Built To Spill @ Init [Roma, 25/Ottobre/2008]

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L’ultima e unica volta che vidi i Built To Spill dal vivo fu per caso nell’estate di tre anni fa al Capitol Hill Block Party, mini-festival (anche se in questi ultimi anni si è ingrandito parecchio) in un quartiere di Seattle. A quei tempi però il festival era poco più che una festa di quartiere e la presenza di un gruppo di livello assoluto come i Built To Spill mi suscitò non poca sorpresa (da noi, bene che vada, a una festa del genere suonerebbe Paolo Belli), nonostante il gruppo fosse comunque residente a Seattle e dintorni (ma nato e fondato a Boise, nello stato adiacente dell’Idaho).

Questo tour però è speciale, infatti stanno girando il mondo eseguendo dal vivo per intero il loro album più bello e più famoso, ‘Perfect From Now On’ del 1997. Oltre ai soliti basso e batteria, ci sono ben tre chitarre e un sesto elemento che si alterna tra synth e violoncello. Doug Martsch è più nerd che mai, indossa la maglietta dei Disco Doom (gruppo di apertura della serata che purtroppo non ho fatto in tempo a vedere), la solita barba e la stempiatura sempre più ampia (somiglia all’indimenticato Padre Cionfoli), ma canta come in preda a una crisi epilettica e muove continuamente la gamba destra, dove è appoggiata la cassa della chitarra che quindi non sta ferma un attimo. Si parte naturalmente con ‘Randy Described Eternity’ e le sue chitarre iniziali lamentose e di stampo post rock. Il talento di Martsch è inconfutabile, sia come chitarrista che come compositore. Ha infatti una capacità invidiabile di far risultare semplici all’ascolto partiture molto complesse, anche un semplice cambio di accordo si trasforma in un’esperienza sublime, in un nuovo mondo che ti si para davanti all’improvviso. Il secondo pezzo, ‘I Would Hurt a Fly’ (che poi è il mio preferito), mi viene rovinato da un coglione con un fastidiosissimo accento del nord est accanto a me che si accende una sigaretta. Avendo smesso di fumare da 10 mesi, gli chiedo con una certa cortesia di spegnerla, visto che mi da fastidio e che comunque è vietato. Lui dice che ha voglia di fumarsi la sigaretta e che io non sono il buttafuori che glielo può impedire. Al che rispondo alla sua cafonaggine mandandolo a fanculo senza giri di parole e lui come risposta mi invita a vederci fuori alla fine del concerto. Roba da scuola elementare. Al che inizio ad ignorarlo completamente. La cosa più triste di questa vicenda è che ho scoperto che un coglione rimane coglione anche se ascolta i Built To Spill, dovrò farmene una ragione. Per fortuna il tipo dopo una mezz’ora se ne va (magari a fumarsi una sigaretta fuori, chissà) ma io nel frattempo ho passato più tempo immerso nei miei pensieri omicidi che ad ascoltare attentamente il concerto. Mi riprendo un po’ nel bel mezzo della lunga e trascendentale (ma allo stesso tempo di una fisicità quasi tangibile) ‘Velvet Waltz’. Ogni pezzo ne contiene almeno altri tre, in una specie di giochi a incastri, i classici e prevedibili schemi non abitano qui, l’ascolto diventa estremamente stimolante. Dopo la tirata ‘Out Of Site’ e la più riflessiva e visionaria ‘Kicked It In The Sun’ tocca ad ‘Untrustable/Part 2’ a chiudere idealmente i giochi (e l’album) in un crescendo di sensazioni vertiginose. Ma non finisce qui, perchè proprio sull’ultima nota il batterista attacca ‘Goin’ Against Your Mind’ dall’ultimo album ‘You In Reverse’ del 2006, in un’ipotetica appendice di quello che è comunque un album (e un concerto) assolutamente perfetto. Anzi, perfetto da ora in poi. Il gruppo torna sul palco infatti per i bis, che sono numerosissimi, quasi un altro concerto. Tra questi un pezzo inedito, un pop leggero e melodico che sa molto di Belle And Sebastian, e poi altri classici estratti dagli altri album: ‘In The Morning’, ‘In Your Mind’ e soprattutto l’anthem emo-pop-rock di ‘You Were Right’ durante il quale Martsch lascia che il pubblico canti in coro il ritornello che ha liriche di una tristezza meravigliosa (“You were wroooooong when you said everything’s gonna be alright”). C’è spazio anche per una curiosa cover, ‘Paper Planes’ di M.I.A. che a sua volta campiona l’intro della storica ‘Straight To Hell’ dei grandissimi Clash. La mia considerazione sui Built To Spill, che già era altissima, è addirittura aumentata dopo questo strepitoso concerto. Esco dal locale con questa consapevolezza in più. Fuori non c’è nessuno che mi aspetta per picchiarmi. Me ne vado a casa.

Daniele “Fight Club” Gherardi

7 COMMENTS

  1. questa storia deve finire. io ho il vizio di fare palloni con la big babol [sul serio]. ora inizio a farli sula capoccia della gente. che fuma.

  2. oh,minchia,c’erano due davanti a me che si sono fumati serenamente due canne senza battere ciglio..

  3. Non mi sembra così nerd Doug Martsch, è anche uno che la sa suonare la chitarra… forse un nerd d’altri tempi, niente a che fare con l’imbarazzante scena nerd/low-fi odierna. Io cmq avrei chiamato direttamente il buttafuori essendo asmatico! Ma non so che ci si potrebbe aspettare dopo ciò fuori dal locale! A Bologna cmq hanno spaccato, apparte i problemi all’inizio (il microfono di Martsch dava la scossa a quanto pare), forse hanno fatto anche qualche canzone in + ma niente “You were right” purtroppo…

  4. gente sono stato martedì all’init, eravamo quattro gatti ma nessuno fumava… io e i miei amici uscivamo tranquillamente fuori, nonostante il diluvio… si tratta di buon senso…

    non c’era nessuno di voi? un bel report della serata con i no age e la ventina di persone che hanno sfidato il nubifragio sarebbe stato carino.

    ciao!
    Mirko

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