Califone @ El Barrio [Torino, 4/Novembre/2007]

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Certe serate ti rimangono dentro.
Per il semplice fatto di essere speciali, di darti qualcosa che sembrava non appartenere più al tuo mondo reale. Sere in cui ti senti bene, tanto, dove ogni nota, ogni voce sussurrata è fatta apposta per scaldarti e muovere qualcosa dentro. Questo è stato il concerto dei Califone; desertici come nessuno sa essere in questa esistenza frenetica. La pacatezza nei modi e nei gesti anche quando le trame sonore si fanno intricate, dense frenetiche è quasi magica. Lasciarsi travolgere è la parola d’ordine in questa serata di novembre. Mi aspettavo molta più gente…in sincerità, ma il non aver fatto il sold out forse è la cartina tornasole dello stato della musica nel nostro paese. Lo stadio, aimè, vince sempre sulla musica e peggio ancora per noi nerd, sull’ottima musica. Nell’incertezza di trovarmi veramente a Torino piuttosto che in qualche polveroso bar di Chicago, o del Midwest in generale, pensavo a come definire i Califone (abbiamo bisogno di definizioni poi quando quello che ascoltiamo ci emoziona?). Il folk è la base da cui tutto parte, ma la loro particolarità, bellezza, il loro potere ipnotico verso chi li ascolta è dato dal saper amalgamare quelle tracce della tradizione musicale americana con altri aspetti, altre venature, altri colori. Come accade con le cose belle, che ci fanno star bene, il tempo vola, si teletrasporta. E’ volato anche con i Califone, troppo in fretta, troppo presto. E sul pavimento del Barrio è rimasta solo un po’ di sabbia, da conservare in un barattolo da etichettare, in attesa di un ritorno, o da toccare ogni volta che vogliamo sentirci un po’ liberi, sovrappensiero e vagare con la mente, come domenica sera.

Andrea Sassano

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