Calexico @ Auditorium [Roma, 13/Marzo/2018]

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Appuntamento all’Auditorium di Roma per la presentazione di “The Thread That Keeps Us”, nono album in studio per i Calexico, pubblicato da City Slang a gennaio di quest’anno. Dopo aver militato nei Giant Sand, Joey Burns e John Convertino formano la band a Tucson in Arizona nel 1996, prendendo il nome dalla città californiana posta a confine con il Messico. Con il cuore oltre quel confine, hanno tracciato un solco profondo nell’indie statunitense. La loro musica fonde con qualità: suoni latini, jazz, tex-mex, country, folk, post-rock e psichedelia. L’ultimo album è molto interessante, così come del resto tutti i precedenti realizzati dalla band. Poi tra loro ci sono almeno “The Black Light” del 1998, “Feast Of Wire” del 2003 e “Carried To Dust” del 2008, che per vari aspetti vanno presi in particolare considerazione. A questi aggiungerei anche “Aerocalexico” del 2001, il più famoso di una nutrita schiera di tour cd realizzati nel tempo e che insieme a tre colonne sonore, un live ufficiale, due raccolte e svariati EP, completano la loro discografia. Ho avuto modo di vederli diverse volte negli anni, in formazioni di vario tipo e in situazioni e contesti anche molto differenti tra loro. Non hanno mai deluso. Attualmente, oltre ai due leader, la band è composta da: Sergio Mendoza tastiere, fisarmonica e percussioni, Jairo Zavala chitarra solista e lap steel, Scott Colberg contrabbasso e basso elettrico, Jacob Venezuela tromba, vibrafono, tastiere e voce, Martin Wenk tromba, chitarra elettrica, tastiere e vibrafono e Camilo Lara laptop, synth e voce. Lara è un personaggio bizzarro, viene da Città Del Messico e in apertura di serata presenta il suo progetto chiamato Mexican Institute Of Sound. Attivo dal 2004 con questo moniker, mischia folk e musica tradizionale con suoni moderni ed elettronici. Ha realizzato cinque album e “Disco Popular” del 2017, vede anche la collaborazione di Burns, Covertino e Mendoza. Sale sul palco cinque minuti dopo le ventuno, accompagnato da Mendoza alla batteria e Colberg al basso elettrico. Canta in spagnolo, tiene molto bene il palco e suona musica per ballare. I tre brani in trio spaziano dal pop, alla cumbia fino ad una patchanka digitale. Al quarto sale una cantante spagnola di nome Julia, molto dinamica e vocalmente dotata, con cui eseguono una notevole elettrocumbia con echi house. Quindi lascia il palco per sedersi in una poltrona delle prime file e i cinque restanti Calexico, salgono per completare la backing band nei due brani restanti in scaletta. Il primo è dedicato al Messico e risulterà il migliore del lotto, impreziosito dalla lap steel, due chitarre elettriche, la tromba e il vibrafono. Per l’ultimo i musicisti si scambieranno gli strumenti e regaleranno un’esecuzione dal crescendo irresistibile. Venticinque minuti davvero interessanti.

