Calibro 35 @ Monk [Roma, 23/Febbraio/2018]

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Le storie delle band a volte sono fortuite quanto impreviste. Era il 2007 e il produttore Tommaso Colliva raggruppava in uno studio milanese quattro musicisti d’eccezione: Enrico Gabrielli all’organo, tastiere e fiati, Massimo Martellotta alla chitarra elettrica e lapsteel, Luca Cavina al basso elettrico e Fabio Rondanini alla batteria. Quattro giorni di registrazioni per realizzare un disco tributo alle colonne sonore dei poliziotteschi italiani degli anni ’60 e ’70, operazione che non prevedeva neppure un tour di supporto. Nascono così i Calibro 35. Quell’album omonimo uscito nel 2008 ha cambiato per sempre la loro carriera ed il tour che non doveva esserci, è stato solo il primo di una lunga e fortunata serie. Hanno dimostrato subito uno stile particolare, fresco e vintage allo stesso tempo. Una sorta di Blaxpoitation dal gusto tricolore, espressa attraverso strumentali carichi di jazz elettrico e funk, basati sulla spiccata perizia tecnica degli interpreti. Formula che non ha avuto alcun cedimento nel passaggio dai rifacimenti iniziali ai brani autografi successivi. Semmai hanno sviluppato un percorso musicale sempre più originale, che ha ottenuto un meritato riscontro anche in campo internazionale. Troviamo l’omaggio sentito agli alfieri italiani della composizione cinematografica come Ennio Morricone, Luis Bacalov e Armando Trovajoli, ma anche a Riz Ortolani, Piero Umiliani e a gruppi protagonisti di quella scena come i Goblin. A ciò uniscono un’attitudine libera, psichedelica e progressiva soprattutto dal vivo, che in alcune digressioni riporta all’esempio dei seminali Area. Dieci anni di vita, sublimati con numerosi concerti sia in Italia che all’estero e da varie pubblicazioni discografiche: due colonne sonore, qualche singolo, una raccolta di inediti, un album live e sei album ufficiali in studio. L’ultimo della serie si chiama appunto “Decade”, è uscito da un paio di settimane e celebra al meglio questo anniversario prestigioso, sottolineando la profonda maturità artistica raggiunta.

Quello che va in scena stasera al Monk Circolo Arci è un appuntamento a tema. Intorno alle 21:15, l’accogliente salotto del locale diventa il palcoscenico del Dannata Balera radio show, che seppur fuorisede, ma sempre in diretta web su Radiostart.it, presenta una puntata speciale dedicata ai Marc 4. Si tratta della backing band che ha inciso la maggior parte delle colonne sonore cinematografiche e delle sonorizzazioni televisive degli anni ’60, ’70 e ’80, lavorando soprattutto per Trovajoli. Sono autori anche di molti brani originali ed hanno fondato una propria etichetta chiamata Nelson. Tra i vari ospiti è presente anche Antonello Vannucchi, tastierista ed organista originale del gruppo ed autore di numerosi brani di library music. Si diverte a suonare al piano alcune di queste composizioni e a raccontare aneddoti interessanti sulla sua band e sugli artisti con cui ha collaborato come Piero Piccioni, Gianni Ferrio e Chet Baker. La trasmissione è molto interessante, ma a tratti risulta poco fruibile a causa dell’alta affluenza in sala e dal vociare che giunge dalla zona bar. Ci spostiamo nella sala principale dove alle 22:20, presentato da Gabrielli, inizia la performance in solo di Sebastiano De Gennaro. Il vibrafonista e percussionista lombardo, apprezzato anche nel progetto “19’40” on Cage” dedicato a John Cage, ci presenta un set di musica contemporanea di venti minuti diviso in due composizioni. La prima è dello statunitense David Lang ed associa ad ognuna delle sette note un rumore, su cui sviluppa una dinamica ossessiva per vibrafono ed effetti. La seconda invece unisce al vibrafono una componente più elettronica e dilatata ed è opera di un compositore di cui purtroppo ho perso il nome durante la presentazione. De Gennaro è membro fondatore dell’ensamble Esecutori Di Metallo Su Carta, che ha collaborato con la band durante la registrazione di “Decade” ed è presente, nella formazione ampliata odierna, per eseguire al meglio i brani del nuovo disco. Oltre al vibrafonista e percussionista ci sono: Angelo Maria Santisi al violoncello, Roberto Izzo al violino, Marco Cisilino alla tromba, Federico Pietrantoni al trombone e Beppe Scardino al sassofono baritono e al clarinetto basso.

