Bruce Springsteen @ Circo Massimo [Roma, 16/Luglio/2016]

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Siete venuti per godere della musica o per godere dell’evento? Questo avrei voluto chiedere ai convenuti nell’arena del Circo Massimo a Roma. Perchè trovo interessante comprendere quale sia oggi il senso di un concerto fiume di Bruce Springsteen. Il “boss”. Il cantautore che più di ogni altro ha rappresentato l’AMERICA e la mia adolescenza. Ecco perchè posso permettermi di avanzare dei dubbi su tutto quello che ruota attorno ad un avvenimento del genere. Il quasi 67enne del New Jersey è stato un idolo per chi scrive, uno dei primi poster appesi nella “cameretta” dei sogni, uno dei primi artisti per i quali fare una pazzia economica (il cofanetto in vinile ‘Live/1975–85’ del 1986 mi costò settimane e settimane di paghette), uno dei pochi che ho sentito veramente “vicino” (l’unica canzone che conosco a memoria di tutta la storia della musica rimane, non so perchè, ‘Thunder Road’), l’autore di uno degli album della vita, da isola deserta, da Top Ten all time, da conservare oltre le porte dell’universo – ‘The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle’ – magnifica summa dello Springsteen verboso, degli anni ’70 più rock’n’roll intrisi d’amore e soul, supportato dalla migliore E-Street Band di sempre raffigurata nella storica foto sul retro copertina scattata davanti a quel vecchio negozio in Sairs Ave nella natia Long Branch (NJ). Ecco perchè posso permettermi di arrivare con estrema calma, avendo usufruito di un’entrata last minute, di fare una sosta dopo un paio d’ore di automobile assieme a Lucifero, di “scendere” a piedi verso Caracalla e imbattermi nella pipinara da stadio, di non sentirmi in colpa per aver “saltato” i Counting Crows (dell’inutilità artistica dei californiani potremmo discutere molto a lungo, ma un brano-omaggio come ‘Omaha’ rimane sempre in rubrica).

Sono giorni difficili, pieni di pensieri e nubi minacciose, te ne accorgi guardandoti intorno e leggendo alla parole “sicurezza” e “blindato”. Inquietudini spazzate via nell’istante in cui fa il suo debutto in questo tour ‘New York City Serenade‘, la mia canzone, una delle poche che consentono alle lacrime di scendere in libertà, mentre l’aria è piena di polvere e magliette improbabili, di ammirazione ed estetismo al contrario, di chiacchiericci e voglia di cantare a memoria, ma anche di “pericoloso” fanatismo becero. Ma Bruce Springsteen è lontano. Fisicamente distante. Un uomo e la sua storia che passano su un maxischermo per circa duecentoquaranta minuti. Siete venuti per godere della musica o per godere dell’evento? La voce non sembra essere più quella di una volta, comprensibile, la “band” rimane con il pilota automatico innestato, le canzoni (34) quasi tutte telefonate, il pubblico in attesa del greatest hits da venerare. Nulla da eccepire sulla proverbiale energia, esempio unico, e non solo per il minutaggio record di ogni esibizione, esempio di artista che non si risparmia mai, che ha stampata su quel volto rugoso la voglia di vivere e divertirsi, quel sorriso ormai divenuto ghigno da eroe cinematografico, quel modo di imbracciare la chitarra sopra il solito gilet, quel rugged style che potrebbe essere usato come testimonial di una campagna RRL. Bruce Springsteen è anche dialogo con il pubblico, finanche noiosa abitudine di chiamare sul palco bambini, anziani, promessi sposi, gente qualunque, fan della fossa, improvvisati musicisti, nani e comitive in gita premio (tocca a ‘Dancing In The Dark’). Nulla viene tralasciato. E poi c’è la musica. Che scorre densa e forte. Lasciamo agli amanti della “storia del rock”, ai difensori d’ufficio, ai biografi dell’ultima ora, ai legionari del sapere springstiniano, i numeri statistici della scaletta, che sapranno illuminarvi su quante volte è stato suonato quel pezzo, in quale città, quale la durata, da quale disco o singolo, giurando di averne una copia firmata presa dalle sue stesse mani in quello show in culo alla luna del 1987. Sarà bene allora, per dovere di cronaca giornalistica, sottolineare (tra sventolanti cuoricini rossi, striscionicartellonipezzidicartarichieste) come il Boss abbia griffato a suo modo ‘Summertime Blues’ (Eddie Cochran era giovane, bravo e bello), ‘Boom Boom’ del seminale John Lee Hooker, l’ormai inascoltabile ‘Because The Night’ e la cover di battaglia ‘Shout’ (si apra l’enciclopedia alla voce Isley Brothers). E ancora l’omaggio alle vittime della tragedia di Nizza con una toccante ‘Land of Hope and Dreams’, ‘The River’ senso del tour, le mezze frasi in Italiano e quella ormai diventata motto: “bello essere nella città più bella del mondo. Roma daje”, le luci della natura a riflettere una Roma da cartolina e il finale dei finali con la canzone simbolo di un’epoca, di un sogno, di un’esistenza, introdotta in acustico da un minuto di ringraziamenti e sorrisi. ‘Thunder Road’ quando è tardi. Il cuore però non impazzisce. La voce è giù, stonata, accompagnata dal solito coro del pubblico. Torno a casa. Mentre quelle note che hanno rappresentato (anche per me) una via d’uscita risuonano come ombre. Con in testa la musica, stritolato dall’evento. Ma forse, oggi, è giusto che sia così.

