Brett Anderson @ Classico Village [Roma, 7/Dicembre/2007]

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40 anni compiuti da tre mesi. Ed il volto scavato da un passato di colpevoli eccessi vissuti sotto i riflettori e i lustrini neo glam. Uno degli ultimi dandy britannici. L’ex leader dei Suede. La controversa creatura omoerotica figlia dell’ambiguità bowiana e dell’eleganza arty di Bryan Ferry. Icona romantica. Di un’ultima generazione (passata al proscenio come “new britannia”) che ha lasciato nostalgie quasi tutte recentemente rivampate.

Brett Lewis Anderson è avvolto da un cappottino nero. Qualcuno lo protegge dalla pioggia con un ombrello. Seconda tappa (dopo Milano, prima di Ravenna) di un breve “giro” italiano a supporto del deludente album solista ed in versione acustica. Piano e chitarra accanto ad una graziosa violoncellista. Umidità. Rigagnoli d’acqua. Un parcheggio deserto. Ad aprire la serata 2/4 degli Spiritual Front, ovverosia piano e voce. Alle 22.30 la musica del duca bianco è ancora in sottofondo. Sul palco un sipario nero a due ante. L’applauso del pubblico (formato nelle prime file da autentici calorosi affezionati) avverte che Brett Anderson ha fatto il suo ingresso. Giacca nera. Camicia bianca. Da subito, però, il set così proposto appare assai pretenzioso. Soprattutto se nella prima parte viene privilegiato ‘Brett Anderson’ (uscito lo scorso Marzo) non affatto risollevato dalla scelta di questi arrangiamenti acustici. La voce non si discute. Miracolosa. Cristallina. Suadente come sempre. La serietà con la quale dà il via alla sua performance troppo distaccata. Dettagli. Brett Anderson è stato (e pensiamo lo sia ancora) un grande frontman. Androgino. Sessualmente provocante. Eccitante. Ma seduto su uno sgabello con una chitarra in mano non gli procura la stessa resa. Noioso. Piatto. Neanche quando fa suo il pianoforte. Si chiude la prima parte con tanto di pausa annunciata e serrata del sipario. Scelta opinabile. Scelta teatrale.

Il vociare del club ostiense allenta la tensione forzata. Quando l’artista del Sussex riprende possesso della scena ci si aspetta un colpo di coda. Che prontamente arriva. Cominciano a far capolino alcuni brani epoca Suede – giusta la scelta di non proporre i più scontati – e la bellezza immacolata di alcuni di questi rendono giustizia ad un sempre più “sciolto” Anderson che tra una canzone e l’altra prende a dialogare e a ringraziare con un perentorio “grazie mille”. ‘Two Of Us’ sparge un brivido dopo che ‘Back To You’ – nuovo singolo ma scritto da Anderson e donato precedentemente al suo fido pianista Fred Ball aka Pleasure – aveva provveduto a dare la prima avvisaglia. Una scossa. Un finale in discesa. Provvidenziale. Un bis. Altri due brani. Il congedo. La via d’uscita tra la gente. Le luci viola segnano il passo.

Nell’aria una sensazione di poca compiutezza. Tra la voglia di gridare la delusione e quella più razionale di comprendere, come, il Brett Anderson di oggi, sia in un inevitabile momento transitorio dopo alcune cocenti delusioni di un recentissimo passato (vedi la riunione con Bernard Butler nel dispensabile progetto The Tears). La “sua” band si riunirà. Ne sono convinto. Sarà l’unica possibile way out. Scommettiamo su un ritorno dei Suede… diciamo per il 2009?

Emanuele Tamagnini

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