Sono passati pochi minuti dopo le 23:00 e i dieci musicisti salgono sul palco disponendosi a semicerchio, introdotti da un breve frammento parlato tratto da “La Classe Operaia Va In Paradiso”. Gli ospiti li abbiamo già presentati, ora la band: Martellotta suona chitarra, organo e synth, Cavina il basso elettrico, Rondanini una batteria minimale con cassa, rullante, timpano, crash ride e charleston, Gabrielli clavinet, eko tiger, flauto traverso e sassofono tenore, mentre Colliva è ben saldo ai controlli del mixer di sala. La prima parte del concerto è dedicata all’esecuzione del disco nuovo. “Psycheground” è un’afrobeat spaziale, mentre “Superstudio” è un funk orchestrale dal tiro esagerato, con archi e fiati in grande evidenza. Nel frattempo la sala è sold out e la situazione, nonostante il clima, è decisamente calda. “Faster Faster” ha una bella fuga swing sovrastrutturata, con sospensioni rette da un doppio synth e un delirio cinetico finale costruito su soluzioni orchestrali filtrate. ”Pragma” vede gli archi lasciare momentaneamente il palco. Si apre con un bell’arpeggio di chitarra e procede con un buon incastro tra i sassofoni prima e tra l’insieme dei fiati poi. La ritmica afrobeat registra dei contrappunti efficaci di vibrafono e tra il solo di Gabrielli all’eko tiger e quello di Martellotta alla chitarra, si inserisce una progressione crescente che ricorda il Charles Mingus più ispirato. Per eseguire “Modulor” gli archi rientrano e Gabrielli prende il suo fido flauto traverso. Il brano è un downtempo bristoliano cadenzato ed avvolgente. Presenta continui stop and go e sospensioni d’atmosfera, con archi e fiati che gestiscono i pieni e i vuoti. “Archizoom” è un funk orchestrale arioso e ricco di incastri armonici. “Ambienti” ha una chiara impostazione morriconiana, con una melodia leggera e sognante, un refrain dalla grande potenza espressiva e i cori eseguiti dai fiati. L’audio è perfetto e la sala è particolarmente gaudente. “Agogica” segue le orme del precedente e ne completa il messaggio narrativo con maggiore emergenza comunicativa. L’incastro di archi e fiati è quasi commovente e l’ingresso del  pattern deciso della batteria, unito ai fraseggi di chitarre e synth, risulta particolarmente efficace. Per l’inizio di “Polymeri” gli archi abbandonano di nuovo il palco e Rondanini si alza dalla batteria per dedicarsi alle percussioni. Nel frattempo Martellotta suona il synth, mentre i fiati, compreso Gabrielli, si azionano in modalità impro. Il Vibrafono sale di intensità e il batterista torna al suo posto, donando al brano un finale vicino ai Tortoise più contorti e distorti, con un effetto di synth raddoppiato. Risalgono Santisi ed Izzo e parte “Modo”. Si tratta di un afrobeat di spessore con archi e fiati ad incastro ed un inciso interessante mezzo funk e mezzo electro, che presenta synth ripetuti e modulari. “Ungwana Bay Launch Complex” è tratto da “S.P.A.C.E.”. Si rimane in territori etnici, di nuovo senza archi, ma con una bella melodia costruita sui fiati e un bel solo di chitarra. La stessa che lancia un break funk, a cui si agganciano ritmica e fiati per un pregevole stacco nel mezzo. Dinamica ineccepibile. Escono quindi tutti gli ospiti e un breve skit parlato tratto da “Il Ritorno Dei Tafanoidi” introduce “S.P.A.C.E.”, brano che intitola l’album del 2015. Funk ispirato con un bel solo di flauto e una presenza corposa dell’organo, su un beat sixties e un bridge classico. “Piombo In Bocca” è estratto da “Ritornano Quelli di… Calibro 35!” del 2010 ed è un funk grasso ed elettrico che scuote la sala, con una ritmica piena ed ottimi fraseggi di chitarra ed organo. Con “A Future We Never Lived” si torna nei territori di “S.P.A.C.E.” ed è un brano funkadelico lento ed irregolare, alcolico e lisergico, quasi strechato e pichato, ma comunque inebriante. “Macchine Nello Spazio” è una composizione di Lesiman e Romolo Grano ed è sostenuto da un beat sixties con archi e tamburello. Gabrielli e De Gennaro fanno i cori e Martellotta suona il synth. “Giulia Mon Amour” è tratto da “Traditori Di Tutti” del 2013 ed è un classico del repertorio della band. Ritmicamente impeccabile, possiede un gran tiro e vede Scardino risalire per l’esecuzione. Ottimo il lavoro all’organo di Gabrielli, così come la chitarra funk e l’assolo con il fuzz di Martellotta. Per “Notte In Bovisa”, unico estratto dal disco d’esordio, ci sono di nuovo tutti gli ospiti sul palco. Ne scaturisce una versione esagerata con una chitarra funk da manuale ed una melodia strutturata di archi, fiati e tastiere. “Travelers” chiude l’ultimo disco e la parte regolamentare del concerto. Evocativa ed epica, si snoda con delle timbriche marcate e gli accenti giusti, in un trionfo armonico che si compie su una melodia che strugge e rapisce. Sembrano i titoli di coda perfetti. La band lascia il palco e la sala li richiama a gran voce. Per il primo bis risalgono in sei, ovvero i quattro titolari con De Gennaro e Scardino. “CLBR 35” è tratto dall’album quasi omonimo “CLBR 35 Live From S.P.A.C.E.” del 2016 e mastica funk evoluto concedendosi un assolo di percussioni assolutamente lodevole. A questo punto risalgono tutti e si preparano ad eseguire il secondo bis. “La Morte Accarezza A Mezzanotte” è un brano di Ferrio, che la band ha riproposto in “Ritornano Quelli di… Calibro 35!”. La versione proposta questa sera sembra eseguita da un’orchestra poliritmica e viene strutturata fregiandosi di stacchi e contrappunti di notevole pregio. Grande lavoro ritmico e timbrico, così come notevole è l’affiatamento e il conseguente interplay tra i musicisti. Durante il brano Gabrielli presenta la band e tutti, tranne lui e Cavina, una volta annunciati, fanno dei piccoli assoli alla vecchia maniera. Gran finale e giù applausi. Cento minuti di spettacolo, permeato da una sublime eleganza e dalla consapevolezza di aver assistito a qualcosa di profondamente straordinario.

Cristiano Cervoni

Foto Francesco Cerroni