Emanuele Tamagnini

10 COMMENTS

  1. Dunque, premesso che:
    a) ritengo che il “The River Tour” a 36 anni dall’uscita del disco, perdipù con una foto promozionale dell’epoca e dei poster raffiguranti la band dell’epoca (due membri della quale, peraltro, purtroppo non hanno purtroppo avuto il piacere – loro e nostro – di invecchiare fino al 2016), sia un’operazione poco sensata e molto triste, chiaramente nostagica, un’implicita ammissione di sconfitta artistica (non ho un disco nuovo bello – e manco uno brutto – da suonarvi, così ve ne suono uno vecchio, in attesa di pubblicare poi [?] un disco “nuovo” inciso credo intorno al 2010);
    b) se proprio vuoi fare il “The River Tour”, se proprio hai deciso di generare in me il bisogno – che prima non avevo, non ritenendolo ormai possibile! – di ascoltare tutte quelle ballate stupende e quei pezzi rock inspiegabilmente accantonati per decenni in favore delle solite minchiate – suonami almeno tutto l’album, come stai facendo in tutte le date americane nel momento in cui metti in vendita i costosissimi biglietti in enormi e insensate location europee, o quantomeno una buona percentuale (60-70-80%) di esso, anzichè presentarti – parlo di alcune date in Germania e UK, in Italia c’è annata de lusso – coi soliti 5/6 pezzi da alternare a cose a caso come succede ormai da molti tour a questa parte! Springsteen è stato ed è ancora molte, forse troppe cose insieme, e per quanto mi riguarda può fare veramente – su disco, sul palco e nella vita – qualsiasi cosa TRANNE UNA: prendere per il culo i suoi fans. E a questo giro di fatto è quel che è successo;
    c) il Circo Massimo sarà “stupendo” per chi sta sul palco, ma per gran parte degli spettatori significa vedere sugli schermi lo streaming di un qualcosa che si svolge nel rione accanto, respirando polvere e rischiando l’insolazione e la disidratazione (e pure su questo abbiamo avuto una fortuna non indifferente, considerando le temperature medie di metà Luglio a Roma), restando dispersi nelle retrovie in una folla intenta al chiacchiericcio e ai selfies (brrr), oppure stando accalcati più avanti per tentare di superare l’ostacolo di uno spazio stretto a lungo, assolutamente inadatto ai concerti anche se messo a confronto con altre location campestri (che so, Hyde Park o il parco vicino casa mia) dove quantomeno la massa può disperdersi in larghezza: in parole povere, al di là della Storia e del colpo d’occhio buono per foto/video un posto oggettivamente di merda, per il quale dovremmo essere pagati NOI per entrare, mentre il cinismo di Landau & Co. è riuscito a sorpassare a destra quello degli Stones, arrivando a sfiorare con le commissioni LA PIOTTA di biglietto (!!!), sapendo che tanto alla fine i fan italiani ci vanno uguale, e anche se così non fosse solo dal resto dell’Europa e del Mondo 15/20.000 biglietti in qualche modo si vendono, specie se annunci il tour a rate e metti in vendita le prime 4 senza che si sappiano bene tutte le altre;
