Brunori Sas @ Postepay Sound Rock In Roma [Roma, 4/Luglio/2017]

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Le carriere dei musicisti si somigliano un po’ tutte. Il primo disco è il battesimo, magari si azzecca il pezzo che entra nella storia e si crea la fan base; col secondo aumentano le aspettative e il tempo per procacciarsi nuova carne da mettere in cottura è molto meno, mentre nel primo capitolo in genere c’è tutto quanto di buono si è accumulato negli anni della gavetta. In genere va male. Il terzo disco è la cartina di tornasole della popolarità raggiunta da un artista e la fase ultima in cui comprendere dove potrà mai arrivare. Se va male, di solito ci sono conseguenze drastiche. Le band si sciolgono, o continuano a vivacchiare tristi e, secondo loro, incomprese. Ci sono spesso delle pause, hiatus li chiamano, mentre i cantautori spesso si riciclano, lavorano a nuovi progetti, si associano ad altri, ma sono destinati a vivere un ruolo da comprimari nel mondo della musica. Il quarto album, se arriva, può essere frustrante, dimenticabile, inutile, raramente in linea col resto della produzione. Non è questo il caso di Brunori Sas, il collettivo calabrese capitanato da Dario Brunori. Un esordio fragoroso e autoprodotto, dalla sua Picicca Dischi, per l’imprenditore che non smetterà gli abiti del suo vecchio lavoro nemmeno una volta salito su un palco. Il Vol.2 e 3 hanno qualche rara perla al loro interno, ma così poche da far passare la voglia di seguirlo e sufficienti a prendere in mano il timbro per bollarlo come bollito e dimenticarlo, salvo quei pezzi del primo disco che in fondo nella storia di quell’anno ci rimarranno. Poi arriva il quarto disco, quasi in sordina. Si capta un brano per radio, tutto sommato orecchiabile, e con un paio di frasi che inducono al ragionamento. Poi arriva l’intervista su Sky Arte, il canale che noi appassionati di musica avevamo sempre sognato, e si recepiscono altri elementi interessanti. Il ritorno alle origini, alla vita in Calabria dopo la sbornia milanese che forse ne aveva appiattito le percezioni e l’originalità. Un brano, ‘L’uomo Nero’, scritto dopo l’incontro con un becero tassista romano, categoria a noi molto vicina e della quale troppo spesso si fa, generalizzando, di tutta l’erba un fascio. Si ascolta interamente e più volte ‘A Casa Tutto Bene’ e si rivaluta l’artista, che si fa più politicizzato, cita lo splendido e indimenticato sociologo Zygmunt Bauman (‘La Vita Liquida’), spiega cos’è ‘La Verità’ ed è disposto a fare autocritica, senza mai ergersi a paladino o uomo senza macchia. Un ottimo lavoro. Avevamo assistito in passato a suoi concerti, in cui era ancora alla ricerca della propria dimensione di frontman. Parlava troppo, spezzando il ritmo del live, cercava con insistenza la battuta ottenendo sorrisi di circostanza dal pubblico. Si snaturava cercando di mostrarsi per quello che non era. Oggi, nella cornice dell’Ippodromo di Capannelle lo troviamo cresciuto, maturo, filosofo, e, citandolo, “con un animo rock, ma in un fisico geriatrico”. Il concerto all’aperto, nella Capitale, ha la sua summa massima nel Postepay Rock in Roma: venticello che non guasta, aria frizzantina, pubblico molto più nutrito di quanto ci si attenda, spazi ampi, gente distanziata anche nelle prime file, allegria generalizzata ed un pubblico molto eterogeneo, per quanto la parte del leone la fanno gli studenti fuorisede e, ad occhio, fuoricorso. Le liriche si ascoltano con molta attenzione: ci sono ovvietà, ma prevalgono ragionamenti illuminati che l’artista ha trasposto in versi. Ci sono i vecchi successi, ‘Come Stai’ che è la frase d’esordio del mondo che abbiamo intorno e alla quale per noi è sempre tanto difficile rispondere. Scegliere l’ipocrisia, l’unica cosa che odiamo più della morte, o partire con un elenco infinito delle cose che non vanno? “Che cosa vuoi che dica? di cosa vuoi che parli?” dice il frontman al suo interlocutore, trovando in noi un degno sostenitore di queste sue paturnie. L’arrangiamento del brano non sembra adeguato alla grande location, ma ci si rifà subito con altri pezzi finemente eseguiti come ‘Italian Dandy’ che racconta del suo passato bohémien, o meglio di come si sarebbe immaginato in tale veste. La SAS, società in accomandita semplice come quella che gestiva prima di dedicarsi anima e corpo alla musica, è la sua storica band, con tanto di sezione di fiati e violino e nella quale viene dato grande risalto a Simona Marrazzo (cori, synth, percussioni) che verrà chiamata in causa dal cantante (e baciata) per festeggiare il loro diciannovesimo anniversario. Amore, come quello che ha rinnovato Dario Brunori con i suoi fan dopo questo pregevole, recente disco. Esce fuori il suo amore per il classic rock, con la cover di ‘Back in Black’ degli AC/DC e una versione di ‘Rosa’ che strizza un occhio e forse anche due agli Stones di ‘Pleased To Meet You’. La scaletta regolare si chiuderà con la finora sottovalutata, almeno da noi, ‘Arrivederci Tristezza’, mentre l’encore sarà composto da quattro brani, i primi due dei quali (‘La verità’, di nuovo, come a inizio concerto, e il singalong ‘Guardia ’82’) eseguiti piano e voce. La chiusura sarà con ‘Canzone Contro La Paura’, riguardo all’utilità della musica nella vita quotidiana e ai suoi effetti benefici, e ‘Secondo Me’, brano tra quelli che più ti scavano dentro, sempre tratto dall’ultimo lavoro. Salutiamo l’ippodromo, galoppando come cavalli verso il parcheggio, stupiti da quanto un artista dato troppo presto per finito si sia rimesso in carreggiata, peraltro senza abbassarsi ad usare le solite strategie di mercato che al giorno d’oggi catturano attenzioni, ma tornando alle origini, sia geografiche che artistiche. Quella del quinto album, ora, non sarà vista come una nuova prova, ma solo un altro tassello nella discografia di un artista ormai affermato.

Andrea Lucarini

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