Buñuel + Jarman @ Monk [Roma, 3/Febbraio/2016]

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“Qualsiasi cosa vogliate da me, io ci sono”. Queste pare siano state le parole di Eugene Robinson nel momento in cui è stato chiamato in ballo dagli altri tre Buñuel all’interno del progetto. Devo dire che, se sono qui al Monk stasera, è soprattutto per lui. Il sapore di quella risposta fa capire l’approccio che il gigante californiano applica a tutto quanto lo coinvolga. E il concerto di stasera non fa eccezione, anche se lo trovo più trattenuto del solito, in qualche modo. Galeotta fu un’email di Pierpaolo Capovilla a Robinson, ponte ideale sull’Atlantico. Il resto è noto: una sala in provincia di Varese, le prove a tre con Xabier Iriondo e Franz Valente e la voce di Robinson che mette la sua firma sul materiale grezzo. ‘A Resting Place For Strangers’ è un disco compatto ma canonico, per chi mastichi di Touch & Go, Big Black, Jesus Lizard e Oxbow. Lo è forse meno per chi si è lasciato sedurre da questo live dalla quota italica della band. In ogni caso, il pubblico è misto e forte di tanti adolescenti, insieme alla consuete presenze più mature. A testarne la tenuta e la pasta è una band romana, gli Jarman, alla quale viene dedicata meno attenzione di quanta ne meriti. La bassista avrà a dire “forse vi aspettavate qualcosa di diverso, più simile ai Buñuel”, ma in diversi fanno invece sentire il loro apprezzamento per la musica dei quattro. Un post-rock esplicitamente dichiarato (“5 € per il post-rock”, si legge su un cartello ai piedi della pila dei loro CD in vendita) che, pur non aggiungendo molto all’immenso inventario del genere, è suonato con una passione e una convinzione percepibili, che si trasmettono agli strumenti e quindi ai presenti. Pochi ma buoni gli applausi. Dietro di loro, scorrono immagini tratte da film di animazione, spezzoni di pellicole e fotografie in bianco e nero, a rimarcare una natura cinematica che, in realtà, almeno dal vivo, soccombe a un piglio più deciso ed elettrico. Con umiltà e dedizione: bravi.

Alla tremolante luce dei LED degli amplificatori si scorge del movimento giù, in fondo al palco. ‘Cold Or Hot’ è fin troppo adatta a un’entrata di scena ad effetto. Grugniti, sbuffi, un lento echeggiare di feedback che cresce inesorabile. L’imponente figura di Robinson comincia a prendere possesso dello spazio, nell’accezione più fisica del termine. Sembra un reverendo, un reverendo disturbato. Capovilla, Valente e Iriondo sono delle pure entità nella nebbia finora, delle presenze rese palpabili solo dal vibrare degli strumenti. Il warm up si conclude inevitabilmente nell’insolenza marziale di ‘This Love’, che scuote uno ieratico Robinson e lo coinvolge in una danza febbrile e frenetica. Il muro di suono si scaglia come su un parabrezza, mostrando le crepe di un suono ancora confuso, indistinto. Non si capisce granché, almeno finché non aumenta la definizione e l’esibizione ci guadagna. La sezione ritmica, nella sua semplicità, è compatta e manichea, con voce e chitarra fuori dal coro a tessere le parti più improvvisate. A far oscillare il concerto in un pendolo tra momenti intensi e da dimenticare è forse proprio la chitarra di Iriondo che, nei momenti di buona, rappresenta un valore aggiunto notevole; in periodi di magra, gira a vuoto fino a partorire suoni fin troppo dissonanti e avulsi. Eugene è la scheggia impazzita, nel senso che fa un po’ come gli pare, anche se l’improvvisazione a volte è solo apparenza, visto che i testi sono seguiti abbastanza fedelmente. Immancabile lo strip-tease: il colosso non rimane in mutande come usava fare in gioventù, ma mostra per un attimo gli innumerevoli tatuaggi su schiena e petto, sottolineando il momento con un ghigno sempre spiazzante. In ‘Me + I’ interviene la voce di Kasia Meow, che giurerei d’aver visto poco prima al banchetto del merchandising. In una sfida tra Davide e Golia, lei si impossessa della scena con le sue urla sgraziatissime, arrivando quasi a mettere in soggezione Robinson, che sembra indeciso sul da farsi e sembra quasi mimare dei testi che non gli appartengono. Ma riprende subito possesso della situazione con le encores, che si inaugurano con l’eloquente ‘Jesus With A Cock’, anche se gli apici di intensità si raggiungono con i (pochi) pezzi che lasciano qualche respiro, come ‘Dump Truck’.
In poco più di 45 minuti si conclude un’esibizione al fulmicotone, bella ma senza essere memorabile. Potenti e compilativi allo stesso tempo.

Eugenio Zazzara

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