    d) per le ragioni di cui sopra, teoricamente sabato sera sarei dovuto essere a casa ad ubriacarmi, oppure in fondo al Circo a tentare di vedere qualcosa a sbafo appoggiato al palazzo della FAO: questa era la mia intenzione, avendo investito la sudetta piotta (eh, magari solo quella) in una più razionale e gratificante data al chiuso a Parigi. Ma avendo fatto con me stesso e con alcuni amici una specie di voto/scommessa, “se mi fa tutto The River a Parigi vengo e cerco di entrare spendendo massimo 50 euro [cmq troppi] da un bagarino o un disperato il giorno stesso”, ed avendo vinto e perso al tempo stesso… insomma, me l’ha fatto – in mezzo a un pubblico meraviglioso, partecipe e silenzioso a seconda dei momenti – e mi è toccato di venire (a differenza sua IO mantengo le mie promesse), e devo dire che non mi è neppure dispiaciuto del tutto come temevo.
    Premesso tutto ciò…..
    Credo che il tuo giudizio un po’ deluso, Emanuele, per quanto pienamente legittimo (nonchè da me in buona parte condiviso) sia stato dettato dalla posizione in cui ti trovavi – immagino quella da cui hai scattato la foto? – e dalle condizioni di fruizione (ambientali e sociologiche) del concerto. E forse anche dalla non accettazione – accettazione profonda, intendo – di alcuni dati di fondo. Cerco di spiegarmi, se posso.
    Bruce è ormai un uomo ANZIANO, fra due mesi compie 67 anni; come se ciò non bastasse, pare che non faccia nessun tipo di esercizio vocale, cioè lui sale sul palco e – salvo pezzo iniziale lento come ultimamente sta facendo – inizia a urlare per tre ore e mezzo, così a freddo; per qualche strano motivo psichiatrico è ormai l’unico della band a non usare l’earplug (insomma, si regola dagli speaker sul palco come 20-30 anni fa), nonostante sia credo ormai parzialmente sordo (il che spiegherebbe anche la resa sonora di molte sue uscite, ahahah!). Non c’è da stupirsi se sia a volte stonato! (Da un punto di vista strettamente tecnico anzi lo è sempre stato, certo sulle urla di “Something In The Night” o “Drive All Night” finite su disco c’era ben altra inensità) La voce non è quella di un tempo, e grazie ar [beep!]! Se la paragoni a Winterland 1978 – o al VERO “The River Tour” – il confronto è impietoso. Ma se la paragoni al download ufficiale dato in gentile omaggio della (boh, seconda?) data di questo tour a Chicago, dove faceva a tratti compassione, è molto ma molto migliorata. E se non la paragoni con nulla, se la prendi per quello che è, resta mediamente efficace e piuttosto espressiva, anche se priva della potenza di un tempo.
    La band suona col piolta automatico? Insomma, dipende dai momenti. Io ho sentito un ENORME Garry W. Tallent in “Point Blank” e altri brani, Max Weimberg non stava a tremila come in altri tour (o altre date di questo tour) ma non lo definirei certo “spento”, Roy Bittan quando possibile ha svisato sul pianoforte con la “solita” eccellenza, Nils Lofgren è sacrificato rispetto alle sue potenzialità ma – pur non notato – fa tanto. Da notare poi che il “The River Tour” ha avuto quantomeno il merito di svegliare Little Steven, fomentato dai pezzi del “suo” album adesso – almeno su quelli, ma non solo – suona veramente anzichè fare finta! Jake Clemons io non lo avrei mai scelto come successore dello zio (è lì per il cognome e per la presenza scenica), ma pur ritenendolo insopportabile in certi passaggi (sembra che il rock’n’roll lo metta a disagio, strumentalmente parlando) è crescito rispetto allo scorso tour, e sui pezzi lenti devo dire che se l’è cavata piuttosto bene (e parliamo degli assoli di “Jungleland” e “Drive All Night”, mica cazzi). Charlie Giordano non ha nemmeno un centesimo del fuoco interiore di Danny, ma riempie, ogni tanto ha qualche piccola intuizione e ha fatto un bell’assolo su “Boom Boom”. (Patti e Soozie vabbè, so simpatiche 😀 ) Ovviamente la E Street Band non esiste più da molto tempo, ma quello che passa il convento non è malaccio, e mi pare sia sempre svariate spanne sopra la media del 90% dei gruppi indiemerda usciti negli ultimi 15-20 anni.
