Buzzcocks @ Circolo degli Artisti [Roma, 27/Gennaio/2010]

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Torna nuovamente a Roma il punk ’77 e per la precisione il punk-pop dei Buzzcocks. La storica band britannica ha dato nuovamente il massimo al Circolo degli Artisti, offrendo uno spettacolo divertente, folle ed energico. Ad inizio serata, quando sul palco stanno suonando i Killtime, c’è poca gente sia in sala che nella zona bar del locale, ma come si sa, il tutto non si scalderà prima delle 22 e 30. Il trio romano ormai attivo da una decina d’anni offre un buono spettacolo: punk anni ’90, spinto ma pur sempre melodico, alla Ramones e alla Queers, con batteria costante e tanti cori. Suonano per una mezz’oretta circa con (purtroppo) non molto pubblico ad assistere, ma io li ho apprezzati più del secondo gruppo.

I Cokerocket infatti hanno alla base una buona idea, ma peccano forse di poco entusiasmo o di poca scioltezza sul palco. Montati gli strumenti e partiti con il primo pezzo noto la struttura del gruppo: basso, chitarra e batteria in classico stile punk melodico, una buona base compatta che non sbaglia un colpo; la tastierista dalla voce stridula quasi quanto il suo strumento e la ragazza in prima linea, alla voce, che non convince. Buona l’idea, quindi, nel senso che tentano di spaziare in un genere che tende ad essere statico e mirano forse, più che alla melodia, a tirare fuori brani alienanti (dopo un po’ quelle cazzo di voci stridule ti entrano nel cervello), ma con questo genere di musica ci si aspetta entusiasmo, movimento, coinvolgimento del pubblico, che invece non c’erano.

Ma finalmente arriva il momento dei Buzzcocks, dopo circa tre quarti d’ora di attesa per il cambio palco, entrano i quattro inglesi, e mi accorgo di un cambiamento nella line-up dall’ultima volta che li vidi. Pete Shelley e lo scatenato Steve Diggle ovviamente erano li, ma al basso c’è un giovane Chris Ramington e alla batteria Danny Farrant (con loro dal 2006). Che dire quindi? La prima volta che mi trovai al loro concerto al Forte Prenestino, non so quanti anni fa (quasi quattro – leggi, ndr), mi avevano fatto una buonissima impressione per la carica che avevano, una cosa che non si è ripetuta qualche tempo dopo a Milano (ma il contesto era diverso: un festival come il Rock In Idro e un grande palco secondo me non vanno bene per un gruppo di questo tipo, che al contrario da il meglio di sé in ambienti ristretti, secondo il “tradizionale” spirito punk). Stasera mi conquistano di nuovo perché propongono una ventina di brani dei loro album migliori (‘Another Music In Different Kitchen’ e ’Love Bites’) praticamente senza mai fermarsi. Partono con ‘Boredom’, ‘Fast Cars’, ‘I Don’t Mind’ e ‘Autonomy’ per arrivare poi tra le altre a ‘What Ever Happened To…?’ e ‘Noise Annoys’, ‘What Do I Get’, e chiudono prima della pausa con il famoso pezzo di Diggle ‘Harmony In My Head’.

Pete Shelley è impassibile ma divertito alla voce mentre Steve Diggle sembra eccitato come un ventenne: sempre a salutare il pubblico con strette di mano, sempre con i suoi “Come On!” e gli “One, Two, Three, Four!!!”, con la camicetta bianca a pois e gli occhi semichiusi per lo sforzo nel suonare la Telecaster. Basso e batteria impeccabili e potenti, si divertono moltissimo anche loro ma interagiscono meno. Quando rientrano per il bis suonano ‘Oh Shit’, la loro hit di sempre ‘Ever Fallen In Love’ e chiudono con ‘Orgasm Addict’. A salutarli è un pubblico soddisfatto (almeno ai miei occhi) e sudatissimo, in terra la condensa ha fatto scivolare un po’ tutti, ma sempre tra un sorriso e l’altro, senza tensione, senza aggressività. Una grande esibizione quindi. E un gruppo che dopo tanti anni ha una carica che molti “giovani” oggi si sognano!

Marco Casciani