Butthole Surfers @ Estragon [Bologna, 25/Aprile/2009]

590

Peccato! Come può un brutto locale (locale?!) rovinarmi il concerto/evento atteso da oltre 15 anni di una delle band più amate degli ultimi 20 anni? Ma cominciamo dall’inizio.

La location scelta per l’unica data in Italia dei Butthole Surfers, assenti da queste parti dall’ormai lontano 1992, è l’Estragon di Bologna, capannone con una delle acustiche peggiori che le mie orecchie allenate da 20 anni di concerti abbiano mai potuto sentire (almeno l’altra sera è stato così). La band sale sul palco attorno alle 23.30 sulle note di ‘Kuntz’, un loro pezzo suonato però dall’impianto di amplificazione. Il pubblico in sala stranamente non è numerosissimo, l’età giustamente va dai 30 anni in su, tranne qualche rara eccezione. La formazione, come annunciato, è quella originale degli inizi, quella che negli anni ’80 shockava il pubblico con spettacoli irriverenti/provocatori/disturbanti, e cioè il cantante Gibby Haynes, in gran forma come pure il chitarrista Paul Leary, entrambi classe 1957, sembrano ora due professori universitari americani occhialuti (nerds!), il bassista Jeff Pinkus e i due batteristi King Coffey e Theresa Taylor, quest’ultima rigorosamente in piedi dietro il suo drum set come una volta. Anche i brani della scaletta provengono dal primo periodo artistico dei nostri, quindi sfilano uno dietro l’altro i capolavori della band; dopo un’apertura caotica, con due brani di cui stento a riconoscere il titolo e la provenienza, visto che il locale fa rimbombare tutto e i volumi dei bassi a palla con i mille effetti sulla voce usati da Gibby non aiutano di certo, riconosco le blueseggianti a modo loro ‘Bar-B-Q Pope’ e ‘Moving To Florida’, la bellissima quasi-ballata ‘Creep In The Cellar’ e la punkettosa/rockabilly ‘Cowboy Bob’.

La performance dei musicisti si rivela ottima, tra loro spicca un Paul Leary autentico profeta/sciamano della sei corde, Gibby dal canto suo si dà da fare con due microfoni e un amplificatore a cui sono attaccati gli effetti di cui parlavo poco fa e per fortuna non ci regala uno dei suoi celebri spogliarelli integrali che era solito fare 25 anni fa, sarebbe stato un po’ troppo retrò! Il set finisce con una versione al fulmicotone di ‘Gary Floyd’, il brano dedicato all’allora frontman dei punkers Dicks, texani come i nostri, che scatena le prime file del pubblico, ma senza disturbare/molestare gli altri spettatori. Il bis ci regala altre tre canzoni, tra le quali, a conclusione dello show e trepidamente aspettata da me, la devastante ‘The Shah Sleeps In Lee Harvey’s Grave’, il brano call & response tra voce e parte strumentale noise-no-wave che apriva il loro magnifico mini LP d’esordio del 1983 con testo urlato dal chitarrista Paul Leary completamente stravolto, forse aggiornato ai tempi (non lo so, non capisco una parola!). Purtroppo il pezzo si prolunga un po’ troppo con una coda cacofonica/noise/assordante che ci porta allo stremo con conseguenze disastrose per le nostre povere orecchie; non riesco a fare meno di tapparmele entrambe con gli indici delle mani, mi guardo attorno e noto che metà delle persone è nella mia stessa identica condizione! Se volevano stordirci, hanno sicuramente ottenuto l’effetto voluto! Torno a casa pronto a sorbirmi i miei 150 km, sicuro che in auto non accenderò l’autoradio, con un po’ di rimpianto per quello che sarebbe potuto essere il concerto in un club di medie dimensioni. Peccato, appunto!

Enrico Traversin

2 COMMENTS

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here