    La scaletta è in buona parte “telefonata”? Sì, nel senso che la cosa dei cartelli è quasi sempre una farsa (che a me cmq diverte, e tenta di ricreare un contatto col pubblico “da club” altrimenti impossibile da raggiungere in spazi così grandi). Nì, nel senso della prevedibilità: ok, vengono eseguiti i pezzi che il grande pubblico vuole, ma: a) i fan degli Stones – per dire – ucciderebbero per avere così tanti cambi di scaletta all’interno dello stesso tour e b) gran parte di queste scalette, pur non avendo la “logica interna” che c’era nei tour fino a “Magic” incluso, sono oggettivamente DA PAURA! Nel caso specifico, ti faccio rilevare che hai potuto ascoltare nello stesso concerto “NYC Serenade”, “Independence Day”, “Point Blank”, “Jungleland” e Drive All Night”, cioè 5 pezzi “d’atmosfera” forse MAI eseguiti nella stessa sera (scrive un tale su un forum, non so se è vero), oltre alle non frequentissime “The Ties That Bind”, “Sherry Darling” e “You Can Look”, a 3 cover non suonate spesso altrove e a una versione acustica di “Tom Joad” che non cacciava fuori da anni…e oltre a TUTTO IL RESTO, che a me personalmente ha un po’ stufato (anche se non definirei mai “inascoltabile” Because The Night, specie se messa a confronto con l’ultima svogliata versione romana di Patti Smith), ma oltre a noi esiste pure “la ggente”, purtroppo, quella che vuole sentire “i pezzi famosi”, che non l’ha mai visto dal vivo, e che – triste doverlo ammettere, ma è così – ha lo stesso diritto di essere accontentata rispetto a noi che veneriamo il secondo album. e Main Point ’75, visto che ha pagato lo stesso biglietto (oopps, io l’ho pagato metà prezzo!), e che in molti casi – almeno dove stavo io, praticamente in strada all’altezza del cipresso – è stata persino rispettosa dei pezzi lenti! Ed è per questo – oltre a dover supplire la crescente mancanza di fisicità, dovuta all’età e agli acciacchi – che il vecchio pazzo suona ormai tutte le sere minimo tre ore e venti, per poter fare “un po’ di tutto”: sul senso che questo possa avere, sul fatto che un tale megaevento pur splendido sulla carta (o su bootleg/dvd) sia di fatto infruibile nel senso pieno del termine (senso che ovviamente sfuggeva a gran parte di partecipanti, convinti di essere a “un concerto” e non a un raduno di massa davanti a uno schermo), sul fatto che Bruce era lontano sia fisicamente sia temporalmente rispetto a quello che poteva cambiarti la vita un tempo (ma chissà, questo dovremmo chiederlo a qualche ragazzino che è riuscito a entrare nel pit o almeno nei paraggi), sul retrogusto amaro che una serata del genere possa lasciare a chi abbia conosciuto altri Springsteen e altri contesti musicali, sul fatto che tra qualche anno per vari e disparati motivi comunque rimpiangeremo persino er Boss ar Circo Massimo…su tutto questo penso che ti sei espresso piuttosto chiaramente nella tua recensione. Che Dio solo sa per quale motivo mi sono sentito di dover commentare in modo così petulante, eheheh, scusate per la perdita di tempo!
    Spero in un tour acustico a breve…
    Ciao
    A.

