido cantastorie dell’Alabama, flaccido, barbone, seppur dotato di una voce profonda come un grand canyon, alcolista e puttaniere… sarebbe uno qualsiasi. Uno dei tanti troubadour vagabondi in giro per il vecchio continente. Invece quella incredibile voce scavata appartiene ad un poco più che ventenne ragazzo di Memphis che si è lasciato alle spalle un’adolescenza difficile grazie all’innata voglia di raccontare storie. Ad un ragazzo texano di adozione che sembra la controfigura giovanile di Woody Allen. Che imbraccia la chitarra come Johnny Cash. Che strizza l’occhio a conclusione di ogni pezzo. Che in maniera seducente parla lentamente come è caratteristica della gente del sud. Della gente del Texas. Della gente di Abilene. Centomila abitanti in mezzo al nulla che vanno fieri di aver dato i natali a Jessica Simpson. Perchè probabilmente di quel ragazzo occhialuto con un passato scapestrato non ne sanno niente. Micah P. Hinson è prima di tutto un grande performer (è accompagnato da un timido amico che si produce alla batteria, banjo e chitarra) e poi un autore di canzoni. Che hanno i tratti brevi e le atmosfere noir. Che sanno di sapori rurali. Di country rock youngiano. Che appartengono fiere alle radici del genere. Che sono lontane parenti dei Delmore Brothers. Che recano dunque all’interno il sangue hillbilly (si ascolti il pezzo finale, una sorta di rilettura del boogie degli anni 40) che copula festoso con il feedback e le sensazioni psych che (in questo caso solo nel finale) ammantano spesso la musica del nostro piccolo grande eroe. Che riceve un’ovazione lunga quanto tutto il tempo che impiega per sostituire una corda della sua chitarra, saltata dopo un furente saggio di psyco coinvolgimento che tocca il penultimo brano. Fantastico.

[Red Red Tim]
Tim Rutili è un ragazzo triste. Dotato di uno straordinario talento visivo che nel tempo ha saputo mettere al servizio del suono. Dosando e diluendo colori e sensazioni forti. Tim Rutili a Chicago, agli inizi degli anni ’90, faceva il pop video maker (chiedetelo ai Veruca Salt) mentre suonava con un gruppo di ragazzi incazzati a nome Friends Of Betty (terribile però l’unico disco edito nel 1992). Tra loro c’era anche la sua ragazza – Glynis Johnson – bassista, con un destino segnato dall’AIDS. La morte dell’amata Glynis è la spinta per una nuova vita del ragazzo triste Rutili. I Red Red Meat sono la valvola. La Sub Pop la casa. Gli Smashing Pumpkins i pigmalioni. Meno di cinque anni di storia tra le più innovative del periodo. Quindi il limbo Loftus e la rinascita come Califone. Che tornano a distanza di qualche anno nella nostra città. A supporto di “Roots & Crowns”. L’ennesima opera incastrata tra le imperscrutabili liriche di Rutili ed una linea tematica sonora come sempre apolide. La storia degli ultimi (quasi) dieci anni ci racconta che i Califone sono stati forse gli unici in grado di cucire il gap culturale e temporale tra Hank Williams e Brian Eno. Gli unici a saper distendere con estrema leggerezza su spartito trame post rock pur non essendo una band post rock. Gli unici a saper esplorare con estremo poetico talento gli spazi oscuri presenti tra la concezione acustica della musica e quella elettronica. Senza dimenticare l’elettricità. Controllata ma satura di feedback. Come all’inizio dello show quando i tre musicisti (completano la line up Jim Becker alla chitarra/banjo/voce e Joe Adamik alla batteria) fanno capire di saper essere impeccabili. Ai limiti di una alienante perfezione. Qualche parola lasciata cadere in italiano per ringraziare fa da intermezzo alle brevi pause. Il resto è un viaggio. Il solito. Quello che conduce, con andatura trasversale, verso oasi di ristoro sensoriale. Probabilmente l’unico, vero, scopo dei Califone.

Emanuele Tamagnini

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