Bruce Springsteen @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 11/Luglio/2013]

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Se c’è un personaggio che ha incarnato pienamente gli Stati Uniti d’America del XX secolo, questo è Bruce Springsteen (non me ne voglia l’adorato Bob Dylan). Il suo modo personale, efficace ed emozionale di raccontare il Sogno Americano, nelle sue bellezze e nelle sue brutture, la sua capacità di unire i suoni della tradizione statunitense in uno stile unico e senza eguali hanno segnato intere generazioni e rientrano nelle pagine più belle ed intense della storia del beneamato rock’n’roll. Roba da far studiare nelle scuole. I suoi concerti infiniti, poi, sono ormai leggenda. Mancare all’appuntamento con la storia in quel di Capannelle sarebbe stato un crimine contro l’umanità. Perché sapevamo già che, a fine spettacolo, saremmo andati via più ricchi, felici e riconciliati col mondo.  Arriviamo all’Ippodromo di Via Appia Nuova intorno alle 17.30. Già tanta gente assiepata dinanzi al mastodontico palco del Boss, sul quale sventolano la bandiera italiana e quella a stelle e strisce. Roma, nonostante l’ormai immancabile monsone pomeridiano che si è abbattuto non poco distante da Capannelle, regala un meteo clemente, tenendo lontane le piogge e sfoggiando un tramonto che è poesia, mentre di fianco all’Ippodromo ogni tanto passa qualche treno (erano anni che non vedevo un treno-merci) e si vedono atterrare vicinissimi gli aerei per Ciampino. Un colpo d’occhio notevole, v’è da dire. Bellissima, poi, l’eterogeneità anagrafica dei presenti: intere famiglie, tanti giovani, bambini. Perché il Boss, in fondo, è un bene artistico ed umano che si tramanda di generazione in generazione. Qualche minuto prima delle 19 il palco viene inaugurato dai The Cyborgs. Il duo romano, composto da cyborg-0 (voce e chitarra) e cyborg-1 (tutto il resto), accompagna il pubblico per una mezz’oretta con il suo blues a cavallo tra passato e futuro, rendendo l’attesa decisamente gradevole. La band ci sa fare e svolge il suo compito egregiamente, ma la verità è che è impossibile resistere al ritmo del blues, a prescindere da chi lo esegue. Può essere trito e ritrito, suonato e risuonato, ma rimanere impassibili davanti alla più classica delle scale blues vuol dire non aver capito nulla della vita. Punto.

Il sole pian piano cala sull’Ippodromo quando, accompagnato dalle meravigliose note di “C’era una volta il West” di Ennio Morricone (mai intro fu più azzeccata), sale sul palco Bruce Springsteen, affiancato dalla sua fida E-Street Band. L’ovazione è unanime. Si comincia con ‘Spirit In The Night’, meraviglioso estratto del suo primissimo album ‘Greetings From Asbury Park, N.J.’, datato 1973. Vedere un quasi-sessantaquattrenne muoversi così agilmente sul palco, con tanto carisma e tanta voglia di suonare, è un’emozione impagabile. Bruce ama il contatto con il suo pubblico, non a caso non vi è distanza alcuna tra l’immenso palco e la folla, sulla quale spesso e volentieri il Boss si staglia stringendo mani a destra e a manca. L’affiatamento con la E-Street Band, poi, è palpabile su ogni passagio dei brani. Springsteen dirige i suoi musicisti come un direttore d’orchestra, lasciando a ciascuno il giusto spazio per far risaltare le rispettive e innegabili doti artistiche. Su tutti, il sassofonista Jake Clemons, nipote del compianto Clarence Clemons, membro storico della band prematuramente scomparso nel 2011. Il sax, d’altronde, è sempre stato uno degli strumenti cardine nell’economia dei brani del Boss, probabilmente il più riconoscibile ad un primo ascolto: possiamo tranquillamente affermare che Jake abbia sostituito degnamente il grande “zio”, grazie anche ad una presenza scenica molto convincente. ‘My Love Will Not Let You Down’ cede il passo a ‘Badlands’, primo estratto da ‘Darkness On The Edge Of Town’, acclamatissima dal pubblico. Dall’ultimo disco ‘Wrecking Ball’ il Boss esegue ‘Death To My Hometown’, brano in cui l’influenza del folk (soprattutto di matrice irlandese) si fa sentire prepotentemente, con tanto di fisarmonica e violino a richiamare sonorità da pub. Una delle peculiarità dei concerti di Bruce Springsteen è la possibilità per il pubblico di scegliere alcuni pezzi della scaletta in tempo reale. In tanti, assiepati sotto al palco, sventolano cartelloni con i nomi dei brani che gradirebbero. Bruce li seleziona al momento e li esegue: considerando la vastità del suo repertorio, ci si chiede come facciano i suoi musicisti ad esser subito pronti all’esecuzione. Eppure è ciò che puntualmente, sorprendentemente avviene, a testimoniare la grandezza dell’artista e della sua band.