  2. Come posso caro Andrea darti torto? Un’analisi lucidissima e precisissima che mi sento di condividere in tutto. Io credo che l’evento (folla oceanica, che vede e non vede quasi nulla, fanatismo radicale, esaltazione della durata stile 24 ore di Le Mans, gli stessi che giudicano un artista per copie vendute e appunto muscoli e sudore, scaletta semi-deludente…) tutto compreso sia ormai impossibile da dividere da Bruce. Insomma a 67 anni Springsteen è questo all inclusive. E allora in un “tutto compreso” così scindere la musica, parlare di musica risulta veramente difficile e si RESTA SEMPRE E SOLO a elencare statistiche da set list: “quella l’ha fatta 3 volte, quella 2 nel tour europeo, quella più lunga, ecc.). Mi è mancata l’emozione vera e ripeto per la millesima volta di un artista che ho amato (e amo certamente ancora) alla follia (e non elenco CV a riguardo che fa tanto sfigato… io ho, io l’ho visto, io ecc). Senza fare paragoni di importanza e/o influenza mi è capitato altre volte… e penso agli ultimi Cure e ai concerto di oltre 3 ore. Una signora tribute band con dei pezzi clamorosi.

  3. Sì, ma infatti io non è che volevo convincerti di aver effettivamente “visto” il concerto (spero almeno lo avrai sentito – fino a metà Circo l’acustica era ottima)… in siffatte condizioni “parlare di musica è difficile”: però se avessi visto lo stesso concerto non dico in un club ma in un palazzetto – o persino nella prima metà del parterre di San Siro, per quanto l’acustica lì di solito faccia cacare – probabilmente a quest’ora un po’ di emozione l’avresti provata, e a quest’ora parleresti di musica. Perchè le versioni di “Jungleland” e “Ghost of Tom Joad”, pur mancanti rispettivamente del furore sacro e della triste indignazione che le hanno generate, fidate che erano belle! Perchè un pezzo come “Darlington County” ci ha ormai rotto il cazzo dal vivo, ma se pensi a un ragazzetto sottopalco che sente la citazione di “Honky Tonk Woman” per la prima volta sicuro che si esalta e zompa e canta sul ritornello. Perchè una bella cover di Eddie Cochran, di John Lee Hooker via Animals o di Mitch Ryder, se suonata come cristo comanda da quelli che restano dei signori musicisti (anche se sempre più vecchi e stanchi), comunque non sarà mai brutta. Il problema è che decine di migliaia di persone non sono state messe in condizione di fruire di quello che in teoria dovrebbe essere un concerto rock, e che molte di queste neppure se ne accorgono perchè ormai non sanno/ricordano più cosa dovrebbe essere un concerto rock, o nel caso del Boss semplicemente buttano alle ortiche qualsiasi oggettività e non capiscono più un cazzo: ieri sera prima di Lucinda Williams [OT: pure lei leggo che ti ha deluso, ma credo avesse dei grossi problemi a sentire sul palco, come manifestato dall’inizio… cioè, su un paio di pezzi era troppo stonata! O forse era ubriaca, boh] sento uno sulla cinquantina che elogiava le 3 h e 50 del Boss in confronto a Neil Young “breve e poco emozionante”… WTF, Neil co ‘sta band pare ringiovanito, non è stato fermo un attimo e ha cmq fatto 2 h e 50’ (forse anche troppo?!). Boh, sì, alla fine hai ragione te, si finisce a parlare di statistiche, di “metraggio”, de chi ce l’ha più lungo, però almeno noi cerchiamo di prescindere da tutto ciò e di concentrarci sulla musica, per quanto possibile. Sabato sera c’era/poteva esserci della bella musica, non importa se “NYC Serenade” è rarissima (per noi non più, eheh), se riesci a fruirne è bella e basta. Io qualche sera fa ho sentito “The Iceman” dal vivo, non me ne frega un cazzo se era la seconda o terza volta nella storia dell’umanità che veniva eseguita, è bella e basta (se la cantava nel ’78 invasato guardantoti negli occhi anzichè leggerla forse controvoglia sul “gobbo” elettronico magari era ancora più bella)! Semmai mi incazzo perchè certi pezzi non sono stati eseguiti più spesso, e ci siamo cibati più volte “Waiting On a Sunny Day” (con tanto di genitori a cui togliere immediatamente la patria podestà!)… ah, ecco, ho trovato: pensa che l’altra sera non te la sei beccata, e se ci aggiungi pure “Lonesome Day” vedrai che rivaluterai la serata! 😀
    Il problema comunque non sono Springsteen o i Cure che invecchiano (e noi con loro, tra l’altro): quello è naturale, è fisiologico (anche se, per dire, Dylan secondo me è invecchiato molto meglio, ma capisco che è questione di gusti). Il problema è l’assenza totale e definitiva di nuovi personaggi di questo calibro che possano ringiovanire le nostre orecchie e i nostri cuori. Ma qui mi fermo, altrimenti poi mi tocca passare ai superalcolici per sopportare il discorso, e fa veramente troppo caldo.

  4. Oddio, scusa ma non l’ho capita. Cmq perchè no? Negli ultimi anni sono saliti sul palco cani e porci, e dovendo proprio scegliere preferirei un tour con Don Matteo piuttosto che con Tom Morello.

