Bruce Springsteen @ Stadio San Siro [Milano, 25/Giugno/2008]

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Arrivo a Milano alle 13.30. La temperatura segna inesorabilmente 38 gradi. Ho scelto il giorno peggior per venire a Milano. Ma non potevo certo scegliere. Il 25 Giugno era la data predestinata. Da Novembre, quando comprai il biglietto. Faccio un giro per la città dove non sono mai stato, vago in centro per ingannare il tempo. Arrivo al Duomo che mi appare piccolo la metà di quello che sembra in TV, provo a girovagare senza meta lì intorno. Resisto dieci minuti, poi il caldo atroce mi spinge a infilarmi in una libreria climatizzata e restarci per un paio d’ore per non morire. Non ho davvero tempo di fare il turista oggi. Vado a vedere Bruce Springsteen. Alle 16.30 mi dirigo allo Stadio. Cazzo, ho quasi il terrore di questa serata. Dover fare la fila chilometrica, il caldo, l’acqua, i prezzi esagerati, la calca, per non parlare della cosa peggior di tutte: trovarsi in mezzo agli esagitati fan di Springsteen. Digressione, ma in tema. I fan del rocker americano sono degli individui sulla 40ina, fissati solo su di lui, che investono un paio di stipendi mensili per seguirlo lungo tutto il tour europeo (le magliette con le date uniche di Amsterdam, Londra etc… sono inequivocabili), sanno perfettamente tutti i testi e conoscono tutte le canzoni fantasma e urlano come in preda a Satana ogni volta che Clemons prende il sax in mano. Che, voglio dire, non è che ogni assolo di Clemons ora sia memorabile. Con tutto il rispetto per quella vecchia canaglia di Clarence. E’ una gara a chi ne sa di più, che supera la follia. Ok, anche io ho tutti gli album di Springsteen, ok, ho il secondo sia in CD orginale che in vinile, un paio di bootleg tripli, un libro, ma insomma non oltrepasso quel limite della pazzia completa dove sembrano immersi tutti questi giannizzeri di fan. Ad esempio non ho mai imparato a memoria la formazione della E-Street Band. Inaudito no? Loro, gli springstiniani, si incontrano fuori dallo stadio, sono comitive di almeno 10 persone, tutte forgiatesi nei vari tour, comitive con tanto di capo gruppo e cassiere presumibilmente. Son sicuro che farò presto anche io amicizia e qualche setta mi chiederà di unirmi a loro. Non mi rivolgerà parola anima viva. Fine digressione, ma in tema.

Aspetto ad entrare, mi stendo su un prato sotto l’ombra, ed entro placido placido alle 19.45. Il palco è messo sotto una tribuna cosicchè lo stadio risulta riempito a metà e, per chi ha il biglietto sul prato, è sicuramente meglio, visto che la distanza è davvero poca. Sono le 20.40 quando lui sale sul palco. Fa ancora un caldo della malora. Un boato accoglie comunque l’entrata della E-Street “non so la formazione” Band. Lui è vestito come sempre da un po’ di anni, jeans e camicia scura. Esordisce così: “Allora Milano ha fatto abbastanza caldo?”. No cazzo, anche tu! Basta, suona, non me lo ricordare. “Bene, ora ne faremo ancora di più”. Eh. Primo brano in scaletta: ‘Summertime Blues’, cover del leggendario Eddie Cochran. Sorpresi no? Anche io. Ci ho messo un po’ per capire che diavolo stesse suonando. Anche se, per non essere subito bollato come l’ignorante di turno, ho fatto finta di conoscerla e cantare le parole e ho fatto pure finta di essere felice che avesse scelto proprio quella canzone come apertura. La band mi sembra abbastanza inchiodata sul palco. Tranne per la violinista. Non a livello di suono, intendo fisicamente. Sono tutti belli fermi, addirittura Clemons sta seduto su una sedia e cincischia giusto un po’ con le maracas e il tamburello, tranne ovviamente quando deve entrare in scena con il suo fragoroso sax. La seconda canzone esplode in tutto il suo splendore, è ‘Out In The Street’ con il coro da stadio a regalare la prima gioia al pubblico (in cui sono stati avvistati anche i nostri rocker di borgata e di campagna, Ramazzotti e Ligabue) seguita da ‘Radio Nowhere’, primo singolo del nuovo splendido ‘Magic’. Ora la band ha preso vita, il suono esce pulito e forte, ampio, corposo e inizio a capire come io possa godermi questo concerto. Non battendo le mani a tempo, non oscillandole come fanno tutti questi mammalucchi ma godendo delle canzoni in sè e delle jam della band. Primo grande sussulto con ‘Promised Land’ che sembra non mancare mai nelle sue scalette. Lo sfondo dietro il palco di un cielo azzurro rigato dalle nuvole è quello più adatto. Appena Springsteen suona le prime note con l’armonica c’è un urlo enorme che lo copre. Nel finale chiude la canzone solo con lo strumento a bocca. Dopo questa si ferma e inizia a raccogliere i cartelloni dei fan delle prime file. No, non legge le dedice d’amore, sono le richieste di canzoni che la gente vuole sentire. Ne raccoglie un po’ a casaccio. Li sfoglia e sceglie la semisconosciuta ‘None But The Brave’. Io non sapevo neanche che l’avesse scritta. Fantastica, devo recuperarla. Accontenterà anche per ‘Hungry Heart’. E per fortuna. E’ e rimane uno dei suoi brani più amati e io faccio parte della totale maggiornaza di fan che ama svisceratamente questa canzone. La corposa cavalcata di ‘Candy’s Room’ fa proseguire il concerto con il rocker del New Jersey che a 60 anni corre, salta, strizza la camicia, bacia Clemons e le ragazze delle prime file, si getta sul palco in ginocchio, distribuisce acqua alle prime file durante ‘Darlington County’, bagna con la spugna i bambini piccoli che degli stupidi genitori hanno portato sotto le transenne e grazie a Dio ci risparmia qualsiasi tipo di sermone sull’America, la famiglia, suo padre e Obama. Non parlerà di nulla.