Dopo venti minuti di pausa con Johnny Cash in sottofondo, la band sale sul palco, accolta dal bel colpo d’occhio offerto dalla sala Sinopoli. La gente c’è e si fa sentire sin dalle prime note di una convincente “Dead In The Water”. “Voices In The Field” ha atmosfere tex-mex immerse nei sixties, con un bel lavoro di Zavala alla chitarra solista e di Mendoza con timpano e percussioni. Burns chiama subito il pubblico a battere le mani a tempo. “Under The Wheels” ha un ritmo gioioso in levare, un bel solo di tromba e un efficace inciso ragga cantato da Lara. “Across The Wire” parte con le trombe in evidenza, quindi fisarmonica, contrabbasso e lap steel, il tutto basato su una ritmica compatta e il cantato mariachi. “Town & Miss Lorraine” è una ballata delicata dalle melodie molto sixties. Burns è loquace e affabile, parla del disco nuovo e del piacere che prova a suonare in una città meravigliosa come Roma. Di certo non gli sarà capitato di andare in giro in scooter in questo periodo. “Frontera/Trigger” è psichedelico e avvolgente. Colberg suona il contrabbasso con l’archetto, mentre le trombe, il vibrafono e la lap steel gli donano dinamica e un tocco di classe notevole. “Bridge To Nowhere” parte elettrico e poi dimezza l’intensità, con la tromba che diventa protagonista e chiude il brano tra gli applausi. “Flores Y Tamales” è una cumbia cantata in spagnolo da Zavala e parla di speranza e desideri da realizzare. Per esecuzione e resa, rimarrà uno dei migliori brani eseguiti questa sera, anche grazie ad un gran solo di tromba. “End Of The World” è un pop rock elettrico e sostenuto, con un bel solo di chitarra. Burns presenta “Black Heart” come una delle sue canzoni preferite e il brano risulterà ricco di pathos e ben calibrato. Wenk prende la fisarmonica, Venezuela va al vibrafono, Zavala alla lap steel e i due synth creano un bel bordone di fondo. “Minas de Cobre” invece è sempre stato uno dei miei preferiti e stasera ne ho avuto ulteriore conferma. Burns e Mendoza prendono l’acustica, Wenk manda effetti iniziali di traffico, la lap steel confeziona la melodia principale e le due trombe vanno a contrappuntare il crescendo ritmico con impeto. Brano coinvolgente e meraviglioso. Nella parte finale il pubblico incitato a dovere sostiene meravigliosamente la band. “Serenata Huasteca” e mariachi a gogò, cantata in spagnolo da Venezuela e controcantata da Zavala. “Girl In The Forest” è una ballata d’atmosfera, di quelle più desertiche, in cui sono particolarmente bravi. “Cumbia De Donde” è talmente travolgente da far saltare tutti gli schemi. La gente si alza, inizia a ballare e in molti raggiungono festanti il sottopalco. A questo punto per Lara è molto semplice trasformare tutto in una dancehall, con tanto di canto generale a chiamata. Il tutto farcito da vari assoli dei musicisti e digressioni ritmiche. Burns da un rapido sguardo agli altri, scambia due battute veloci con Convertino e sembra modificare la setlist. Annuncia quindi “Crystal Frontier”, che la band esegue con vigore e trasporto tale da conquistare definitivamente l’intero audience. Poi si getta acqua sul fuoco con “Music Box”, blues malinconico che chiude il nuovo album e la prima parte del concerto. Richiamati a gran voce, si fanno attendere pochissimo e iniziano a prodigarsi nei bis. “Another Space” è un funk ammiccante con Burns alle tastiere, Mendoza al vibrafono e una bella sospensione centrale con la tromba effettata. “Sunken Waltz” è dedicato da Burns al suo amico Carlo, che gli ha consigliato un buon barbiere. Come suggerisce il titolo si tratta di un valzer, trasuda sentimento e sfoggia magie da lap steel, fisarmonica e vibrafono. “Estoy” è una cumbia sorretta dalla doppia tromba e cantata da Lara, con Mendoza al timpano e Zavala al vibrafono e alle percussioni. Omaggiano i The Smiths con una bella rivisitazione di “Bigmouth Strikes Again”, cantata da Burns in spagnolo. Alla fine lui stesso raccoglie gli applausi e annuncia due ultimi brani in scaletta, uno nuovo e l’altro più datato. “Thrown To The Wild” è lento e d’atmosfera, ipnotico e sinuoso, con un finale strappacuore in crescendo. “Guero Canelo” scatena un ballo generale con cori da call and response tra il palco e il pubblico. All’interno trovano spazio le citazioni di “Desaparecido” di Manu Chao e di “El Cuarto De Tula” dei Buena Vista Social Club. Inoltre all’interno troviamo l’assolo jazzato di Mendoza al piano elettrico, quello di chitarra di Zavala con tanto di gag reiterata con il pubblico e l’animazione da ballo di gruppo in un villaggio vacanze, con cui Lara coinvolge i presenti in una divertente danza collettiva. Quasi due ore intere di spettacolo, per una band in gran salute, che sa trovare la formula giusta per mantenersi viva.

Cristiano Cervoni

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