Buzzcocks @ Orion [Ciampino, 28/Aprile/2016]

613

‘Entertaining Friends’ è un album dei Buzzcocks, anno 1992. Si tratta della registrazione di un live, nello specifico quello all’Hammersmith Odeon, risalente al marzo 1979, ed è stato il nostro imprinting musicale per quanto riguarda La Band Più Famosa di Bolton. Scoprire da un live album i pezzi di un gruppo divenuto leggendario per la potenza dei suoi spettacoli dal vivo falsa del tutto l’approccio che se ne potrebbe avere conoscendoli tramite i dischi studio. Infatti, quando ci siamo trovati ad ascoltarli nella versione più tradizionale, abbiamo sentito la mancanza di quell’energia, elemento portante del loro repertorio, sprigionata suonando davanti a un pubblico in carne e ossa. Quando l’imprinting è di quel tipo, si può intuire facilmente che il fan, per sempre, ricercherà le stesse emozioni provate al primo, soddisfacente, ascolto, andando ad ogni possibile live della band. Spesso, con l’avvicinarsi dei concerti, ci si trova a ripassare il repertorio di chi suonerà ed anche stavolta si è tentato, con un disco studio, salvo tornare, dopo tre brani, all’ascolto di un live. I Buzzcocks sono stati influenti e gli echi della loro influenza si sentono tuttora nella musica. Riascoltando i loro pezzi oggi, notiamo che al loro interno ci sono parti di vari brani di altri artisti a loro successivi, alcuni semplicemente ispirati, altri copiati senza scrupoli. E il bello è che spesso si tratta di band che con il punk hanno poco a che fare. Ebbero un ruolo importante nella scena musicale di Manchester (Bolton è poco distante), ma anche per la crescita di importanza delle etichette indipendenti, quel processo nel quale in Italia siamo ancora alla preistoria. Nella sua autobiografia Peter Hook parla di loro con rispetto, e venga messo agli atti, visto che non ha molto riguardo per nessuno, tantomeno per Ian Curtis, il suo band mate passato a miglior vita.

Il quartetto è composto dai fondatori Pete Shelley e Steve Diggle, voci e chitarre, mentre ad occuparsi di basso e batterie si sono alternati negli anni molti artisti, tra cui Mike Joyce degli Smiths, fino ad arrivare agli attuali Chris Remington al basso e Danny Farrant alla batteria. Avevamo assistito ad un loro live un paio di anni fa, in una notte di mezza estate al laghetto di Villa Ada, ma non avendone mai abbastanza decidiamo di fare la strada che i romani generalmente usano per partire tentando di incidere il meno possibile sul proprio bilancio, vista la vicinanza all’aeroporto di Ciampino, hub preferito dalle principali compagnie low cost. Ricordavamo che la strada fosse lunga, ma non si arriva più, e una volta all’Orion, con l’insegna luminosa che ci accoglie, ci aspetta un percorso buio e non troppo breve da affrontare per arrivare all’ingresso. Entriamo quando i Buzzcocks, qui alle prese con un tour mondiale che celebra i loro quarant’anni di attività, col quartetto sopra descritto e quattro date italiane in agenda, suonano la prima nota del primo brano in scaletta, quasi come ci stessero aspettando. È questo il suono che riconosciamo come loro, per il quale abbiamo deciso di sottoporci a questa quasi-trasferta musicale. Mentre ci avviciniamo al palco, raggiungendo agevolmente la prima fila laterale, ci rendiamo conto che, oltre a noi, sono stati pochi altri a dedicare il proprio giovedì sera all’ascolto del buon punk. La cornice è desolante ed il primo sentimento che proviamo è il dispiacere per dei mostri sacri che si trovano a suonare dinanzi a due o tre centinaia di persone, quando la loro storia li vorrebbe sommersi da un abbraccio collettivo nei loro confronti. La prima cosa che notiamo, oltre ai maxi ampli Marshall che ci faranno uscire dall’Orion con un poco rassicurante fischio nelle orecchie, è il sorriso sempre generoso di Steve Diggle, piazzato sulla parte sinistra del palco. È lui a scatenarsi di più, nonostante le sessanta primavere. Suonerà, salterà, canterà, si intratterrà col pubblico, durante e dopo il live, mantenendo comunque un look e un aspetto che ricorda quello dei tempi d’oro, a differenza di Pete Shelley che gli anni (analoghi a quelli del suo sodale) hanno trasformato, almeno a livello estetico, in un qualsiasi ubriacone da pub inglese. Non dovendo occuparci di stile e costumi, possiamo passare al live vero e proprio: intenso, (quasi) senza pause, come la moda punk richiede, anche grazie ai due innesti più recenti della band, che danno la freschezza e il dinamismo che per motivi anagrafici può essere solo limitato nei due membri originari. Chitarre veloci, basso e batteria potenti, i soliti strazianti versi sull’amore perduto e lo sconcerto verso il mondo moderno: ecco sintetizzati i Buzzcocks. La scaletta non è stata stilata da uno scienziato in vena di esperimenti, ma in onore del pubblico che ha concesso loro di arrivare al traguardo dei quarant’anni di attività. Non mancherà nessuno dei loro maggiori successi e col passare dei minuti i presenti, dapprima un po’ statici, si lasceranno coinvolgere, fino a fare ciò che si usa nei concerti punk, scatenarsi. ‘What Do I Get?’, ‘Harmony In My Head’, ‘I Don’t Mind’, ‘Promises’, sono solo alcuni dei pezzi più apprezzati, con testi da perdenti cantati però da chi, tra influenze lasciate alle band emergenti, nove album di inediti e una lunga carriera, non potrà che essere ricordato se non come un vincente. Quando dopo un’ora scarsa di concerto tiratissimo torneranno dietro le quinte, col pubblico alla vetta massima del suo entusiasmo, verranno richiamati al loro posto da un baccano che farà sembrare i presenti in numero almeno quadruplo rispetto a quello reale. L’encore, divertente e un po’ ruffiano, sciorina alcuni dei loro pezzi più famosi, quelli che tutti conoscono, ma solo alcuni sanno di chi sono, come ‘Ever Falling in Love’, uno dei brani più coverizzati nella storia della musica, e ‘Orgasm Addict’, vero e propri inno cantati a squarciagola, più dalle ragazze che dai timidi aspiranti punk. Stringiamo la mano a Steve Diggle, insieme a molti altri, mentre fa il giro della prima fila per salutare i fan, mentre i suoi sodali tornano in via definitiva verso le quinte. Niente divismi, niente atteggiamento scazzato nonostante il parterre poco nutrito e la scarsa attrattiva di un locale alle porte di Roma. Una lezione di stile da parte di chi, di lezioni musicali, ne ha già date molte, sin dal giorno del proprio arrivo sulle scene.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore