Built To Spill @ Blackout [Roma, 13/Settembre/2013]

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Non avrei saputo immaginare un periodo migliore per il ritorno dei Built To Spill a Roma, dopo quattro anni: l’estate ormai agli sgoccioli, l’oscurità sempre più presente, le sere pre-autunnali freschine e la musica di Doug Martsch e soci come soundtrack ideale, con tutte le sensazioni agrodolci che suscita. Nessun disco nuovo da presentare, l’ultima produzione resta sempre ‘There’s no Enemy’ del 2009, ma non ha importanza. Potrebbe esser anzi un tour per rodare al meglio la nuova formazione, con gli innesti di Stephen Gere alla batteria e Jason Albertini al basso ad affiancare Martsch e le chitarre di Brett Nelson e Jim Roth, prima di rientrare in studio. Ed è certamente l’occasione per far ricordare a chiunque l’avesse scordato che gran bella band siano i Built To Spill e che bellezza la loro musica, con quelli intrecci di chitarre e quei brani lunghi che ne farebbero una band post-rock nel solco dei vortici di polvere di stelle degli Explosions In The Sky se non fosse per quel gusto vagamente college-rock con tanto di divagazioni trippy/chitarrose e per la caratteristica voce di Doug Martsch a svettare su brani apparentemente dal sapore spensierato ma dai testi spesso introspettivi e velati di tristezza, per quello che è un mix unico e singolare. A cui, va detto, fa un po’ torto la resa assicurata da un posto come il Blackout: senza offesa ma non ricordavo da quanti anni non ci mettessi più piede, quasi un lustro a memoria, da una data romana dei Dredg già in parabola discendente. Forse è l’unico posto dove, stando nei pressi del mixer, si rischia un ascolto assai peggiore del centro della pista ed è possibile sentire rimbombare perfino l’immancabile brusio dei soliti avventori di concerti più avvezzi alle chiacchiere. Pazienza, cercherò di avvicinarmi al palco per quanto possibile. Tralasciando questo unico neo, assieme forse alle pause lunghette tra un pezzo e l’altro, quel che conta è che sia stato un set superlativo, suonato benissimo e vissuto pure meglio, con una parte centrale da assoluti fuoriclasse, mettendo in fila le chitarre dolcemente aggressive di ‘Planting Seeds’, la splendida doppietta tratta dal capolavoro ‘Perfect From Now On’ ‘Kicked In The Sun’ e ‘Stop The Show’ -la seconda parte di quest’ultima durissima e strabordante! e ‘The Plan’ a certificare l’assoluta robustezza della nuova sezione ritmica. Azzarderei che abbiano suonato anche qualche brano completamente inedito, forse un paio. Ad ogni modo, dopo quasi un’ora e mezza già valida per una promozione a pieni voti, non arriva il colpo di coda per la lode? Un bis con tre cover in fila: ‘How Soon Is Now?’ suonata meglio degli Smiths e rispettandone in pieno il mood, ‘Age Of Consent’ dei New Order più scombinata e divertente, e soprattutto ‘Cowgirl In The Sand’ di cui i Built To Spill si impossessano a tal punto che lo stesso Neil Young sarebbe solo un povero coglione se ascoltandoli non avesse la tentazione di applaudirli fino a spellarsi le mani! ‘Car’, infine, è la chiusura perfetta: stasera nei film dei nostri sogni c’è anche Doug Martsch con il suo sorriso ingenuo, la sua chioma assurda e la sua musica. Arrivederci a presto.

Piero Apruzzese

5 COMMENTS

  1. Bel concerto e bel report, ma la chiusura troppo enfatica sulle 3 cover finali quasi a mettere in ombra tutto ciò che di bello s’è sentito prima e la sparata su Neil Young cercando la frase ad effetto per darsi un tono ve la potevate pure risparmiare.

  2. Non so se tu abbia mai frequentato un’università e sostenuto esami, caro Massimo. Alla mia, la lode rappresenta un quid in più relativamente minimo per avere un voto oltre la scala ma al limite massimo della scala devi pure arrivarci. E in quanto al buon Neil, qui lo abbiamo osannato a più riprese e io stesso ho negli occhi ancora lo straordinario concerto suo di due mesi fa per cui la frase a effetto va decisamente commisurata, per far passare mr. Young per un “povero coglione” ce ne vorrebbe. E anche da “povero coglione” sarebbe ben più ricco di noialtri. Cordialmente.

  3. Beh, io l’università non l’ho frequentata come tanti altri che passano da queste parti, e da perito tecnico elettronico quando leggo “povero coglione” intendo “povero coglione”, il che mi fa pensare che tu Neil Young non l’abbia mai ascoltato o se io fossi digiuno di Neil Young l’informazione che mi arriva è “Neil Young è un povero coglione”. Però non essendo ne io ne te a digiuno di Neil Young (come immaginavo prima che mi rispondessi) rimango del parere quella frase è stata buttata li tanto per mettere una frase ad effetto. Per il resto del pezzo nulla da eccepire.

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