Built to Spill @ Circolo Magnolia [Milano, 18/Novembre/2015]

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Quest’anno sono usciti tre dischi. Tre dischi che mi hanno commossa fino alle lacrime già dalla prima volta che li ho ascoltati, e ancora prima che terminasse la prima strofa dei rispettivi brani d’apertura. Che la menopausa mi abbia sorpresa con un anticipo direi larghissimo? Non so, credo sia improbabile. Mi piace pensare piuttosto che certe chitarre, certi suoni, certe parole, sappiano (ancora) pretendere e meritare tutta la nostra attenzione. Non nascondo che questo, dai Built to Spill, non me l’aspettavo. Speravo in un ritorno solo dignitoso, con tanto mestiere e pochi guizzi – d’altronde, i capolavori, questo signore di Boise li ha scritti in un’epoca in cui avevo il poster di Ricky Martin attaccato in camera, e lui stesso aveva messo in discussione il futuro del gruppo. Poi è arrivato ‘Untethered Moon’, con la sua copertina orribile. Intenso, solido, probabilmente il loro lavoro migliore di questa seconda parte della loro carriera, e mi ha dunque costretta a partire alla volta della vera capitale morale del nostro Paese (non smettete mai di crederci!). Che poi, Milano ha sempre esercitato un grande fascino su di me, ed è stata lo sfondo di un momento straordinario qualche anno fa, quando mi sono praticamente lanciata addosso alla transenna dell’Ippodromo mentre Johnny Marr decideva di maltrattare il mio cuore suonando certe canzoni, quelle canzoni, e non aggiungo altro. Il viaggio in treno è piacevole, mi sono anche portata la biografia di Carrie Brownstein per prepararmi psicologicamente a questo tuffo negli anni ’90. Il tempo di un saluto all’amica che ci ospita, una passeggiata in centro ed è già ora di raggiungere il Circolo Magnolia, sbagliando l’entrata ben due volte.

Alle nove e mezza spaccate (!) già sentiamo le prime note degli Any Other, rimandiamo la birra e corriamo ad ascoltare ‘Gladly farewell’. Adele Nigro e soci suonano giusto una manciata di pezzi tratti dal loro chiacchieratissimo esordio, e se la cavano bene senza strafare, forse un po’ frenati dall’inevitabile emozione. Si cerca la fedeltà al disco, la pulizia, inesistenti gli angoli in cui nascondersi. Il pezzo più coinvolgente a conti fatti ci sembrerà ‘Sonnet #4’, che è anche, a parere di chi scrive, l’episodio più riuscito dell’album. La cosa più bella del set è però Doug Martsch, posizionato esattamente alle mie spalle, che non si perde una nota e applaude convinto dopo ogni canzone. Ora, al netto del fatto che forse gli elogi per questo disco sono un po’ eccessivi (o solo prematuri), non trovate anche voi che tutto ciò sia bellissimo? Sogni di fare la musicista, cresci ascoltando un gruppo e un giorno te li ritrovi sotto al palco ad applaudirti. O forse, come dicevo prima, è la menopausa anticipata a parlare. Un rapido cambio palco precede l’ingresso dei Disco Doom, dalla Svizzera con furore. Ma sarebbe il caso di dire, in alcuni momenti, da Seattle. Non conoscevo questo gruppo, che ha già aperto anche per Dinosaur Jr., e devo dire che mi hanno incuriosita moltissimo. Sono la classica band che non inventa nulla, ma sa costruire brani convincenti muovendosi con cognizione di causa seguendo coordinate riconoscibilissime. Ci sono le ballate malinconiche (‘Rice & Bones’ e ‘Shannon’ quelle che credo di aver riconosciuto), qualche cavalcata in cui spiccano gli intrecci delle due chitarre, e divagazioni post-rock mai fini a se stesse. Mi è piaciuta anche la voce sicura e versatile del cantante. Sfortunatamente i brani migliori sono quelli che dicono di aver scritto “in questi giorni”, quindi mi toccherà aspettare per riascoltarli. Premio Simpatia comunque alla chitarrista, che vedrà tutto il concerto del gruppo principale dimenandosi dietro al mixer. Fantastica.

Anche gli ultimi ritardatari si sono convinti ad arrivare, in una sala affollata ma non gremita, quando gli eroi della serata imbracciano finalmente gli strumenti. Doug si presenta come un Padre Pio in tuta, uno dei peggiori outfit da concerto che abbia mai visto, e io sento di volergli ancora un po’ più bene. C’è anche il meraviglioso Jim Roth, e la nuova sezione ritmica, due ex roadie scelti per il loro entusiasmo giovanile. Anche questa è una grande storia. Il concerto è esattamente come mi aspettavo che fosse. Il gruppo pesca con disinvoltura tra quasi tutti gli album della sua ventennale carriera, alternando classici cantati a squarciagola mille volte a piacevoli canzoncine minori, e le new entry in formazione si confermano poco più che onesti mestieranti. Si sente eccome la mancanza di una terza chitarra, che permette però di apprezzare ancora di più le sconfinate e incontenibili doti del Martsch chitarrista. Che non indovina un attacco che fosse uno, che cerca di arrampicarsi sulle note più alte con risultati che mi fanno quasi tenerezza, che se ne sta lì fermo muovendo solo la testa. Ma quando si allontana dal microfono e si dedica alla sua sei corde dà veramente l’impressione di poter portare le canzoni e il concerto dove vuole lui, ne sono riprova ‘Stab’ e una ‘Made-up dreams’ che mi fa tremare le gambe. Unico scambio con il pubblico un siparietto con un ragazzo non proprio sobrio che lo chiama “Douggy Douggy” tutto il tempo e gli rimprovera di aver pagato anche per la terza chitarra. Lui fa un lungo sospiro e con pazienza gli dice “Vorrà che ti ridarò i soldi”, e io penso a quante volte, in quanti posti, a quanti altri ragazzini esagitati Martsch avrà dato una risposta del genere in tutti questi anni. Il set principale si chiude con ‘Carry the zero’, prima di un encore che, come si dice in questi casi, vale da solo il viaggio da Roma. ‘Living zoo’ che sembra un monumento dei Built to Spill a se stessi, e ditemi voi quanti saprebbero scrivere una canzone del genere, nel 2015, e senza sembrare ridicolmente datati. ‘Broken chairs’ suonata e cantata col cuore in mano, il momento più esaltante, che mi fa pensare che il nostro avrebbe potuto rendere ancora più bella questa serata, se solo avesse voluto. Ma non importa. Ci si saluta su ‘Car’, non poteva che essere così, e ce ne andiamo a prendere l’ultima corsa con un sorriso stampato in faccia, canticchiando quel bellissimo verso che quando sarà l’ora voglio scritto sul mio epitaffio: “I wanna see movies of my dreams”. Ciao Milano, a presto.

Elisa Fiorucci

2 COMMENTS

  1. Grazie mille Dante! Direi di non dare spoiler in vista delle attesissime classifiche di fine anno. Comunque, li avrai di sicuro ascoltati pure te. Uno di questi gruppi l’hai recensito ottimamente, e io ti ho un po’ odiato perché non c’ero.

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