Brian Jonestown Massacre @ Bolognetti Rocks [Bologna, 19/Giugno/2012]

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Trentasei gradi. Tanto segna la colonnina della stazione di Bologna quando passo a prendere un accaldato Aguirre per portarmerlo dietro al concerto dei Brian Jonestown Massacre che tornano in città due anni dopo. Come perdersi un concerto di tale caratura, in un posto bello del centro storico, all’aperto e per di più gratis? Impossibile mancare. Premetto che della band californiana ho ascoltato con cognizione di causa solo gli ultimi due dischi quindi sulla carta non sono la persona più indicata per una recensione completa ed esaustiva. Ma dei titoli delle canzoni spero che, come me, ve ne fottiate il cazzo. A vicolo Bolognetti, un quadriportico nel pieno centro di Bologna, c’è il pienone, i ragazzi del Covo hanno fatto le cose per bene, e noi abbiamo birrazza e panino con caprese. Alle 21.33, minuto esatto in cui varchaimo il portone i BJM stanno già suonando. Maledetti. Ma è solo il primo brano. Anton è, al solito, arcigno, misantropo e schivo, se ne sta di profilo, canta di fianco, con altri 3 chitarristi, un basso e la batteria più un terzo cantante che tiene le maracas in mano. Non dirà che mezza parola durante il concerto. Per fortuna. Pienone di gente com’era giusto prevedere ma pubblico civile che, pur essendo all’aperto, fuma poco e biascica meno. Dopo tanti anni, il mestiere del castigamatti ci riesce sempre bene e il primo che prova a proferire inutili parole viene da noi definitivamente ammutolito. Viene zittita anche Chiara Colli (a breve non perdetevi il suo consueto mega-report del Primavera…, ndr). Inizio un po’ moscio per quanto mi riguarda, come se non sapessero bene come muoversi con quel caldo e i suoni non perfetti (ma quando è gratis, chi osa lamentarsi?), ma poi è un attimo, bastano dei brani da ‘Give It Back’, quelli più sixties, più pop, più semplici per far sciogliere il pubblico, per mandarmi in visibilio con quelle melodie lisce e pulite, con la voce di Newcombe quasi simile ad Arthur Lee. Ma anche quando mettono a mollo le chitarre nel sound più psych e più alienante non c’è n’è. Per nessuno. Perchè hanno stile, lo si capisce da come si muovono, brano dopo brano diventano sempre più ammalianti e rapaci. Notevolissima la partecipazione del pubblico, coltissimo, che nonostante la sterminata produzione discografica dei californiani (14 dischi in 22 anni!), riconosce quasi tutti i pezzi (invidia). Ma non c’è bisogno di conoscere le canzoni, perchè il concerto di due ore è straordinario e attraente anche per chi il nome di questa splendida formazione lo ha solo sentito una volta nella vita. Onore a questi nostri paladini per essersi esibiti così a lungo sotto questa canicola bestiale. Applaudiamo, commossi, innamorati e con un sorriso felice compriamo alcuni vinili. The Go per Aguirre, il primo dei Manikins, un Rod Stweart e un doppio Billy Bragg per me. C’è il tempo di andare in piazza, vedersi il finale di “Accattone”, ripensare con gioia infantile ad un grandissimo concerto.

Dante Natale