Fra i pezzi selezionati tra le proposte del pubblico, il classico di Eddie Cochran ‘Summertime Blues’ (di cui mi piace ricordare la stupefacente e acidissima versione dei Blue Cheer nel loro seminale ‘Vincebus Eruptum’), ‘Stand On It’ (il cartellone riportava una dedica per un anniversario di matrimonio), ‘Working On The Highway’, ‘Candy’s Room’, ‘Brilliant Disguise’. Su tutte, però, si staglia innegabilmente ‘New York City Serenade’, ultima traccia di ‘The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle’, uno dei brani più apprezzati dai fan e meno suonati dal Boss, eseguita qui a Roma per la prima volta nella storia fuori dagli Stati Uniti in una magistrale versione che ha visto protagonisti gli archi dell’Orchestra Roma Sinfonietta: senza dubbio uno dei momenti più alti del concerto. Dal medesimo album vengono tratte anche ‘Kitty’s Back’, ‘Incident On 57th Street’ e l’apprezzatissima ‘Rosalita (Come Out Tonight)’. Tutti i brani vengono allungati da momenti strumentali di pregevolissima fattura, nei quali anche Bruce ricorda a tutti, se non bastasse la meravigliosa voce, le sue doti di chitarrista. Spazio anche ai lavori più recenti, con ‘The Rising’, scritta all’indomani della tragedia dell’11 settembre, e ‘Waitin’ On A Sunny Day’, sulla quale Springsteen fa cantare un bambino. Su ‘Tenth Avenue Freeze Out’, brano in cui vengono tributati gli scomparsi Clarence Clemons e Danny Federici con una carrellata di loro immagini sui maxischermi, Bruce e la band salutano il pubblico dopo quasi due ore e quaranta di concerto. Parlare di bis, tuttavia, sarebbe improprio, perché il Boss non accenna nemmeno ad abbandonare il palco e riparte con l’inno ‘Born In The U.S.A.’, seguito a ruota dalla stupenda ‘Born To Run’, sulla quale cantano tutti, anche nelle retrovie. ‘Dancing In The Dark’ vede ulteriormente coinvolto il pubblico, e non solo per il canto. Una coppia nelle primissime file esponeva un cartello in cui, in soldoni, la ragazza affermava che se avesse ballato con Bruce, il suo ragazzo le avrebbe chiesto di sposarla. Ovviamente tutto ciò è avvenuto, con tanto di dono dell’anello sul palco e benedizione ufficiale del Boss. Roba da raccontare ai nipoti e al mondo. Così come due ragazze potranno vantarsi di aver suonato insieme al Boss, che le rifornisce prontamente di due chitarre acustiche per farsi accompagnare nella coda di un pezzo. Concerto finito? Nemmeno per sogno. Due cover per far ballare tutti i presenti e avvalorare il trionfo definitivamente: ‘Twist and Shout’, classico dei Top Notes reso ovviamente celeberrimo dai Beatles, e ‘Shout’ dei The Isley Brothers. E quando la band lascia il palco, Springsteen cala il suo asso definitivo, eseguendo una versione meravigliosa di ‘Thunder Road’, accompagnato esclusivamente dalla sua armonica e dalla chitarra acustica. Il rito messianico è servito e, dopo quasi tre ore e mezza, la liturgia springsteeniana è conclusa, nuovamente sulle note di “C’era una volta il West”.

