Breton + Kurt Vile & The Violators @ Spazio 211 [Torino, 5/Luglio/2011]

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Il ritorno sembra sempre più breve. Ho deciso di iniziare così questo report della nuova edizione di sPAZIALE Festival. Per molti versi la più difficile. Sempre meno sono i contributi che le istituzioni danno agli eventi culturali e di conseguenza il tabellone che solo 4 o 5 anni fa vedeva gente del calibro di Wilco e Sonic Youth (nella stessa edizione!) ripiega, ma neanche di molto poi, su lidi che lambiscono la nicchia di ascoltatori incalliti, insieme a serate più easy listening con ingresso up to you. Da due settimane ormai Torino sembra la succursale di una città qualsiasi posta tra l’India e il Giappone: puntualmente al calare della sera si scatenano venti che paiono monsoni, grandinate e piogge torrenziali. La giornata ovviamente ha retto finché il sottoscritto ha deciso di prendere la sua due-ruote-due-pedali e avviarsi verso sPAZIO211.

Arrivato giusto in tempo per Kurt Vile, i lampi in lontananza sembrano strobo azionate a comando che rendono lo scenario ancora più suggestivo. Facendo una panoramica con la testa scorgo i soliti volti noti, diciamo quelli delle grandi occasioni (torinesi). Con rammarico scopro che il Vile non è l’headliner. A chiudere la serata saranno i Breton. Ma andiamo con ordine. Kurt dunque. L’aspetto è quello di un ragazzo magro e dinoccolato, con la sua folta chioma a coprirgli buona parte del visto, un po’ a – là Chris Cornell dei bei tempi andati, incrociato con uno a caso dei Meat Puppets. Sguardo basso e attento ad innescare talvolta un delay oppure una distorsione psichedelica.
A supportarlo un chitarrista scatenato perennemente attaccato alla leva del tremolo. 
C’è molto di Neil Young nello stile dei due, soprattutto quando Kurt Vile predilige il suono medioso della Fender Jaguar. Ed è proprio in mezzo a questa parte centrale della serata che salta fuori l’asso nella manica: una cover di Springsteen.
 ‘Downbound Train’ rivisitata, sembra appartenere più al rocker canadese sopra citato che al Boss, soprattutto quando Kurt si piega sulla sei corde iniziando un assolo degno del miglior J. Mascis. Vi ho dato abbastanza indizi o vi ho depistati? 
A chiudere il set due brani acustici e solitari, folkeggianti e più classici che mai (memorabile ‘Peeping Tomboy’ con il suo incedere arpeggiato che sorregge l’insicurezza delle parole: “I don’t want to change, but I don’t want to stay the same”).
 Kurt è il vaso di pandora della storia della musica americana; Young, Springsteen, il proto-grunge e il folk. Troppa poca gente sotto il palco a goderne. Peccato (per loro). [Evocativo]

Le nuvole si addensano sempre di più e sono indeciso se prendere la mia due-ruote-due-pedali e tornare a casa o sentire un pezzo dei Breton. Sono curioso, di natura, quindi mi fermo fino a metà del set. Capisco perché li han messi in fondo: chitarra, basso, batteria, un dj e uno “smanettone” elettronico (anni luce da mr Console di casa Notwist eh!) e si è ad un passo dal dancefloor.
 Il risultato di questa combo londinese è uno scontato, anche se a tratti piacevole, mix di rock made in UK e elettronica. Probabilmente ad NME non bastavano i Two Door Cinema Club. [Impalpabili]

Andrea Sassano

1 COMMENT

  1. Anche io ho pensato a J Mascis, durante quel pezzo.
    E mi ricordo che quando ho avuto occasione di vederlo dal vivo, il jmascis vero, mi sono detto, “J Mascis è un Dio!”. Se così fosse, Kurt Vile è Gesù. Che concerto, ieri sera.
    Peccato abbia dovuto lasciar spazio ai Breton, mediocri forti.

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