Buñuel @ Evol Club [Roma, 10/Maggio/2018]

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I Buñuel sono una delle band più potenti in circolazione e omaggiano nel nome e nell’intenzione il geniale regista surrealista spagnolo. Due album all’attivo pubblicati per La Tempesta: “A Resting Place For Strangers” del 2016 e “The Easy Way Out” del 2018. Potenza hardcore e divagazioni post-core nella loro espressione più genuina e diretta. Del resto basta analizzare la storia ed il carisma dei musicisti che formano questo supergruppo per rendersene conto. Eugene S. Robinson ne è la voce e il catalizzatore. Il frontman degli Oxbow è dotato di grande fisicità, ex brawler ed ora giornalista, è affabile e cortese al di fuori del palco, ma quando lo calca, interpreta una profonda inquietudine dalle numerose sfaccettature. Pierpaolo Capovilla e Francesco Valente formano la sezione ritmica, così come accade negli One Dimensional Man, ma con una maggiore dose di follia. Capovilla viene esonerato da obblighi vocali, Il suo basso sghembo e pulsante e la potenza percussiva della batteria di Valente, formano una base granitica sia negli episodi più serrati che in quelli più lenti e oscuri, su cui voce e chitarra trovano terreno fertile. La sei corde è proprietà di un fuoriclasse come Xabier Iriondo, che da libero sfogo alla propria creatività elettrica, rimanendo nei territori più sperimentali e avanguardistici di Uncode Duello e A Short Apnea, rispetto all’esperienza con gli Afterhours. I dischi sono più assemblati che concepiti, realizzati a distanza e con mestiere. Per il tour sono bastate poche prove, quelle giuste, il resto per brevità lo chiameremo talento.

Alle 23:30 la band occupa il palco alla spicciolata. Il primo è Valente che inizia a percuotere i tamburi in maniera scarna e cadenzata. Sale Capovilla e si unisce con poche note decise di basso. Quindi Iriondo e per ultimo Robinson. Parte “Boys To Men” codeinica, urlata e lancinante. Robinson è elegantissimo, indossa una una giacca porpora, gilet di pelle nero, camicia vinaccia, pantalone scuro e scarpe nere. La stravaganza sta in due larghe strisce di gaffa nera a coprire interamente entrambe le orecchie. Si agita minaccioso, perde bava come un lama e scende tra il pubblico, che al termine del brano rimane frastornato. Con “This Is Love” parte l’assalto hardcore. La stessa potenza e dinamica viene evidenziata nel noise seguente di “Happy Hour”. I quattro musicisti si dimenano come degli ossessi dando vita ad una performance molto fisica e che forse ha proprio in questo il proprio elemento distintivo. Il cantante inizia il consueto strip, togliendosi giacca e camicia e rimanendo con il solo gilet sul petto nudo. “I Electrician” ha una ritmica ossessiva, una chitarra esplosiva ed un cantato epico. “Dumptruck” è un noise compulsivo, su cui Eugene toglie anche i pantaloni, rimanendo con un paio di boxer scuri ed attillati. “Dial Tone” incalza con particolare mordente, mentre “Augur” rallenta i toni ma grava l’atmosfera e permette a Robinson un recitato degno del Cave più malato in orbita Birthday Party. “The Sanction”parte solo con la voce e poi esplode in un lungo e profondo viaggio negli abissi. A questo punto, su suggerimento di Robinson, Capovilla chiede al pubblico di inviare loro gli eventuali video che stanno girando con gli smartphone. Il cantante si abbandona ad una danza che oscilla tra il rituale e la lotta di strada, conquistando la transenna e il fronte palco con fare tra il minaccioso e il divertito. Quindi ci regala una delle sue consuete stravaganze, sequestrando un cellulare di un’incauta avventrice delle prime file, infilandoselo nei boxer per tutta la durata del brano e poi passandoselo come un asciugamano sul petto sudato prima di restituirlo alla legittima proprietaria. “Me And I” è psichedelica e protokraut. Aumenta costantemente d’intensità prima di sfociare in una serie di stop and go atti a coinvolgere un pubblico che nel frattempo, seppur poco numeroso, ha preso sempre più coraggio. Per “Shot” e “Where You Lay” sono raggiunti sul palco da Kasia Meow, cantante hardcore polacca e moglie di Robinson, già presente sul disco e in tour anche in veste di merchandiser. Eugene per l’occasione lascia la scena spostandosi di lato e fa da seconda voce. I due brani pestano duro ed evidenziano un lavoro particolarmente ispirato della chitarra di Iriondo. “Smiling Faces” riporta tutti al proprio posto e chiude il set con un impro-noise destrutturato ed apocalittico. Nella pausa Capovilla improvvisa un gustoso siparietto da venditore, incoraggiando i presenti a recarsi al merch del gruppo. L’unico bis offerto è l’assalto puro, stridente ed incisivo di “Jesus With A Cock”. Cinquanta minuti di furia iconoclasta, bizzarrie varie e redenzione.

Cristiano Cervoni

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