Built To Spill @ Largo Venue [Roma, 25/Maggio/2019]

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Doug Martsch è un songwriter di razza e personaggio di culto della scena alternativa statunitense degli anni ’90. Un decennio vissuto a pieno, in cui dopo i rigurgiti post punk adolescenziali, si avvicina prima all’esempio del grunge nei Treepeople e in seguito si concede scorribande parallele con Calvin Johnson negli eclettici Halo Benders, il tutto mentre trova la stabilità compositiva e performativa nell’indie rock raffinato dei suoi Built To Spill. Quest’ultimi nascono nel 1992 e non hanno mai avuto una formazione stabile, fatta eccezione per la voce e la chitarra del leader. Dalla loro vantano un’intensa attività live e un talento notevole. Dopo un paio di album indipendenti, firmano per la Warner Bros e realizzano due tra le migliori testimonianze dell’epoca: “Perfect From Now On” nel 1997 e “Keep It Like a Secret” nel 1999. Il primo è uscito in un periodo in cui il mainstream abbracciava totalmente la scena indipendente e le logiche di mercato perdevano molte delle loro certezze. Venivano concepiti album con brani dalla durata e dalla struttura non classicamente commerciale, trovando un pubblico attento e ricettivo alle nuove tendenze. Il secondo ha un’estetica di suono più canonica e più vicina all’approccio pop dell’universo indie (vedi Pavement). I brani sono più brevi e immediati e l’appeal sembra guadagnarne, risultando così la loro opera più venduta. I quattro dischi che seguiranno negli ultimi vent’anni non arriveranno a questi livelli, facendoli scivolare lentamente nell’oblio, ma la celebrazione di “Keep It Like a Secret” e la giusta occasione per riscoprirli.

La data romana li vede protagonisti a Largo Venue, sala che per suono e fruibilità è una delle migliori in città. La cornice di pubblico è molto più numerosa delle aspettative e necessariamente segnata dall’età che avanza. La scaletta prevede l’esecuzione dell’album per intero, pur non rispettando fedelmente l’ordine della tracklist originale, con l’aggiunta di qualche ripescaggio di repertorio. Sul palco oltre Martsch, ci sono un secondo chitarrista, un batterista e un bassista, notevolmente più giovani, ma che comunque non dimostreranno particolare dinamismo nella presenza scenica. Alle 22:40 le prime note di “Time Trap” danno inizio all’esibizione. Una versione dal timbro morbido e dalla melodia sinuosa, caratteristiche che ritroveremo spesso durante la serata. Il secondo chitarrista indugia con lo slide e l’apertura prima dell’accelerazione finale risulta molto efficace. La voce di Martsch sembra non aver perso molto dello smalto di un tempo e riesce a toccare sempre quelle corde profonde e romantiche dell’ascoltatore indie rocker. “The Plan” ha un gran tiro e l’incrocio sonico delle due chitarre lacera coscienze. L’approccio è quasi classic rock e il solo di Martsch richiama lo stile di Neil Young. “When Not Being Stupid Is Not Enough” è tratta dall’EP del 1995 realizzato in condivisione con i Caustic Resin. Una ballad dal cantato in classico stile folk rock, che sembra uscire ancora dai Crazy Horse, ma con una coda finale psichedelica circolare. Si disseta, saluta e chiede come va, il pubblico risponde entusiasta. “Center of the Universe” è un pop sbilenco che sembra uscito dalla penna di Malkmus, ma più lento e sporco dell’originale. “Else” ha l’incedere del classico pop psichedelico lennoniano, ma con lo slide a dettare la melodia. “Sidewalk” ha una verve contagiosa e presenta dei bei cambi di ritmo e di dinamiche, altra caratteristica ricorrente della serata. La cosa più evidente è la volontà di dilatare i brani del disco, che magari perdono d’immediatezza, ma rimangono fedeli ad alcune caratteristiche della band, soprattutto se consideriamo album come “Perfect From Now On”. Altra nota evidente è che l’indie e il post di un tempo lasciano ampio margine ad un approccio più classic rock. Lui nel frattempo è un tutt’uno con i suoi effetti per chitarra, che non gestisce totalmente dalla pedaliera, ma in gran parte manualmente da un controller posto su un case al suo fianco. “Bad Light” ha il potere di inchiodarmi ogni volta che l’ascolto e anche questa volta, seppur più lenta, non fa eccezione. “You Were Right” parte come un blues infetto di melodia sbilenca e cresce nella partecipazione generale prima d’impennarsi nel finale. “Carry The Zero” suona abbastanza impastata ed è un peccato. Si riprende nel finale grazie a un solo di grande spessore con il wah wah. La band ha un bel suono, ma fino a metà sala qualcosa a volte non va, sensazione che cambia notevolmente spostandosi verso il fondo. “Temporarily Blind” presenta un falsetto intrigante e un bel drumming, che segna gli abituali cambi di tempo e dinamiche. “Broken Chairs” ha un attacco psych possente e avvolgente, poi un andamento morbido e un bel solo grintoso, per poi abbandonarsi a una coda strumentale struggente e interminabile. Escono tra gli applausi entusiasti del pubblico. “Strange” è il primo bis che eseguono ed è tratto da “Ancient Melodies of the Future” del 2001. Così come il seguente “Reasons”, tratto invece da “There’s Nothing Wrong With Love” del 1994, si tratta di brani classici del gruppo, fulgidi esempi di pop dall’indolenza malinconica. A questo punto ringrazia gli Orua e i Disco Doom che hanno aperto la serata e che purtroppo non ho visto. Quindi attacca una versione scanzonata e ubriaca di “Living Zoo”, tratta da “Untethered Moon” del 2015, il brano più recente del lotto. La doppietta di chiusura è notevole. Si parte con la cover di “Harborcoat” dei R.E.M., brano del 1984 tratto da “Reckoning”. L’esecuzione è egregia e non troppo dissimile dall’originale, seppure privata di quell’aurea classica da collage radio. Il tempo di fare un ringraziamento finale al pubblico, perchè non sarà particolarmente loquace, ma di certo non difetta d’educazione e il gran finale è servito. “Randy Described Eternity” è semplicemente il mio brano preferito di tutto il loro repertorio. Il brano che apriva “Perfect From Now On” e per cui bastano poche note dell’arpeggio iniziale di chitarra per far venire i brividi a chiunque abbia quel periodo nel cuore. Una versione lunga, densa e graffiante, che chiude al meglio un live tutt’altro che perfetto, ma assolutamente appagante. Per i più nostalgici, da custodire come un segreto.

Cristiano Cervoni

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