Brian Jonestown Massacre @ Covo [Bologna, 1/Maggio/2010]

1049

“Suoneremo brani da tutti i nostri album e anche pezzi mai editi. Suoneremo tra le due e le tre ore e aggiungeremo cose nuove di volta in volta. Io credo che sarà davvero un’ottimo live”. Anton Newcombe ce lo aveva detto in una sorprendente intervista fiume (leggi), due mesi dopo è stato tremendamente di parola. Quella che segue è la cronaca di una trasferta nerdica come non se ne vedevano da tempo. Iniziata alla buon’ora del giorno deputato all’evento. La data inspiegabilmente unica di una band fondamentale dal primo all’ultimo dei venti anni di attività. I Brian Jonestown Massacre richiamano i fedelissimi. Un’adunanza che da queste pagine raccoglie il sottoscritto, il Gherardi, Il Fontecedro e la Colli che giungerà trafelata appena dopo il gruppo spalla.

La nerd-mobile è dotata di una sacca piena di CD. Dove pescare alla rinfusa per colmare la distanza Roma-Bologna. C’è il sole. C’è traffico fagottaro in uscita per Orte. La colonna sonora prevede Red House Painters, i primi Wire, i primi Fall, la scoperta gherardiana Margo Guryan (siamo nel 1968 ma non si direbbe) e naturalmente BJM come se piovesse, per sentirci invincibili. Bologna è afosa, festante con tristezza (davvero orripilanti gli spettacoli nelle piazze), affascinante all’ombra dei portici, solitamente sporca. C’è chi fa rafting nei canali, chi compra libri usati, chi mangia tortelli al ragù (noi), chi passeggia marsupiato. Il Covo apre i battenti alle 21:30. Sarà meglio essere sul posto almeno un paio d’ore prima.

Vogliamo fare tendenza. E alle 19:30 calpestiamo il praticello antistante il locale. C’è già qualche conventicola in attesa. Mentre all’interno della struttura che ospita al primo piano il club, bambini sudamericani giocano aspettando i genitori alle prese con lezioni di balli latini. Un pullman parcheggiato poco più in là e uno più piccolo targato GB ci dicono che le band sono in loco. Matt Hollywood, ritrovato chitarrista originale che somiglia ad un incrocio elegante tra Jarvis Cocker e il Piotta, è il più “attivo” nel piazzale. Stringe mani, saluta gente, beve birra, sale e scende scale. Incontriamo big-Ferruccio dei Cut. Un amico al lavoro. Dopo circa un’oretta ci dividono su due file. Tesseramuniti e senza tessera. Saliamo. Il Covo si andrà riempiendo fino al sold out controllato. Birra, sguardi di circostanza e scatto verso l’angolo merchandise. Magliette bianche con logo posticcio dell’artwork dell’ultimo album, quella storica con il logo ufficiale (purtroppo solo taglie giganti), due singoli e ovviamente i CD. Ben presto andranno quasi tutti a ruba, grazie all’onestissimo prezzo fissato a 10€. Al banco un simpatico Big Jim conta e ammucchia le banconote colorate.

L’apertura è coperta dal trio scozzese Sparrow And The Workshop (leggi) freschi di debutto e timidamente lanciati a supporto del collettivo californiano. La flebile quanto acuta voce della cantante Jill, che dispensa più volte saluti di meraviglia e ringraziamento, si accoppia a quella del batterista posto al centro del triangolo. Folk l’estrazione. Di derivazione “classica”, dei padri insomma, con un drumming sostenuto a tirar fuori buone melodie (guarda video). Ancora un pochino acerbi, forse troppo monotoni, ma alcuni pezzi ci sono eccome. Il pubblico sembra apprezzare. Ma l’attesa comincia ad essere elettrica. Quando la Colli picchietta la mia spalla manca poco all’inizio del concerto di questa band gigante.

