Calibro 35 @ Monk [Roma, 28/Febbraio/2020]

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In un paese già messo in ginocchio da un abbrutimento culturale che si diffonde come un virus tramite i social-media, che da tempo ha infettato anche il mercato musicale, dove la maggior parte degli interpreti più in auge rispecchia la mediocrità ed il puerilismo intellettuale circostante, arriva anche un virus vero e proprio, che grazie a cotanto terreno fertile, o forse sarebbe più giusto dire “fertilizzato”, scatena sempre via social-media una psicosi generale. Tutto questo si traduce in persone tappate in casa, attività che restano chiuse, vengono rimandati addirittura diversi match del campionato di calcio, in un misto conturbante di sgomento, paura e suggestione, mentre il resto del mondo ci marchia come appestati. Ovviamente a pagare uno dei conti più salati sono l’arte, la cultura e l’intrattenimento, tra eventi e manifestazioni annullate, tournée saltate, alcune si spera siano solo rinviate ed altrettante messe in discussione. Come quella dei Calibro 35, partita ad inizio mese e che stava procedendo inanellando un sold out dietro l’altro, forte dell’uscita dell’ultimo lavoro in studio della band, ‘Momentum’, che si da il caso sia anche un autentico capolavoro, ma su questo punto ci torneremo più avanti. Le date in programma questa settimana erano giovedì in provincia di Fermo, venerdì a Roma e sabato a Firenze. La prima salta, il locale toscano invece fa addirittura un post preventivo qualche giorno prima per confermare che il concerto si farà, mentre a Roma la prevendita di quello che in condizioni normali sarebbe stato un sold out garantito già giorni prima della data, sembra non decollare. Fortunatamente il “tutto esaurito” arriva, la sera stessa, quando è sicuro che il concerto si sarebbe tenuto regolarmente.

I cinque samurai della musica italiana salgono sul palco del Monk e riescono nell’impresa di stupire ancora per il fatto che, già forti di un’eccellenza stilistica unica ed inarrivabile, dimostrano di essere addirittura capaci di alzare ulteriormente la caratura delle loro performance, scrollandosi di dosso quell’immaginario vintage che li aveva contraddistinti agli esordi, accompagnato dal revival del sound delle colonne sonore dei film “poliziotteschi” anni ’70. In un momento storico in cui originalità, coraggio, stile e tutti quegli ingredienti che rendono viva e frizzante l’arte, scarseggiano drammaticamente ed a nessuno sembra importare, anzi lo standard si uniforma a questa desolazione, i Calibro 35 riescono nell’impresa di controbilanciare da soli tonnellate di proposte squallide, velleitarie ed agli antipodi dell’indispensabile, che infestano la scena musicale nostrana. Ovviamente esistono anche le eccezioni, ma ecco, tra i rari esponenti rispettabili che riescono a sopravvivere in questo panorama, i Calibro 35 si elevano e si collocano ad un livello più alto, unico e di cui dovremmo andare fieri, in tempi in cui si spacciano per avanguardia scimmiottamenti e mascherate, o in cui spopolano come tormentoni deliri derivati da sceneggiate e crisi isteriche (e ci siamo capiti). Va da sé che la tutela da riservare ad un progetto del genere è la stessa che si dovrebbe adottare per un patrimonio artistico a tutti gli effetti, ma in questo si sa, l’Italia non sempre si sa distinguere in bene.

Come anticipato poc’anzi ‘Momentum’ è un capolavoro, settimo disco, arrivato dopo ‘Decade’ (2018) che per una serie di circostanze pareva potesse rivelarsi un dolorosissimo capitolo conclusivo, un titolo che sembrava tirare le somme e porre un punto, seguito da un tour con band arricchita da sezione fiati ed archi, insomma cose fatte in grande come si converrebbe per un gran finale, invece non è stato così e verso novembre 2019 è uscito ‘Stan Lee’, a sorpresa insieme al rapper statunitense Illa J, che ha interrotto il silenzio proiettando la loro storia verso un nuovo futuro. La band torna sul palco con la sua formazione tipo, quel quattro più uno che vede da sinistra a destra Massimo Martellotta con chitarra e synth, Fabio Rondanini alla batteria, Luca Cavina con basso e synth ed infine Enrico Gabrielli, che oltre e destreggiarsi col suo arsenale fatto di tastiere, synth, clarinetto, flauto e sax, è coinvolto anche in alcune parti cantate, come i cori su ‘Fail it till you make it’, o le parti non rappate di ’Stan Lee’. Infine a dirigere le operazioni dal buio della sala, il produttore ed esploratore sonoro Tommaso Colliva, membro non “aggiunto” bensì effettivo della band, che durante i live invece è impegnato al mixer. Fin dalle prime battute del live più che una normale band i Calibro 35 sembrano una sorta di orchestra compressa, grazie al massiccio apporto di synth nella produzione più recente, inondano la sala concerti del Monk con una ricchissima quantità di suoni, incredibilmente variegata e totalmente analogica. In pratica tutto quello che si sente è suonato, senza basi né sequenze, tranne che per una voce computerizzata à la Public Service Broadcast che funge da voce narrante in un paio di circostanze, trascinando gli spettatori in una dimensione spazio-temporale in cui passato e futuro si fondono insieme. La cosa ancora più affascinante è come prendano qualsiasi genere musicale e ci facciano letteralmente quello che gli pare, spaziando tra funk, psichedelia, elettronica o jazz, il tutto con approcci diversificati, che da acidi divengono onirici, tingendosi poi di noir, prima dal sapore vintage e poi futuristici come potrebbe esserlo un John Carpenter 2.0, ma con la capacità di essere anche melodici grazie a brani più orecchiabili che aderiscono ad un’idea di “forma-canzone”.

