Brant Bjork @ Bronson [Ravenna, 18/Ottobre/2017]

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Difficilmente dimenticherò questa trasferta romagnola in un ottobre inoltrato dal sapore estivo. Quattro ore su per la E45, un arrivo ovattato da una nebbiolina che qui è normalità, un chiosco di piadine in mezzo al nulla, una camera in un casolare di campagna dove il tempo si è fermato inesorabilmente. Dopo un piatto di tortelli romagnoli via al Bronson con il mio inconsueto compagno di viaggio. Un giro in sala per ambientarsi, poi su un divanetto scorgo Sean Wheeler stravaccato a seguire il basket NBA sullo smartphone. Mi avvicino e lo saluto: “Hi Sean, Alex here, i’m the guy that mailed you many times this summer”. Sembra non ricordare nulla, poi si scusa, “man, you have to push me, mail me every week, every week!”. Sean già frontman di Throw Rag e Charley Horse, compagno di Zander Schloss (Circle Jerks) in un progetto acustico di grande successo, è special guest per la seconda volta di seguito nel tour di Brant Bjork. In una lunga conversazione mi scioglie parzialmente i dubbi che avevo sulla sua discografia, per i quali lo avevo contattato in precedenza. Sean è simpaticissimo, mi racconta aneddoti sulla sua apparizione nell’ultimo album dei Fatso Jetson, nel frattempo si stanno esibendo i due apripista locali Them Bulls e Monolith, quando gli chiedo di Mario Lalli alza gli occhi al cielo e sospira lasciando intendere la sua ammirazione.

Alle 23.30 in punto appare Brant Bjork, prendiamo posizione come mia consuetudine nella parte destra e ci avviciniamo il più possibile al palco. Si comincia subito con il riff granitico e ripetitivo di ‘Stackt’, le teste in sala si muovono a ritmo e senza sosta, poi la tensione sale con la “sabbathiana” ‘Controllers Destroyed’, il sound è compatto e granitico, Brant, vestito in uniforme militare è concentrato, sputacchia timidamente un grazie mille, e brano dopo brano tesse una tela che prende forma con il passare dei minuti. Non è la singola canzone che impressiona, ma il groove che ti entra dentro e ti possiede lentamente. Non c’è spazio per i momenti acustici di ‘Tres Dias’, solo riff e distorsione e inevitabilmente le teste che fanno su e giù sono sempre di più, un’esperienza quasi religiosa priva di divismi e carica di feeling. La formula è semplice, un sound carico come un cacciabombardiere in assetto di guerra che inesorabile si avvicina all’obbiettivo, le uniche cose che contano sono la jam e il groove, come se si volesse continuare il discorso interrotto bruscamente dai titani Kyuss. Dopo una mezzora entra in scena Wheeler, dietro di me rumoreggiano: “ma chi è? È Mark Lanegan risponde l’esperto!”. Wheeler inscena magie e numeri da cabarettista è un vero showman che cattura su di se l’attenzione come un magnete raccoglie spilli, due brani e poi di nuovo via dietro le quinte. ‘Too many chiefs, not enough indians’ è il regalo che non ti aspetti mentre la sequenza ‘Lazy Bones’ / ‘Automatic Fantastic’, tutti brani prelevati dall’opera prima ‘Jalamanta’, sono una delizia che trascinano inesorabilmente l’intera sala. Il mio compagno di avventura mi fa notare come gli tremino incessantemente i pantaloni mossi dal basso di uno scalzo Dave Dinsmore (Unida/Ché), è l’inizio di dieci minuti fantastici intitolati ‘Low Desert Punk’, un brano trascinante che scatena anche qualche imbecille che non trova di meglio da fare che urtare di proposito chi si trova nella rotta di una danza tribale inopportuna, è la fine del set. Pochi attimi e i quattro californiani riappaiono per una manciata di brani durante i quali dietro le quinte Wheeler continua a sbirciare il mio accompagnatore. Ride divertito, si nasconde dietro il tendone, ma quando rientra in scena non riesce a trattenersi e indica ad un compiaciuto Brant l’insolita presenza. È durante l’ultima ‘Freak of nature’ che Wheeler da il meglio di sé, un animale da palco di rara bravura che in un attimo si libera dell’elegante blazer e a torso nudo ne combina di tutti i colori, cercando ad un certo punto di coinvolgere mio figlio dodicenne nelle sue scorribande. Gli passa prima un tamburello poi una torcia stroboscopica ed infine gli lancia una bandana rossa che, ci racconterà dopo lo show era stata un anno prima il regalo che ricevette da Brant per essere diventato membro della band. Il pugno chiuso e il cinque schiaffeggiato nel finale suggellano un battesimo del fuoco indimenticabile. L’aftershow ci vede in giro a chiacchierare con Brant al quale regaliamo una bella stampa di un’istallazione da noi creata in alta montagna con scritto KYUSS, oltre a scattare le foto di rito.

Alessandro Bonini

Foto dell’autore

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