Bruce Springsteen @ Circo Massimo [Roma, 16/Luglio/2016]

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Siete venuti per godere della musica o per godere dell’evento? Questo avrei voluto chiedere ai convenuti nell’arena del Circo Massimo a Roma. Perchè trovo interessante comprendere quale sia oggi il senso di un concerto fiume di Bruce Springsteen. Il “boss”. Il cantautore che più di ogni altro ha rappresentato l’AMERICA e la mia adolescenza. Ecco perchè posso permettermi di avanzare dei dubbi su tutto quello che ruota attorno ad un avvenimento del genere. Il quasi 67enne del New Jersey è stato un idolo per chi scrive, uno dei primi poster appesi nella “cameretta” dei sogni, uno dei primi artisti per i quali fare una pazzia economica (il cofanetto in vinile ‘Live/1975–85’ del 1986 mi costò settimane e settimane di paghette), uno dei pochi che ho sentito veramente “vicino” (l’unica canzone che conosco a memoria di tutta la storia della musica rimane, non so perchè, ‘Thunder Road’), l’autore di uno degli album della vita, da isola deserta, da Top Ten all time, da conservare oltre le porte dell’universo – ‘The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle’ – magnifica summa dello Springsteen verboso, degli anni ’70 più rock’n’roll intrisi d’amore e soul, supportato dalla migliore E-Street Band di sempre raffigurata nella storica foto sul retro copertina scattata davanti a quel vecchio negozio in Sairs Ave nella natia Long Branch (NJ). Ecco perchè posso permettermi di arrivare con estrema calma, avendo usufruito di un’entrata last minute, di fare una sosta dopo un paio d’ore di automobile assieme a Lucifero, di “scendere” a piedi verso Caracalla e imbattermi nella pipinara da stadio, di non sentirmi in colpa per aver “saltato” i Counting Crows (dell’inutilità artistica dei californiani potremmo discutere molto a lungo, ma un brano-omaggio come ‘Omaha’ rimane sempre in rubrica).

Sono giorni difficili, pieni di pensieri e nubi minacciose, te ne accorgi guardandoti intorno e leggendo alla parole “sicurezza” e “blindato”. Inquietudini spazzate via nell’istante in cui fa il suo debutto in questo tour ‘New York City Serenade‘, la mia canzone, una delle poche che consentono alle lacrime di scendere in libertà, mentre l’aria è piena di polvere e magliette improbabili, di ammirazione ed estetismo al contrario, di chiacchiericci e voglia di cantare a memoria, ma anche di “pericoloso” fanatismo becero. Ma Bruce Springsteen è lontano. Fisicamente distante. Un uomo e la sua storia che passano su un maxischermo per circa duecentoquaranta minuti. Siete venuti per godere della musica o per godere dell’evento? La voce non sembra essere più quella di una volta, comprensibile, la “band” rimane con il pilota automatico innestato, le canzoni (34) quasi tutte telefonate, il pubblico in attesa del greatest hits da venerare. Nulla da eccepire sulla proverbiale energia, esempio unico, e non solo per il minutaggio record di ogni esibizione, esempio di artista che non si risparmia mai, che ha stampata su quel volto rugoso la voglia di vivere e divertirsi, quel sorriso ormai divenuto ghigno da eroe cinematografico, quel modo di imbracciare la chitarra sopra il solito gilet, quel rugged style che potrebbe essere usato come testimonial di una campagna RRL. Bruce Springsteen è anche dialogo con il pubblico, finanche noiosa abitudine di chiamare sul palco bambini, anziani, promessi sposi, gente qualunque, fan della fossa, improvvisati musicisti, nani e comitive in gita premio (tocca a ‘Dancing In The Dark’). Nulla viene tralasciato. E poi c’è la musica. Che scorre densa e forte. Lasciamo agli amanti della “storia del rock”, ai difensori d’ufficio, ai biografi dell’ultima ora, ai legionari del sapere springstiniano, i numeri statistici della scaletta, che sapranno illuminarvi su quante volte è stato suonato quel pezzo, in quale città, quale la durata, da quale disco o singolo, giurando di averne una copia firmata presa dalle sue stesse mani in quello show in culo alla luna del 1987. Sarà bene allora, per dovere di cronaca giornalistica, sottolineare (tra sventolanti cuoricini rossi, striscionicartellonipezzidicartarichieste) come il Boss abbia griffato a suo modo ‘Summertime Blues’ (Eddie Cochran era giovane, bravo e bello), ‘Boom Boom’ del seminale John Lee Hooker, l’ormai inascoltabile ‘Because The Night’ e la cover di battaglia ‘Shout’ (si apra l’enciclopedia alla voce Isley Brothers). E ancora l’omaggio alle vittime della tragedia di Nizza con una toccante ‘Land of Hope and Dreams’, ‘The River’ senso del tour, le mezze frasi in Italiano e quella ormai diventata motto: “bello essere nella città più bella del mondo. Roma daje”, le luci della natura a riflettere una Roma da cartolina e il finale dei finali con la canzone simbolo di un’epoca, di un sogno, di un’esistenza, introdotta in acustico da un minuto di ringraziamenti e sorrisi. ‘Thunder Road’ quando è tardi. Il cuore però non impazzisce. La voce è giù, stonata, accompagnata dal solito coro del pubblico. Torno a casa. Mentre quelle note che hanno rappresentato (anche per me) una via d’uscita risuonano come ombre. Con in testa la musica, stritolato dall’evento. Ma forse, oggi, è giusto che sia così.

Emanuele Tamagnini