  5. ciao,
    mi sono ritrovato sul tuo sito x caso, stavo cercando il bootleg del concerto e mi sono ritrovato a leggere il tuo commento sul live del circo massimo. ci ho riflettuto e sono passate alcune ore dopo la lettura, e adesso così su due piedi mi èvenuta lia di risponderti, e vorrei quasi mandarti a quel paese. Sono uno abbastanza navigato in tema di concerti, sono appena tornato dalla Royal Albert hall, e mi viene da dire che non avresti meritato di essere a roma, conosco tante persone che avrebbero apprezzato molto di + lo show del boss , e che solo x mancanza di soldi non sono potuti essere lì. Spero tu non abbia più la possibilità di vederne uno perchè tu non lo meriti. Spero d’ora in poi ti capitino solo i vari ligabue, vasco rossi, coldpaly e il resto della merda che c’è in giro. un concerto del boss è oro colato di questi tempi, e tra dieci anni lo sarà ancora di più e rimpiangerai questo commento del cazzo su uno show assolutamente esilarante, come solo bruce sa fare. non mi trovi d’accordo su niente e spero che la prossima volta tu rinunci ad andarci e che qualcuno di quelli che conosco possano godere del boss e che tra 1′ anni tu possa rimangiarti le tue parole. let’s rock baby….ma x te forse sarebbe più adatto let’s pop
    Luigi Longari

    • Grandissimo Luigi sono perfettamente d’accordo con te… questi proprio non capiscono una mazza di musica e soprattutto di emozioni…Andrea fai pena con quella recensione fiume a mo’ di discorso petulante tra suocere…. mamma mia, Bruce perdonali tutti perché.. proprio non capiscono un cazzo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

      • Massimo, se pensi che faccio pena per le cose che ho scritto, chissà che potresti pensare allora se mi conoscessi nel privato! 😀
        La “recensione fiume” era in realtà un commento (temo più lungo in effetti della recensione stessa), volto principalmente a convincere er Tamagnini che NONOSTANTE la distanza spaziale tra molti di noi e il palco, il contesto assurdo, il chiacchiericcio e i selfie, la discutibile idea di portare in tour un disco di 35 anni prima (salvo poi cambiare idea a metà strada, e poi cambiarla nuovamente), gli acciacchi fisici e vocali dovuti all’età, etc…NONOSTANTE tutto ciò, il Boss ha comunque fatto un concerto della madonna: su questo almeno spero saremo d’accordo.
        Ma quello che forse è sfuggito a te e Luigi (e immagino continuerà a sfuggirvi) è che, trattandosi di una webzine normalmente dedita a musica un tantino più underground del nostro pur amatissimo Bruce [infatti leggere di Liga-Vasco-Coldplay mi ha fatto tagliare dalle risa…ma hai dato un’occhiata alle recensioni degli altri concerti qui sopra?!?], ed essendoci in giro altre centinaia di “classiche” recensioni disponibili, E.T. (il recensore, non l’extraterrestre) ha trasformato lo scazzo e la frustrazione del vedere un concerto-evento a un chilometro di distanza in uno spunto di riflessione sul SENSO di un tale evento, nonchè in una critica al nostro stesso modo di porci in quanto springsteeniani adoranti e/o ossessivi. Io continuo a dire che pur con tutti i difetti della situazione è meglio non darla vinta al contorno e restare sulla musica, che è stata a mio giudizio ottima e abbondante (per chi è riuscito a fruirne a pieno), però stimo l’idea di base, perchè di articoloni sbavanti tipo “BRUCE IL DIO DEL ROCK – 4 ORE DI MUSICA DAVANTI A 60.000 PERSONE IN DELIRIO NELLA STORICA CORNICE ETC.” direi che ce ne sono stati decisamente abbastanza.
        “Musica” ed “emozioni”, concordo in pieno, sono e devono restare la cosa più importante: difficile però per me concentrarmi sulla musica e provare delle emozioni mentre vedo un concerto che si svolge nel quartiere accanto, mentre la gente intorno schiamazza durante la parte piano-voce di “Jungleland”. Se voi riuscite ad astrarvi da tutto ciò, non posso che invidiarvi.
        Scusate la logorrea, ma sono (e resto fieramente) un uomo del secolo scorso, i 140 caratteri di Twitter mi vanno stretti. E mi piacerebbe che anche gli altri argomentassero di più le loro critiche, anzichè sparare addosso al recensore senza motivare realmente il loro dissenso: cos’è, non si può criticare o non apprezzare Springsteen? Cos’è, un discorso tipo fede calcistica o para-religiosa? Per quello ci sono i forum appositi (certi anzi pieni di fan molto critici!). Qui si è tentata una discussione.
        P.S.: Massimo, che te sei visto alla Royal Albert Hall? (Nessun intento provocatorio, sono solo curioso.)

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