Cagna Schiumante @ Blah Blah [Torino, 23/Maggio/2014]

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Ultimi giorni di programmazione al Blah Blah poi funeral party e buonanotte. Pare chiuderà gli occhi per sempre uno tra i locali più conosciuti e amati a Torino, e per rilassarsi prima del sonno, che speriamo non sia eterno, mette in scaletta un power trio che non può essere ignorato e che ci costringe a stare ancora un po’ con gli occhi aperti. Cagna Schiumante questo il loro nome, ora indicarli come un classico terzetto è davvero riduttivo, se dovessi descriverli direi che sono due chitarre schizofreniche divise da un sacerdote del ritmo dietro le pelli. I tre artisti sono molto conosciuti al piccolo mondo di ascoltatori di musica indipendente: Xabier Iriondo a una delle chitarre, all’altra Stefano Pilia, Roberto Bertacchini alla voce e alla batteria. Difficile catalogarli, una missione che comunque non mi avventuro a compiere, posso solo descrivere quello che si vede e quello che si sente. Il gruppo ha un modo visivo di porsi piuttosto vivido sia nei modi di suonare sia di vestire, ad esempio l’ampio utilizzo della slide guitar (personalizzata) di Iriondo, da suonare rigorosamente inginocchiati, o l’uso dell’archetto da violoncello da parte di Pilia, o anche il modo poco convenzionale di usare la batteria di Bertacchini, battendo più sui bordi che sulle pelli. Anche il look è decisamente spiazzante con Pilia travestito da Angus Young versione grunge con pantaloncini e calzettoni, o come non citare, la divertente giacca patchwork di Iriondo. Andiamo alla musica, il disco omonimo pare sia figlio di alcune sessioni d’improvvisazioni abbozzate dai tre, e che data la buona riuscita di queste, sia poi cresciuto diventando l’album strampalato che possiamo anche ascoltare in streaming o comprare rigorosamente solo in vinile. Dentro ci troviamo innanzitutto tanto rock e una marea di effetti chitarristici serviti in tutte le salse del noise e della sperimentazione. Tutto questo spesso inframezzato dallo sguaiato cantare di Bertacchini, che come un muezzin ubriaco declama le strofe del suo personale Corano, un testo sacro abitato da donne indecorose, stupende e puttane, oppure scandito dal fallimento dell’esistenzialismo dove anarchia, lirismo, nichilismo non regnano o affascinano neanche più e dove gli uomini sono alberi senza rami. Intanto ai lati di questo canuto profeta pazzo si scatena l’inferno. Inferno spesso cadenzato da Iriondo che lancia il tema su cui poi Pilia si arrampica, ma questo perfetto meccanismo spesso si rovescia, oppure si disinnesca e a volte finalmente implode creando un muro di magnifico rumore impenetrabile. Non so se e quale futuro avrà questo progetto, mi auguro lungo e prospero, intanto il disco ascoltato singolarmente non trasmette tutta l’energia che sprigiona sul palco, quindi è consigliabile assumere questo amaro farmaco dal vivo, senza intromissioni, senza scattare foto o altre stronzate dettate dai tempi moderni. Bisogna solo farsi trasportare dalle atmosfere rarefatte generate on stage e divertirsi nel vedere tanta sperimentazione e improvvisazione così ben condensata in un così piccolo spazio vitale.

Gerri  J. Iuvara

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