Bruce Springsteen @ Palalottomatica [Roma, 10/Ottobre/2006]

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Premessa: questa è la recensione di un fan. Per cui se volete leggere una recensione oggettiva o chessò altro rivolgetevi a Gino Castaldo o Zaccagnini o a chi volete voi. E’ stata la mia prima volta con Bruce Springsteen, negli anni passati problemi di denaro e di tempo non mi avevano mai permesso di vedere dal vivo l’unico artista per il quale sono riuscito a sborsare 57€ senza badarci un secondo. La giornata era cominciata frenetica tra scuola, traslochi, e addirittura un matrimonio nel tardo pomeriggio a cui ho partecipato solo per dovere di cronaca (ma approfitto per rifare gli auguri ai novelli sposi!) senza neanche il tempo di scroccare un prosecco, ma la testa era da tutt’altra parte. Mi dirigo al Palolottomatica verso le 18.30, l’ultima volta che avevo visto un concertto qui era stato nel 1996, i Metallica, poi ho smesso di sentire musica in questo obbrobrio di cemento. Mando dapprima a cagare un posteggiatore che pretendeva 5€ per tutta la serata, mi aveva persino dato una “fiscalissima ricevuta” tratta da un blocchetto di quella per le riffe di parrocchia. Risalgo in macchina e mi cerco un altro posto più distante, Faccio lo slalom tra bagarini, borghettari, bibitari e tutto il lercio mondo che si reincontra in occasioni come queste e riesco a trovarmi con la mia amica. Mi incuneo a sbafo nella fila chilometrica e riesco a conquistare un onorevole posto in mezzo al parterre. Riscontrata la solita maleducazione e deficienza delle persone che assistano ai concerti di tanto in tanto, tipo sentir paragonare Springsteen a Vasco Rossi o sentire parlare in termini entusiasti del nuovo di Zucchero, cerco di pensare unicamente al concerto e di non dar vita ai miei progetti assassini. Il palco si presenta come una specie di teatro dell’800 americano con candelabri, pianoforte in legno e sipario. Il concerto inizia alle 21.30 precise, sul palco si posizionano le 17 persone che compongono questa staordinaria banda (si, banda!) della Seeger Session Band quasi tutti vestiti in stile pioniere americano con bretelle, camicie a quadri, coppola e cappelli da cowboy. Un boato accoglie l’ingresso di Mr. Springsteen che afferrata la chitarra acustica, biascica alcune parole al microfono, e con un “one-two-three-four” da inizio alla festa. Perchè è di questo che si è trattato: una festa. Praticamente saccheggiato quasi tutto l’album “We Shall Overcome”, dal quale rimane fuori clamorosamente però la title track, più 4/5 pezzi suoi, e alcuni che non conoscevo, (pezzi suoi? cover? tradizionali? boh, frega niente). L’inizio lo dà “John Henry” e da subito si capisce come sarà la serata: Springsteen fa un uso esagerato di questi musicisiti che non sono lì a fare il contorno ad un suo concerto o ad aiutarlo, anzi da quel che ho visto sono anche più importanti loro che il Boss stesso. Tutte le canzoni fortunatamente vengono rimescolate, riarrangiate, strascinate a lungo, infarcite di assoli di ogni tipo, con banjo, trombone, bassotuba, tromba, violino, fisarmonica, organetto: ogni intermezzo è buono per Springsteen per far suonare la sua band. Il suono puzza di whiskey a meraviglia, il rhythm and blues, (davvero straordinario il quartetto di fiati per presenza scenica e per qualità), il gospel, il country, e anche molti suoni derivanti dalla tradizione celtica si mescolano tra di loro in una sorta di lunga jam session. Ovviamente è il Boss a guidare la banda ma è la stessa a creare quel corposo muro di suono caldo come raramente avevo ascoltato. Dopo il primo pezzo ero un pò sconfortato, la batteria non si sentiva, così come la voce, ma fortunatamente dopo un paio di brani i fonici hanno risolto alla meglio i problemi. Segue una scanzonata “Old Man Trucker”, “Jesse James” e come detto, via via tutto l’album di “We Shall Overcome”, dove la goduria maggiore per me si è avverata in “Jacob’s Ladder”, irriverente pezzo in cui ogni componente della band dopo aver eseguito un breve assolo si dà all’anarchia completa sul palco suonando e posizionandosi a proprio piacimento e stravolgendo la canzone, ma sopratutto in “Pay Me My Money Down”, dilatata fino alla morte: Bruce si fa da parte e a farla da padrone è di nuovo la band che suona, suona, suona in un’orgia spensierata di musica. Momenti di quiete ce ne sono pochi, vengono preferite tutte le canzoni più allegre e veloci e infatti rimane fuori anche al splendida “Shenandoah” che io però avrei visto benissimo al posto di “My Oklahoma Home”, l’unica debole della serata. Del vecchio repertorio pochissima roba, ma per quel che mi riguarda è valsa la pena venire qui solo per ascoltare una meravigliosa versione di “The River”, riarrangiata in maniere quasi sacra e liturgica che davvero mi è parsa allo stesso livello, se non meglio, anche dell’originale: irriconoscibile sia per melodia che per cantato, cosi come “Growing Up”. Purtroppo mentre Springsteen attaccava le prime parole di “The River” solo con l’acustica un idiota ha avuto la bella idea di urlare “A Valeriooooo!!!” rovinando tutto. L’idea di accoltellarlo mi ha solleticato per un pò. Alle mie proteste mi sono anche sentito inveire contro. Il Bagno Penale è la soluzione per questi mostri. Un unico momento di tranquillità forse c’è stato verso il finale quando una “My City Of Ruins” da brividi ha dato inizio alla parte finale; parte finale che è stata una autentica bolgia. La successiva canzone, “Rag Mama Rag”, una sorta di selvaggio boogie-woogie durato quasi 10 minuti, ha scatenato il putiferio tra il pubblico che, dapprima si è di nuovo fermato in religioso (e quasi miracoloso, vista le gentaglia presente) silenzio ad ascoltare una versione malinconica di “When The Saints Go Marching In” e poi si è di nuovo scatenato con la popolare “This Litte Light Of Mine” con nuovamente la Seeger Session Band a condurre il gioco, mettendosi tutta in fila sul bordo del palcoscenico e a suonare fino allo sfinimento. Devo dire che quando ho riconosciuto “When The Saints….” ho pensato che l’idea di rendere in quella maniera molto malinconica un brano quasi unicamente riconosciuto come marcetta militare di bande paesane fosse ridicola. E invece è riuscito a smentirmi anche in ciò perchè la suddetta versione è da pelle d’oca. Ma non è ancora finita perchè il gran finale è tutto per “This American Land”, brano inedito tratto dall’ultima edizione di “We Shall Overcome”. Assolutamente irish al 100%, ha una melodia rigogliosa che esplode in tutta la sua allegria e fa quasi tracimare il Palottomatica tanto è l’entusiasmo che ne ha accompagnato l’esecuzione. Non ho avuto nessun rimpianto per quel pezzo non fatto o per quell’altro eseguito. E’ andato tutto benissimo, non sono state importanti le canzoni, ma unicamente la musica popolare americana di protesta sociale, di qualunque genere, swing, blues, folk, country, irish, suonata da una delle più incredibili band mai viste su un palco, la cui gioia di suonare era lampante e contagiosa viste le continue risate tra di loro e le buffe scenette tra i componenti per le intere due ore e mezzo del concerto. E, assieme a Stooges ed AC/DC, questo è stato il concerto della mia vita. E finalmente sono riuscito a vederlo.

Dante Natale

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