Buzzcocks @ Musicdrome [Milano, 13/Marzo/2009]

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La prima volta che vidi i Buzzcocks fu nel 2001 al Forte Prenestino in occasione del “Contro-1° Maggio” organizzato dal Centro Sociale. Un pomeriggio infernale condito da una bottigliata in testa rimediata da un presunto redskin a metà concerto e, quindi, da una scazzottata conclusasi poi con un pacato “volemose bene”. Ma ci stava. Detto ciò, la serata al Musicdrome doveva essere l’opportunità per gustare ogni loro canzone, ogni ritornello, ogni attimo che mi potesse ricondurre ai memorabili anni ’70 evitando ogni altro motivo di distrazione. I due gruppi spalla, LTD e Tunas non riscaldano purtroppo gli animi. I primi suonano un classico post punk e quindi cronologicamente successivo ai Buzzcocks, mentre i secondi suonano un rock molto brit-mod. Avremmo, in sostanza, preferito ascoltare qualcosa che fosse più in linea con quanto i Buzzcocks ci avrebbero poi regalato come ad esempio i Club 27, sostituiti all’ultimo momento dai Tunas. Statistiche. Presenze: Musicdrome ricolmo. Età media del pubblico: trenta/trentacinque anni per via dei moltissimi punk stagionati giunti da tutto il nord-Italia. I colori intorno a me: tutti (luci a parte). Acconciature: tutte. Birre tracannate: molto poche dato che per una piccola si doveva spendere almeno 5 €.

I Buzzcocks iniziano un po’ più tardi del previsto ma ciò ha consentito ai molti ritardatari di non mancare il “one, two, three, four!” iniziale. Cominciano con l’album ‘Another Music In A Different Kitchen’. Eseguono, una dopo l’altra, tutte le canzoni. I punk svizzeri, accorsi a flotte specialmente dal Canton Ticino, iniziano a rotearsi sulle nostre teste. Qualcuno, ubriaco giace a terra. Io e Chris, rimaniamo un po’ dietro intenti a gustarci ogni attimo del concerto. La partenza non è entusiasmante. Un disel-vecchio-stampo che per assestarsi deve almeno percorrere le prime 4 canzoni. Ma poi eccoli, frenetici, incontenibili; specialmente Steve Diggle, che non dovendo cantare, si può permettere di saltellare qua e là sul palco con la sua Telecaster. Continuano col secondo album ‘Love Bites’. Ogni pezzo viene eseguito a martello. La potenza di esecuzione e la precisione sono scandite e ossigenate dai giovani rimpiazzi della band: Danny Farrant alla batteria e Tony Barber al basso. Ma Pete, decisamente sovrappeso non è da meno. Canta, suona e s’invola nei “soli” di chitarra come all’epoca. Non ci sono quasi pause tra una hit e l’altra se non il tempo necessario a Danny per scandire l’inizio del pezzo successivo con quattro bacchettate. Tra la folla si aggira anche Giuliano Palma. Nino, quarantacinquenne punk milanese, ricorda ancora Giuliano aggirarsi per il Virus con una stupenda cresta viola prima che cominciasse a suonare nei Casino Royale. A fine concerto mi informa che Giuliano è venuto apposta per ascoltare ‘What Do I Get It?’ in quanto intende metterla nel suo prossimo album. Staremo a vedere. Il concerto dei Buzzcocks è stato certamente un’occasione per rincontrarsi, una reunion di vecchi punkettari che frequentavano le Colonne di S. Lorenzo ed il Virus. E’ mancata però la sorpresa, il domandarsi “quale sarà il prossimo pezzo?” ( a parte i bis). La scelta di suonare perfettamente ed in ordine la play list dei primi due album, l’eccesso di precisione nell’esecuzione, il solo di batteria prima dei bis, non sono stati capiti. Forse, se avessero suonato a S. Siro o all’Olimpico tutto ciò avrebbe avuto un senso. Ma, comunque, lode ai Buzzcocks; lode al punk ’77.

Andrea Rocca