Lo stadio esplode quando tira fuori ‘Because The Night’. Sarà perchè è tra le sue più conosciute ma è davvero uno spettacolo unico sentirla cantare da tutti. L’esecuzione che voglio raccontare meglio è quella di ‘Mary’s Place’, da ‘The Rising’. La canzone viene allungata all’inverosimile e la E-Street Band iniza una parte strumentale fragorosa assolutamente da brividi. Più suonano in questa maniera, più sento la grandezza della serata, la consapevolezza dell’evento. Ci sono voluti gli 8 minuti di questo straordinario brano. ‘Mary’s Place’ distrugge fisicamente la band e noi e allora ci si riposa un attimo con ‘I’m On Fire’. Springsteen prende una sedia di legno e si siede in mezzo al pubblico. Da pianto. Ma è l’unico momento di raccoglimento in tutta la serata. Momenti topici prima dei bis sono la nuovissima e strappalacrime ‘Long Walk Home’, che per songwriting eguaglia ‘My Hometown’ e poi il punto più alto di tutta la prima parte, ‘Badlands’, che chiude prima del bis: la canzone ha l’effetto di un colpo di pistola al cuore di tutti, con quel suo inizio. Lo stadio intero salta all’unisono scandendo per bene tutte le parole. L’unico che non ne sa manco una ovviamente sono io. Ecco i bis. Ma chiamarli bis è un’offesa. Non contento di aver già suonato 21 brani, ne ha ancora 8 in scaletta! La prima mi fa felice perchè è ‘Girl In Their Summer Clothes’, sempre da ‘Magic’, canzone tanto semplicie quanto irresistibile, e mentre lui ne canta divertito la dolce melodia il megaschermo inquadra le “ragazze svestite di quest’estate”. Il primo piano di un paio di tette dal formato di due missili russi che ballonzolano sopra le spalle dell’amico provoca le risate di tutti, Springsteen incluso. Poi è tempo di un medley r’n’r di cui ho riconosciuto però solo ‘Good Golly Miss Molly’. Non poteva mancare ‘Born to Run’, forse la sola canzone sempre presente nei suoi tour; eccola qui e finalmente ha un senso spellarsi le mani per Clarence “Big Man” Clemons. Quando si alza dal suo trespolo e si avvicina al centro del palco con una mano dietro la schiena (sciatica?) e una sul sax tutti sanno che il gran momento è giunto. Che ora potranno ascoltare l’assolo di Sax di Clarence Clemons su ‘Born To Run’. Che non ha rivali, che è sempre bellisismo, che è sempre il più grande assolo di sax della storia del r’n’r. Grande Clemons. Anche stavolta hai reso giustizia alla tua fama e al tuo nome. L’assolo ti è venuto magico. Ora però torna a sedere a giocare con le maracas sennò caschi e non c’è una gru per alzarti. Bruce, maledetto Bruce hai tenuto fuori da questa scaletta ‘The River’, ‘Thunder Road’, gli interi ‘Devils And Dust’, ‘Nebraska’, ‘The Ghost Of Tom Joad’, il trittico ‘Lucky/Human/Tunnel Of Love’, l’intero cofanetto quadruplo ‘Tracks’, due soli brani da ‘The River’ e uno da ‘Greetings’, ma ti perdono lo stesso. E sai perchè? Perchè hai suonato ‘Rosalita’. Qui ho letteralmente perso il controllo e mi sono buttato nella mischia per ascoltare forse uno dei più grandi pezzi rhythm and blues della storia tratta da quell’album immortale che è ‘The Wild The Innocent And The E-Street Shuffle’. Sento le prime note e non ci credo, no non può essere che la suoni, e invece no è prorpio lei, la mia ‘Rosalita’. L’esecuzione è la più riuscita della serata. La band si lancia totalmente andare e ora non si capisce più niente. San Siro è un caotico baillame. Il ritornello di ‘Rosalita’, “Rosalita jump a little lighter Senorita come sit by my fire”, risuona ogni volta come un urlo liberatorio. Segue la stonatissima parte strumentale con gli assoli di tastiera, di chitarra di Van Zandt e quello di Clarence che si ricorda appena in tempo di alzarsi dallo scranno. E poi Bruce la carica di nuovo. La canzone intendo. Avete presente no? Prima dell’ultimo ritornello, dell’ultimo “Rosalita!”, il brano si ferma per un secondo. Beh qui il secondo dura almeno un minuto in cui lui carica gli strumenti, la batteria è li per esplodere, le tastiere vibrano mille note tutte assieme, le chitarre tengono la nota ferma, lui fa una faccia di gomma stile Braccio di Ferro buffissima, la tira fino allo spasimo per poi squarciare di nuovo nella notte di San Siro: “Rosalita!!!! Jump A Little Higher”. E via fino alla fine a consumarla. Grande, grande grande! Vi basta? A me si. Ma a lui no. E non ne vuol sapere di andar via. Tira fuori altri due gioielli, ‘Bobby Jean’, però forse fatta un po’ floscia e ‘Dancing In The Dark’, senza quelle orribile tastiere anni ’80 però. Bella. Ora è finita sul serio. Credo. No, i due tastieristi escono fuori con due fisarmoniche ed ecco partire la irish ‘American Land’. Esecuzione magnifica da pub irlandese. Ora è una festa. Anche qui se la prende comoda e la coda finale sembra non finire mai. La band si mette in fila indiana e avanza al centro dello stadio, nel “pontile” che entra in mezzo al prato, e ci saluta sul tema allegro di ‘American Land’. I testi di questa canzone scorrono sul maxischermo, tutto lo stadio canta assieme. Situazione da infinito. Rimane a presidiare il palco una sola ombra. Quella di Clarence Clemons; oramai solo con un angano potrebbe smuoverlo. E’ tempo di saluti. Inchini, presentazioni, la band fa per uscire ma lui dice: “Ehi another one!”. Ritornano ai loro posti. Springsteen si volta, dà l’ordine della canzone ed ecco partire la ‘Twist And Shout’ più devastante della storia del rock. Tre ore e 20 minuti. Tre ore e 20 minuti di rock and roll come nessuno potrà mai eguagliare. Oggi ho assistito al concerto più bello della mia vita. Oggi mi sento parte di una piccola storia. Gli springstiniani, quegli stronzi, staranno sorridendo alle mie spalle, loro ci sono abituati, lo avranno visto minimo otto volte, per me invece, con la E Street Band, era la prima e forse ultima volta. E mi terrò il ricordo per tutta la vita. Quando vidi Springsteen fare un concerto memorabile le cui mie parole mai potranno rendere giustizia. Il 25 Giugno allo Stadio San Siro.

Dante Natale

P.S. Grazie a Claudia per l’insalata, il letto, il caffè e la marmellata, grazie a Natalie per le chiacchierata fuori dallo stadio e grazie alle due ragazze esageratamente incurioiste sul perchè prendessi appunti durante il concerto. Ora spero che stiano leggendo almeno.

P.S.2 La scaletta completa per gli Springstiniani:

[Summertime Blues/Out In The Street/Radio Nowhere/Prove It All Night/Promised Land/Spirit In The Night/None But The Brave/Candy’s Room/Darkness On The Edge Of Town/Hungry Heart/Darlington County/Because The Night/She’s The One/Living In The Future/Mary’s Place/I’m On Fire/???/The Rising/Last To Die/Long Walk Home/Badlands/Girls In Their Summer Clothes/RNR Medley/Born To Run/ROSALITA/Bobby Jean/Dancing In The Dark/American Land/Twist And Shout]

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