Un artista da tramandare ai posteri, un concerto che resterà scolpito imperituro nel cuore dei presenti. Perché Bruce Springsteen è ancora un istrionico showman, una delle rockstar definitive. Un timbro vocale impareggiabile e invidiabile, una band affiatata e dotata, la capacità di far mantenere alta l’attenzione del pubblico per ore ed ore nel modo più naturale possibile, senza particolari trovate sceniche ma soltanto attraverso la sua musica, le sue parole. Soprattutto, attraverso il suo sorriso contagioso. Di una spontaneità che ti fa convincere che, in fondo, nonostante le difficoltà che la vita ci pone di fronte, c’è sempre speranza nel sogno, qualunque esso sia. Profeta di tutto ciò è ancora un allegro e carismatico sessantenne che non ne vuol sapere di abbandonare i palchi del mondo e di narrarci le sue storie, con umiltà e passione. È questa la grandezza dell’artista Bruce Springsteen. È questo il motivo per il quale, sebbene il soprannome non gli piaccia poi così tanto, Bruce Springsteen era, è e sarà per sempre The Boss.

Livio Ghilardi

6 COMMENTS

  1. Sotto il palco e’ un’altra cosa pero ;). Tanta gente c’era alle sette del mattino quando davano via i braccialetti del PIT, alle 17.30 arrivavano i signorini. 😉 Due cose: Jake e’ nipote di Clarence, non figlio; ed il tributo a Danny e Clarence avviene con 10th Avenue. Per il resto, sono d’accordo. Potete avere tutti I dischi rari e chicche improbabili. Se non avete visto uno springsteen dal vivo (quello d’ieri poi…), non avete mai guardato rock(n’roll) in faccia. E se l’avete visto e non vi e’ piaciuto, non avete capito una sega nella vita. Punto.
    PS: le richieste sono finte. Piglia roba gia in scaletta. Al massimo prende l’ispirazione per prossimi concerti.

  2. Gran bella recensione! Piccolo appunto: il ricordo di Clemons e Federici è stato su Tenth Avenue Freeze-Out, come fa quasi sempre alla frase “When the change was made uptown and the Big Man join the band”…:-)

  3. I fan di Springsteen assenti si stanno fustigando per aver mancato una serata in cui sono stati eseguiti così tanti brani da The Wild, The Innocent & The E-Street Shuffle (soprattutto la NYC Serenade), c’è chi parla di ‘best European date ever’, e sperano che il disco venga eseguito nella sua interezza nelle prossime date, da quel che leggo in questo tour ha già fatto per intero in alcune date Born To Run, Born in the U.S.A. e pure Darkness.

    Beghe da fan a parte, io dovevo esserci, non mi reputo fan di Springsteen ma so che volevo e dovevo vederlo una volta una. Ricordo come avrei voluto esserci 10 anni fa vedendo le immagini del live al Meazza in tv e rosicavo ancora alla scelta di 4 anni fa, quando optai per Morrissey (che cancellò il concerto in quel di Rimini all’ultimo) invece che il Boss all’Olimpico.

    Ieri dovevo esserci e sono contento di esserci stato, ero là solo per aver conferma alla banalissima affermazione per cui Springsteen è il più grande performer di sempre. Lo è, eccome se lo è. Non capisco a cosa ci si possa appigliare per criticarlo: ha carisma, verve e ha 64 anni tiene il palco come pochi, la band, pur con i lutti di Federici e Clemons, è stata ampliata, ovviamente ha un repertorio sterminato e quasi comprendo la follia dei fan che investono euri e si sciroppano miglia pur di dire di aver sentito “quel” pezzo dal vivo. E poi è lui, con quei momenti sacri come il bimbo preso dal pubblico per cantare Waiting on a Sunny Day e le ragazze chiamate a ballare su Dancin In The Dark, le pacche, i baci, le strette di mano elargiti senza sosta. Quel finale poi: un party tra Twist and Shout e Shout! che potrebbe star ancora là a suonare e io sarei giù ancora contento a ballare -proprio come nel toga party in Animal House, ha fatto abbassare piano piano il pubblico e tutta la band, memorabile l’istantanea di tutti i musicisti stesi sul palco, per poi farli rialzare con l’esplosione finale- quindi, ha congedato a uno a uno vicino la porta d’uscita dallo stage tutti i compagni d’avventura ed è tornato indietro per Thunder Road solo chitarra, armonica e voce (in questa cerimonia laica in cui non volava una mosca, quei due-tre immancabili stronzi che hanno osato disturbare proferendo parola hanno SERIAMENTE rischiato il linciaggio, almeno dove ero io).

    E allora provateci voi, anche con la metà dei suoi anni, a tenere così in pugno, nella maniera più naturale possibile (per lui) quasi…quanti eravamo? 40?50mila persone? Grande, immenso, eterno Springsteen, punto.

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