Le acque si dividono e dal fondo della sala passa il cordone degli 8 musicisti. Alla cui testa c’è ovviamente il guru. Il sopravvissuto. Anton Newcombe si posiziona come da consuetudine al lato estremo del palco (sinistro in questo caso). Di profilo. Joel Gion con il tamburello e la sua faccia da schiaffi al centro. Poi Matt Hollywood, Frankie Teardrop, Ricky Rene Maymi (il muro di chitarre), Daniel Allaire alla batteria, Collin Hegna  al basso e Rob Campanella all’organo/percussioni/chitarra aggiunta. Il boato è assordante. Le luci rosse fisse rendono più dense le figure dei BJM (guarda video). Il nuovo album non verrà citato. Una scelta precisa. Questa è la psichedelia. Quella che 40 anni dopo irradia ancora la parola The Byrds. Questa è la California che una di quelle mattine soleggiate si svegliava con un fremito al basso ventre chiamato The Rolling Stones. Questa è la band ideale. Dunque totale.

Il sound è CORPOSO. Potente. Trascendenza pura. Una scelta precisa la setlist. I vent’anni vengono così festeggiati prendendo “spunto” da quasi tutti gli album (‘Give It Back!’ sicuramente il più celebrato). Non è un caso che sia stato giustamente ricondotto all’ovile Matt Hollywood. La gran parte della gente accorsa (molta è rimasta fuori a bocca asciutta) canta a memoria quasi tutte le canzoni. Che sono tra le tante: ‘Anemone’, ‘Vacuum Boots’, ‘Nevertheless’, ‘When Jokers Attacks’ e anche ‘Evergreen’. Ci sono i classici che hanno edificato il culto. C’è il fomento generale. Si salta, si balla, si ondeggia il capo senza fine. Newcombe se la sorride dietro alla tendina dei suoi capelli. Soddisfatti e si vede. Senza soste. Senza cazzi. Senza parole. Vengono richieste a squarciagola canzoni. Ci sono molti stranieri. Atmosfera serena. Il suono corrompe l’anima. In un attimo si buttano nel cesso epigoni, copie, plagiatori, gruppi poseur e della minchia. In un attimo si annullano lustri di musica.

Ora si canta in coro, ora – esausto e rapito – urlo “S-U-P-E-R-I-O-R-I-“. E ancora via. Reiterano alcuni finali che di colpo diventano drogati e stupefatti. Passa una vita. Della band deteriorata dagli abusi narrata in “Dig” c’è ancora il sangue, il talento, la purezza, finanche l’urgenza. Gli occhi non si staccano dal palco. C’è chi prende appunti nerdici su un taccuino di fortuna, c’è chi allunga il collo, chi applaude, chi fuma e chi suda. Dopo due ore di concerto blocco unico, i nostri fermano la trance, il rito, il film. E’ apoteosi. Via via si riforma il cordone che taglia la platea. Qualcuno cerca di toccare i protagonisti, altri giurano che torneranno sul palco, altri ancora si danno il cinque. I Brian Jonestown Massacre sono di un altro pianeta. Coagulanti. Eccitanti. Semplicemente magnifici.

Questa è la California di Anton Newcombe. Questa è la psichedelia che non ammette sovraincisioni ed effetti scenici. Il non-look che apre il cuore e dice addio alla testa. Il Covo si ripopola nelle altre sale. Si sentono i Velvet Underground. Si sente ancora l’odore. Bologna è tiepida e sferzata da un vento che prometterà nubi pesanti. Bologna è stata dei Brian Jonestown Massacre. Per una notte. Per sempre. E noi c’eravamo.

Emanuele Tamagnini

7 COMMENTS

  1. ps: ascoltato il nuovo per bene… perplessità fugate, gran disco! (anche se rimango sempre più affezionato ai BJM del periodo 94-97, come molti credo)

  2. c’ero pure io e confermo TUTTO!!!!! Adesso so pure di chi è stato l’URLO (S-U-P-R-I-O-R-I e immagino anche M-A-S-S-A-C-R-E!!!!!!) ….. grandissimi, sono piaciuti anche alla mia girl …. :-)))

  3. Infatti mi sa che facevano prima a farlo a roma sto concerto. Anzi no, a roma non si poteva: sicuramente i locali erano tutti occupati da qualche celebratore del panino all’anduja o qualche gaio combo synth pop o da qualche teatrino orrorifico o ….

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here