Da che in passato avevano già trasformato un loro ipotetico “limite”, ovvero l’assenza del cantato, in un punto di forza, dando risalto all’universalità del solo linguaggio musicale, adesso di quel fantomatico limite (ammesso e non concesso che si potesse davvero considerare tale) non resta più traccia, non dopo aver provato l’esperienza del loro brano ’Said’ in una versione inedita e portentosa, impreziosita dal featuring di Rancore, accolto dal delirio di un pubblico già entusiasta e predisposto a questo tipo di crossover. Poco più tardi il rapper romano tornerà una seconda volta sul palco, stavolta insieme al cantautore Daniele Silvestri, con il quale ha regalato una potentissima performance di ‘Argentovivo’ il pezzo che i due artisti capitolini presentarono all’edizione 2019 del Festival di Sanremo (tra l’altro brano vincitore del Premio della Critica), avvalendosi della partecipazione dei Calibro 35 in occasione della serata dei duetti e mai più risuonato dal vivo con questa formazione prima di venerdì sera. La terza ed ultima guest è Elisa Zoot per il brano ’Travelers, Explorers’, con la quale i Calibro confezionano una chiusura di concerto speciale, fatata e di una classe sopraffina, sancendo che nemmeno terreni come pop o rap possono rappresentare un taboo. Questi sono solo alcuni flash su uno spettacolo di circa un’ora e mezza in cui forse l’unico dubbio che resta è se arrivati a questo punto non sarebbe il caso di portare il tutto ad un livello ancora superiore, in primis per quanto concerne la location, con tutto il bene per il Monk e che il pubblico del Monk è in grado di dare, ma a fine live ho sentito più di una persona fantasticare sull’idea di vedere i Calibro 35 in venue come ad esempio l’Auditorium, per sfruttare i posti a sedere e godersi un’immersione ancora più intensa, ma soprattutto in termini di meritata consacrazione, per iscriversi a pieno titolo nel registro dei “grandi” a tutti gli effetti. Però per riempirlo l’Auditorium ci vogliono anche numeri più importanti e qui la riflessione diviene dolceamara, perché l’entusiasmo di poter vivere nell’era di una band di questo valore, che ha le capacità e l’ispirazione per scrivere pagine importanti della nostra storia musicale, si accompagna alla sensazione che forse non venga valorizzata come merita, un peccato mortale. Ovviamente i Calibro 35 non potranno mai appartenere ad una dimensione completamente “pop”, non quello “da classifica” almeno, questo è ovvio, ma paradossalmente li conoscono bene due pesi massimi dell’hip hop americano come Dr Dre e Jay Z, che recentemente hanno campionato dei brani dei Calibro per trarne dei beat per delle loro tracce, da bravi buongustai ben informati.

In definitiva, volendo spendere un esempio tangibile, i Calibro 35 meriterebbero una considerazione tale da renderli rappresentativi dell’Italia all’estero tanto quanto lo sono i Daft Punk per la Francia, per intenderci. Questo però non avviene, così Gabrielli & co. restano ancora relegati in una sempre più stretta dimensione “di nicchia” per colpa di tanti media (di settore in primis) assuefatti alla fuffa chiacchierata che genera click facili, oltre che di una parte di pubblico apparentemente più “colta”, ma che per malcelato provincialismo magari porta in palmo di mano progetti che non valgono neanche la metà dei Calibro, frutto di qualche “strana” (per non dire “stronza) alchimia data da un mix di esterofilia ed hipsterismo… come se un progetto non fosse davvero rilevante finché non prende almeno 7.0 su Pitchfork, oppure non suona al Primavera Sound.

Niccolò Matteucci

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