Calexico + Iron & Wine @ Villa Ada [Roma, 24/Luglio/2019]

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Un incontro. Successivi scambi. Un legame. Più di una semplice, sterile collaborazione. Tra mondi simili, vicini. Indissolubilità. Il Sud degli Stati Uniti che corre lento. Il tempo sospeso. Ritrovarsi quasi quindici anni dopo anche se Samuel Beam e i Calexico, dopo l’EP del 2005, avranno modo di tenersi per mano nella soundtrack di “I’m Not There” (duemilasette) e mister Joey Burns sarà ospite (sempre nel medesimo anno) di ‘The Shepherd’s Dog’ dello stesso Iron & Wine. ‘Years To Burn’ registrato e respirato nel conforto del legno stagionato dello studio Sound Emporium di Nashville, un disco della tradizione, corale, intimo, a tratti bellissimo. E poco importa se [autostrada] non è lo stesso che [freeway]. I sogni rimangono gli stessi. E noi siamo nati per questo. Per un’attesa che termina trenta minuti dopo le ventidue. “Grazi” rompe il ghiaccio dalla sorprendente loquacità di Beam. Ci aspettano quasi venti brani. ‘Years To Burn’ posta in apertura è come una firma, a garanzia di quello che sarà, anche se con una netta spaccatura tra prima e seconda parte (purtroppo). L’alchimia della prima mezz’ora ristora il cuore e la mente. In una setlist che abbraccia praticamente i due lavori joint venture più qualche ripescaggio correlato. ‘History of Lovers’ è pura tradizione, la band per l’occasione ha già vestito i panni del collettivo. Armonie di frontiera. Tratteggiate dalla tromba di Jacob Valenzuela che si rivelerà sottile linea rossa, capace di unire più culture, più generi, più stelle. In questo primo segmento di esibizione il sestetto (si) fonde, (si) diverte, lasciandosi andare a code strumentali di classe cristallina (‘Midnight Sun’) così come quando propongono ‘Bring On the Dancing Horses’ degli Echo & The Bunnymen (raffinata scelta per l’unico singolo della compilazione ‘Songs To Learn & Sing’ e inserito nella soundtrack del generazionale “Pretty In Pink”). Apice però che viene raggiunto dalla pazzesca ‘The Bitter Suite’ (dal recente album) che diviene una sorta di trip senza ritorno, una jam ipnotica, sferzata da Valenzuela e quasi tramutata in un brano di fattura jazz. Enorme. Si torna poi a respirare profumi antichi con ‘What Heaven’s Left’, altro viaggio tra le pagine ingiallite di qualche libro di storia dell’Old West che tracima nella più rurale ‘Red Dust’. In mezzo a tutto questo ci sono ringraziamenti, sorrisi, siparietti, virtuosismi. L’intesa che poi sboccia nella coinvolgente malinconia-festosa di ‘Flores y Tamales’ (qui siamo a casa Calexico 2018). Valenzuela voce (spagnola) principale. Il Messico improvvisamente a Villa Ada sotto una schiera di stelle curiose: “Y amanezcamos juntos con flores y tamales, Festejando con tus risas cada rato, cada baile…”. Dopo quasi quaranta minuti si chiude idealmente con un’apoteosi meritata. Poi Samuel e Burns rimangono da soli per la parentesi acustica (solita in questo tour) esordendo con la straordinaria bellezza di ‘Sunken Waltz’ che tiene per la mano la seguente ‘Bitter Truth’ questa volta griffata Iron & Wine (così come le altre due successive). Quando la banda di pards si ricompone però, la magia sembra essere svanita, e neanche ‘Father Mountain’ riesce a ricreare l’incanto. La manciata di brani che portano alla fine (compreso l’encore ‘Teeth in The Grass’ di Mister Beam) non riscatta una seconda parte che non si fa peccato a definire noiosa. Il giudizio rimane certamente positivo ma questa serata, questa luna e questo cielo luccicante, forse, meritavano altro epilogo.

Emanuele Tamagnini

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